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26 Gennaio 2021

Don Edoardo Medori, racconta i 25 anni a Sant’Andrea


(Gianni Giovangiacomo) Livorno, 20 aprile 2018. Il 18 aprile ha costituito una data importante per la storia della Repubblica italiana, nel 1948 la Democrazia Cristiana, il partito guidato da Alcide De Gasperi, superò alle elezioni la compagine social-comunista e si aprì per l’Italia una stagione di libertà e democrazia. Ma oggi vogliamo ricordare un altro 18 aprile che riguarda la nostra diocesi.
Il parroco di Sant’Andrea, don Edoardo Medori, ha festeggiato il 25° anno di permanenza in questa parrocchia. Ci è sembrato opportuno, insieme a lui, tracciare la sua storia.
Arrivato a Livorno nel 1971 -ci dice- il Vescovo di allora, monsignor Alberto Ablondi, mi inserì nella parrocchia di San Benedetto dove rimasi fino al 1993. Don Edoardo, aggiungiamo noi, a San Benedetto ha avuto una esperienza bellissima in un quartiere tra i più poveri della città. Era lì che si dispiegavano le bancarelle del “mercatino americano” di Piazza XX Settembre. Tutti lo ricordano con affetto, don Edoardo aveva capelli e barba lunga, un vero “cappellone” che non poteva forse soddisfare le idee di qualche benpensante. Ma don Medori, comportandosi in quel modo riusciva ad introdursi nel mondo dello spaccio cercando di riportare nella società tanti giovani tossicodipendenti, spesso riuscendoci, nella parrocchia riuscì anche a costituire una Cooperativa di giovani, una delle prime del mondo cattolico livornese. E a Sant’Andrea? Don Edoardo ricorda di essere arrivato lì nel 1993, anche questa volta l’incarico glielo aveva conferito monsignor Ablondi. Era molto dispiaciuto -ci dice- pianse, ma mi rincuorò e mi disse: “Ti accorgerai quanto sarà bello, sarà come un matrimonio, tu sarai lo sposo e la parrocchia la tua sposa”. E in effetti è stato così! Gli chiediamo in quale situazione abbia trovato la parrocchia. All’inizio qualche difficoltà c’è stata -ci racconta- i Padri Cappuccini l’avevano tenuta per ben 164 anni e la gente con loro aveva un rapporto speciale. Piano, piano – continua – sono entrato nelle loro confidenze, ho avuto anche l’aiuto del vice-parroco, don Francesco Fiordaliso, che era stato ordinato sacerdote da poco. Ho iniziato facendo delle liturgie più vive, in principio i giovani non erano abituati, mi sono avvalso dell’aiuto degli anziani “le vere querce della comunità”. La partecipazione dei parrocchiani è buona, ad esempio l’iniziativa della Madonna pellegrina è molto sentita, ogni mese facciamo la “raccolta della solidarietà” a favore degli anziani poveri che non possono permettersi il pagamento delle bollette di acqua, luce o gas. La partecipazione è anche visibile dal fatto che ci sono adulti che chiedono di essere battezzati e che cresce il sacramento della confessione, “il sacramento della guarigione come lo chiama il Concilio”. E gli stranieri? Ce ne sono tanti -dice don Edoardo- una trentina di nigeriani vengono alla Messa e don Guglielmo si presta ad insegnare loro la lingua italiana. Musulmani e cinesi vengono a prendere il pacco viveri, poi non si fanno più vedere. Poi -termina don Edoardo- organizziamo spesso le cene per i poveri che sono tanti. Monsignor Ablondi diceva: “Un occhio al messale e un occhio al giornale”. Questo per dire che il cristiano non può scostarsi dalla realtà e i poveri battono sempre alla nostra porta. Vengono dal quartiere, dal vicino asilo notturno, ma anche da altre parti della città, noi non abbiamo una cucina, i parrocchiani preparano le pietanze nelle loro case, la nostra “non è gente ricca, ma dal cuore generoso”, anche per i miei 25 anni stanno preparando dei piatti livornesi che fanno venire l’acquolina in bocca”.