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26 Novembre 2020

Un'immagine del Parlamento italiano (foto d'archivio)

C’è chi dice No per il bene della democrazia


(Maurizio Brotini) Livorno, 3 settembre 2020 – Il 20 e 21 settembre saremo chiamati a pronunciarci sul taglio di deputati e senatori. La motivazione dei proponenti è sostanzialmente la riduzione delle spese per recuperare risorse da destinare ad interventi di utilità sociale. Al netto dei risparmi irrisori, la domanda da fare è perché non sia sia provveduto, se questo era l’intento, alla riduzione degli emolumenti degli onorevoli. Sarebbe bastato un atto interno di Camera e Senato per dimezzare le spese per questa voce.

Se la motivazione vera fosse sempre quella della condivisibile sobrietà della politica, perché non si è messo un tetto per le spese degli staff dei ministri? I deputati e senatori almeno hanno dovuto sottostare ad un passaggio elettorale, portavoce, consulenti ed esperti vari sono a chiamata diretta dei ministri.

Si dice che ridurre il numero servirebbe a rinforzare il ruolo del Parlamento, ma se questo fesse l’obbiettivo perché si procede con la decretazione d’urgenza e con leggi che sono di diretta espressione governativa invece di valorizzare tramite modifica dei regolamenti il lavoro delle commissioni parlamentari e delle stesse aule?

Si dice che le distorsioni alla rappresentanza politica e territoriale derivanti dall’innalzamento implicito abnorme del quorum per essere rappresentati verranno attenuati da una futura legge elettorale proporzionale. Ma allora perché non si è fatta prima la legge elettorale proporzionale affidandole un rango costituzionale?

E parimenti, si dice che il massacro dei territori periferici e di intere regioni soprattutto al Senato verranno sanati da una futura legge di revisione costituzionale, ma tutti sappiamo la giusta lunghezza del percorso di revisione costituzionale. Chi garantisce che ci sarà?

Ci sono buoni motivi ed argomentazioni per dubitare, anche se fosse giusta, che la motivazione sia quella del risparmio.

Personalmente ritengo che si tratti piuttosto di un attacco al ruolo delle assemblee elettive, e quindi al ruolo del cittadino elettore a fronte del governo.

Questo è il punto: se si svuota di rappresentanza sociale e territoriale Camera e Senato si rafforza il ruolo incontrastato del governo alterando ulteriormente l’equilibrio dei poteri.

Il No è il vero voto dalla parte dei cittadini.

C’è poi un altro punto non rinviabile: la reintroduzione delle preferenze o di collegi uninominali piccolissimo dove i candidati possano essere votati in maniera disgiunta dall’eventuale lista proporzionale sul modello tedesco e il finanziamento pubblico dei partiti.

Il sistema delineato dalla Carta repubblicana si basa su partiti strutturati che rappresentino tutte le classi sociali, tutti i territori e tutte le culture politiche. Adesso sono rappresentate soprattutto le forze politiche che hanno assunto nel proprio Dna austerità e neoliberismo, ceti sociali alti e gli interessi delle oligarchie economico-finanziare e le aree forti del Paese.

Di accorciare le distanze sociali e territoriali c’è bisogno, di più rappresentanza degli interessi del lavoro c’è necessità. Per questo, pacatamente ma con decisione, voterò No invitando a fare altrettanto.

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