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26 Settembre 2020

Film italiani da Venezia alle sale: “Una famiglia” di Sebastiano Riso


(Donatella Nesti) Livorno, 28 settembre. Arrivano nelle sale i film italiani presentati nelle varie sezioni della Mostra affrontando il giudizio del pubblico dopo quello delle giurie, dei giornalisti e dei cinefili che ogni anno si danno appuntamento al Lido. Un giudizio che non sempre coincide con quello dei frequentatori del Lido anche se l’ultima Mostra ha giustamente presentato ,oltre ai film d’autore, pellicole adatte anche ad un pubblico più vasto. Il primo dei film italiani in concorso nella sezione Venezia 74 “Una famiglia” di Sebastiano Riso con Micaela Ramazzotti, affronta da questa settimana il giudizio del pubblico dopo le proiezioni veneziane non del tutto applaudite specialmente quelle riservate alla stampa.
Vincent è nato cinquant’anni fa vicino a Parigi ma ha tagliato ogni legame con le sue radici. Maria, più giovane di quindici anni, è cresciuta a Ostia, ma non vede più la sua famiglia. Insieme formano una coppia che non sembra aver bisogno di nessuno e conducono un’esistenza appartata nella Roma indolente e distratta dei giorni nostri, culla ideale per chi vuole vivere lontano da sguardi indiscreti. In più, Vincent e Maria sono bravi a mimetizzarsi: quando prendono il metrò, si siedono vicini, teneramente abbracciati. A volte cenano al ristorante, più interessati a guardarsi negli occhi che al cibo nei loro piatti. Quando tornano a casa, fanno l’amore con la passione degli inizi, in un appartamento di periferia che lei ha arredato con cura. Eppure, ad uno sguardo più attento, quella quotidianità dall’apparenza così normale lascia trapelare un terribile progetto di vita portato avanti da lui con lucida determinazione e da lei accettato in virtù di un amore senza condizioni. Un progetto che prevedere di aiutare coppie che non possono avere figli. Arrivata a quella che il suo istinto le dice essere l’ultima gravidanza, Maria decide che è giunto il momento di formare una sua vera famiglia. La scelta si porta dietro una conseguenza inevitabile: la ribellione di Maria a Vincent, l’uomo della sua vita. Micaela Ramazzotti, la protagonista Maria, descrive così, con il consueto entusiasmo, l’ennesimo ruolo di donna (e madre) problematica: “Sembra non avere un passato. Vincenzo è il fidanzato, amico, padrone, carceriere. Rimane schiava del progetto che ha condiviso e accettato, non è innocente, ma succube tanto da diventare complice. Le madri che ho scelto di interpretare le ho scelte, volute; più sono disperate e disgraziate, più le voglio fare. Mi sento portavoce di queste donne, le voglio difendere, forse sono un po’ masochista. Questa madre bambina volevo farla a tutti i costi, lei che va in giro con il suo giubbottino di lana cotta rosa per proteggersi. Fin dalla prima scena si intuisce come mediti un piano di emancipazione, si vuole ribellare dopo essere stata complice, per scrollarsi di dosso il continuo alternarsi di sesso, gravidanza, vendita dei bambini; verso una rinascita. Sono sempre per queste donne, a me non piacciono le eroine”. “Esiste un mercato nero di bambini anche in Italia, come in molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo, che si tiene in piedi grazie a una fortissima richiesta.”dichiara il regista” Prova ne sono le numerose inchieste che si sono susseguite in questi ultimi anni dal Nord al Sud di Italia. Nel corso delle nostre ricerche, abbiamo avuto modo di ricevere spunti e suggerimenti dal Procuratore Raffaella Capasso, che ha seguito alcuni casi, quando era alla procura di Santa Maria Capua Vetere. Sincerità e discrezione sono alla base del mio approccio alla messa in scena: senza risultare invadente, volevo essere presente, sempre accanto a Maria…I diversi casi sui quali ci siamo documentati hanno dei tratti comuni, come ad esempio la figura di un medico accondiscendente, anzi complice, che dava alle coppie – per lo più giovani e in difficoltà economica – la possibilità di cedere il figlio in cambio di denaro. Abbiamo anche cercato di raccontare come venivano avvicinate e circuite le ragazze partorienti, quasi sempre della stessa tipologia: fragili e bisognose.”
Per quanto ispirato ad una storia vera il film risulta talora ai limiti della credibilità ed anche il protagonista maschile, Patrik Bruel, fin troppo perverso, con la sua recitazione quasi assente non permette di comprendere le reali motivazioni dei suo comportamento. donatellanesti@libero.it