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20 Gennaio 2021

Caterina Falleni: “Pochi sbocchi per i tanti talenti che escono dalle pur eccellenti università italiane”


(Marco Ceccarini) Livorno, 18 aprile – Il Capperuccio consegnato ieri, martedì 17 aprile, alla giovane ricercatrice Caterina Falleni offre l’occasione per aprire una riflessione sul sistema universitario italiano, e in particolare toscano, proprio a partire da alcune affermazioni fatte ieri sera dalla giovane studiosa livornese.

Il Capperuccio è un premio promosso dal Lions Club livornese ed è conferito dallo stesso in collaborazione con il Comune di Livorno a personalità, enti, soggetti giuridici che hanno reso onore alla città. Tra le personalità cui è stato attribuito questo premio, negli anni, vi sono l’ex presidente della Repubblica Italiana ed economista Carlo Azeglio Ciampi, il docente emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa e storico Furio Diaz, il docente di Ingegneria e padre della Robotica medica Paolo Dario, tutti livornesi.

Quest’anno il premio è andato, come detto, a Caterina Falleni, 29 anni, anche lei livornese, che è stata scelta per essere stata la prima studiosa italiana ad aver vinto una prestigiosa borsa di studio al Centro di ricerca della Nasa in virtù dell’innovativo progetto Freijis. La Falleni, infatti, ha realizzato il primo frigorifero che consente di raffreddare senza ricorrere alle tradizionali fonti energetiche e in primis all’energia elettrica. Oltre a questo, recentemente, la Falleni ha brevettato anche una bicicletta completamente in legno, duttile e resistente, dagli alti contenuti evologici.

Caterina Falleni, oggi, lavora a un progetto organizzato dalla Samsung Research of America. Per l’esattezza, coordina un laboratorio che ha le scopo di studiare delle nuove applicazioni per computer, tablet ed ogni tipo di dispositivo mobile, non solo quindi smartphone o cellulari, in grado di fornire contenuti educativi relativi all’arte, alla scienza e alla storia.
Amante della barca a vela, ma anche della tecnologia, Caterina può essere definita una pensatrice creativa, una sorta di inventrice, certamente un’imprenditrice nella sua capacità di implementare o sviluppare nuove idee basandosi sia sull’intuizione che sulla previsione dei fenomeni.

Oggi Caterina è una delle ricercatrici emergenti della Silicon Valley, ma la sua formazione è totalmente italiana, anzi toscana, essendosi laureata in Design di prodotto e comunicazione all’Isia di Firenze (istituto di formazione universitaria statale dedicato alle scienze artistiche, ndr) ed essendosi poi perfezionata a Milano.
Con il progetto Erasmus è stata a Rotterdam in Olanda, come disegnatrice di interni e fotografa, invece, ha lavorato in Tanzania e in Finlandia. Ed è proprio in Tanzania, osservando metodologie di raffreddamento realizzate senza ricorrere ad elettricità ma utilizzando materiali porosi come l’argilla, che Caterina ha avuto l’intuizione che le è valso il premio della Nasa. Poi, dopo il ritorno in Italia e un’ulteriore esperienza a Milano al Design Group Italia, è volata negli Stati Uniti, al City Lab di Boston, per studiare l’interazione offerta dalla produzione digitale. Nel frattempo continuava a studiare come perfezionare e rendere possibile l’intuizione avuta in Africa centrale.

L’evento che le ha cambiato la vita è accaduto nel 2012. In quell’anno, infatti, ha vinto il concorso di impatto globale promosso in Italia dalla Singularity University e dall’Axelera. Il suo progetto Freeijis, relativo al primo frigorifero al mondo che funziona senza energia elettrica, le ha permesso di aggiudicarsi la citata borsa di studio che l’ha portata al centro di ricerche della Nasa e che l’ha messa in contatto con i maggiori istituti di ricerca nel campo delle nuove tecnologie del mondo. Contrariamente a quanto potrebbe far credere il nome, la Singularity non è un’università, bensì un istituto privato non abilitato al rilascio di titoli accademici che però, al pari dell’Alexera, si occupa dell’individuazione di talenti da formare ulteriormente e da “girare” ad imprese, aziende, centri di ricerca di alta specializzazione.

“L’idea del frigo senza elettricità mi è venuta in Africa studiando alcune strutture fatte dalle popolazioni locali con materiali porosi come il fango o la terracotta”, ha affermato la Falleni. “Si tratta di strutture che utilizzano il processo chiamato evaporative cooling, lo stesso per il quale la temperatura nel nostro corpo si abbassa nel momento in cui avviene la sudorazione. Ho solo associato questa tecnologia a dei materiali che si chiamano Pcm èd è nato il progetto Freijis”.

Ma il frigo senza corrente elettrica è già alle spalle e Caterina adesso sta già guardando oltre Alla Samsung, in California, sta infatti lavorando all’elaborazione di applicazioni capaci di fornire agli utenti contenuti educativi relativi all’arte, alla scienza e alla storia. Una ricercatrice che viene dall’Italia, dalla Toscana, rappresenta un valore aggiunto per l’alta tecnologia della Silicon Valley.
“Stiamo studiando una serie di applicazioni che serviranno a fornire contenuti educativi sull’arte, la scienza e la storia”, ha affermato mentre a Livorno riceveva il premio Capperuccio. “Sono chiaramente molto soddisfatta di cosa sto facendo e del mio percorso di studi, ma mi preme dire che devo tutto alla scuola e all’università italiana. La scuola e l’università pubblica, in Italia, formano tanti ragazzi validissimi”.

Caterina Falleni è arrivata in California al termine di un percorso iniziato in Toscana, a Livorno ed a Pisa, per poi concludersi a Firenze. Il suo percorso formativo l’ha portata in giro per il mondo. In meno di dieci anni, ha cambiato otto città, cinque diversi Paesi, tre continenti. Al centro, tuttavia, rimane secondo lei la formazione avuta dal sistema scolastico ed universitario toscano ed italiano.
“Alle scuole medie andavo alle Gramsci e lì ho avuto l’imprintig, poi ho frequentato l’istituto d’arte di Pisa, ma poi dopo la maturità ho scelto Firenze, dove mi sono laureata in Design del prodotto e della comunicazione all’Isia. Ed è da lì che è partita la mia carriera. Rimane alla base il grande contributo che mi hanno trasmesso i miei professori ed i miei antichi maestri”.

Il problema del sistema universitario italiano, che indubbiamente è in grado di fornire un alto grado di formazione e specializzazione, consiste nel non saper garantire un adeguato sbocco alle tante eccellenze che si formano prima nelle scuole e poi nelle università e nei centri di ricerca del Belpaese. E’ un problema annoso che, nonostante gli sforzi messi in campo, non è stato ancora risolto. Ne è prova che l’Italia è il secondo Paese europeo con il minor numero di laureati, secondo solo alla Romania, eppure i suoi laureati, per avere un adeguato sbocco, sono in molti casi costretti ad “emigrare” in Paesi decisamente più accoglienti e per loro gratificanti, sia in Europa o in Nord America che in Estremo oriente o in Oceania. E’ innegabile che lo Stato, su questo punto, dovrebbe mettere mano a una riforma in grado di assicurare maggiori prospettive ai tanti talenti e alle tante eccellenze che ogni anno escono dagli atenei del nostro Paese.
Un punto, questo, su cui la stessa Falleni offre una considerazione: “Purtroppo, anche se molti sono i validi ricercatori che escono dalle università italiane, non tutti riescono ad inserirsi come dovrebbero, e al livello che meriterebbero, nel mondo universitario od anche della ricerca industriale. Manca il giusto collegamento tra università e centri di ricerca da una parte ed aziende o imprese dall’altro”.

Nel 2015, a seguito dei riconoscimenti ottenuti a livello internazionale, Caterina Falleni è stata selezionata tra le quindici donne più influenti nel digitale in Italia dalla rivista Digitalic.it, mentre il quotidiano La Repubblica l’ha inserita tra i venti talenti creativi Under 30 a livello internazionale.
Nonostante i successi ed i meriti che gli sono riconosciuti ormai a livello mondiale, e nonostante viva a Los Angeles, Caterina tuttavia è rimasta molto attaccata alla Toscana e in particolare a Livorno, dove torna per praticare la vela, ma anche per ricaricare la sua “genialità”.
“Dopo aver girato mezzo mondo, posso dire che a Livorno abbiamo una marcia in più rispetto a tante altre realtà”, ha affermato in occasione del Capperuccio. E ha spiegato anche il perché: “Perché noi abbiamo l’orizzonte del mare, un orizzonte bellissimo che è fonte di ispirazione e di tendenza alla perfezione. Non è che altrove ci siano meno possibilità o capacità individuali, ne’ meno capacità di spaziare, ma penso che, grazie agli spazi che ci circondano, noi siamo più fortunati e possiamo avere più libertà visiva, cosa che si riflette sulla libertà intellettuale di pensare e di spaziare, sulla possibilità di allargarsi mentalmente” E ancora: “Un orizzonte così largo ti spinge a chiederti cosa ci sia più in là ed alimenta il desiderio di conoscere e quindi anche di sfidare i propri limiti. Non è un caso che gli atleti livornesi abbiano vinto, nello sport, un numero impressionante di medaglie in tutte le discipline. Siamo molto fortunati. Ed è per questo che, nonostante adesso abiti in California, torno spesso a Livorno. Mi serve per ricaricare le pile della creatività”.