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sabato 23 giugno 2018

Il caso Savoia


(Marco Ceccarini) Livorno, 20 dicembre – Il problema non è la sepoltura a Vicoforte, in Piemonte, delle spoglie di Vittorio Emanuele III e di sua moglie Elena del Montenegro, ultimi regnanti d’Italia. Il problema è l’operazione nel suo complesso, come è stata gestita, con il rischio di revisione storica che vi sta dietro, la riabilitazione dei Savoia e una certa legittimazione del Fascismo.
Il modo ed i tempi scelti per far arrivare nel nostro Paese le salme dei due ex sovrani, entrambi morti in esilio, rappresentano uno sgarbo alla Repubblica nata dalla guerra di Liberazione, i cui valori antifascisti, è bene ricordarlo, furono condivisi da tutti partiti del cosiddetto “arco costituzionale”, compresi quelli che al referendum popolare tramite cui si scelse fra Monarchia e Repubblica non si dichiararono per quest’ultima.

La Repubblica venne scelta dalla maggioranza degli italiani con il referendum del giugno ’46. Il successivo esilio dei Savoia, che si erano compromessi con il Fascismo e il regime illiberale che aveva condotto l’Italia alla tragedia della seconda guerra mondiale, fu la conseguenza inevitabile del loro rifiuto a rinunciare, formalmente, ad ogni pretesa di sovranità, ormai resa illegittima dalla volontà popolare.

E’ vero che un sistema democratico saldo e maturo non può avere paura dei fantasmi del passato. Anzi, deve fare i conti con questi e risolverli. E’ vero che una democrazia avanzata deve saper riconoscere che la propria storia è costellata anche di pagine buie. E’ vero che la democrazia italiana non deve temere le rivendicazioni di un’ex casa regnante. Ma è anche vero che una democrazia, in ogni caso, deve saper preservare e difendere i suoi valori fondanti, che nel caso dell’Italia sono repubblicani, antifascisti e partecipativi.

Il tempo lenisce le afflizioni dell’anima. E le lenisce, giustamente, anche in relazione alle questioni sociali e politiche. Non sarebbe pertanto giusto, settant’anni dopo, continuare a leggere le vicende di un periodo ormai archiviato con gli stessi occhi e lo stesso sentimento di rivalsa di allora. La giustizia non è vendetta. Un gesto di umana comprensione, pertanto, è comprensibile anche verso i Savoia. Tuttavia un gesto di umana comprensione, per essere soltanto tale, doveva avere forme, modi e tempi diversi da quelli che si sono avuto in questo caso Savoia. Non doveva impegnare, come è accaduto, lo Stato italiano.
Invece il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il capo del governo, Paolo Gentiloni, hanno organizzato il ritorno delle spoglie di Vittorio Emanuele III e della consorte Elena, in concomitanza con il settantesimo anniversario della morte dell’ex re, concordando il rientro con alcuni discendenti di casa Savoia, senza coinvolgere il Parlamento e mettendo a disposizione perfino degli aerei militari, ossia aerei di quelle Forze armate che proprio Vittorio Emanuele III non esitò a tradire quando, dopo l’armistizio del settembre ’43, fuggì a Brindisi confermando Pietro Badoglio, il generale delle efferatezze coloniali in Africa, a capo di un governo debole ed ambiguo che non fu legittimato, in primis, dai nuovi Alleati angloamericani.

Motivi per i quali, oggi, appare semplicemente assurdo l’aver fatto arrivare in Italia le spoglie degli ex regnanti con così tanta solennità sono molti. Solo per citare alcuni passaggi, fu Vittorio Emanuele III che nell’ottobre ’22, non firmando lo stato d’assedio di Roma sottopostogli dal primo ministro liberale Giovanni Facta, aprì le porte a Benito Mussolini incaricandolo di formare il governo che dette il via al Ventennio fascista. Fu lui che non fece una piega quando nel giugno ’24 il deputato socialista Giacomo Matteotti venne rapito ed ucciso dai fascisti e quando nel ’26 entrarono in vigore le “leggi fascistissime” con cui il duce imbavagliò la stampa e represse ogni opposizione politica. Fu sempre lui che nel novembre ’38 spalleggiò Mussolini firmando le leggi razziali che discriminarono, ponendoli fuori dalla società civile, migliaia di italiani di religione ebraica. E fu ancora lui che, nel giugno ’40, non si oppose all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania nazista e del Giappone imperiale.
L’aver firmato nel luglio ’43 l’ordine d’arresto di Mussolini all’indomani del Gran consiglio del Fascismo che lo aveva defenestrato, l’aver subito incaricato il citato Badoglio che si mise a trattare con Stati Uniti e Gran Bretagna mentre continuava a giurare fedeltà alla Germania, come l’aver revocato le leggi razziali nel gennaio ’44 quando ormai la tragedia dell’Olocausto si era in gran parte compiuta, non potevano riabilitare e non riabilitarono Vittorio Emanuele III, che proprio con la fuga da Roma e la costituzione del cosiddetto Regno del Sud a Brindisi, voltando le spalle al popolo italiano, si prese l’appello di “re traditore” e si giocò le residue possibilità di salvare, eventualmente, il Regno come modello di Stato per l’Italia democratica.

Nonostante tutto questo, e molto altro ancora, Mattarella e Gentiloni hanno trovato il modo di rendere una forma di omaggio a Vittorio Emanuele III, mettendo a disposizione mezzi e denaro pubblico, andando oltre il semplice gesto di umana comprensione, dando anzi l’idea che la decisione, oltre che concordata, sia stata meditata ed organizzata nei dettagli.
Il periodo scelto per far arrivare in Italia le salme dei due ex regnanti, coincidente con il settantesimo anniversario della morte di Vittorio Emanuele III, è inoltre incomprensibile perché è come se si sia voluto celebrare la ricorrenza. Rimane difficile, a tal proposito, pensare che Mattarella e Gentiloni ignorino, od abbiano anche involontariamente ignorato, la forza metaforica delle ricorrenze. Così come risulta difficile che i due alti rappresenti dello Stato, e quindi del popolo, abbiano sottovalutato la forza simbolica dell’invio di uomini e mezzi in Egitto per trasportare la salma in Italia. Tanto che viene da pensare che, dietro a tutto questo, vi sia stato e vi sia un disegno teso alla riabilitazione di Vittorio Emanuele III con la conseguenza di “sdoganare” il Fascismo come una mera idea tra le tante della politica.

Il risultato è che non ci si deve stupire se Emanuele Filiberto, rampollo di casa Savoia, stia chiedendo in questi giorni a gran voce che i suoi bisnonni, adesso che sono in Italia, siano traslati al Pantheon di Roma, dove ci sono alcuni figli illustri d’Italia, tra cui il celebre pittore ed artista Raffaello Sanzio. Il giovane Savoia, in fondo, è coerente e fa gli interessi della sua casata. L’errore, semmai, lo hanno commesso Mattarella e Gentiloni che, ricoprendo delle cariche istituzionali così alte ed importanti, così rappresentative, hanno condotto in silenzio un’operazione che è andata ben oltre il mero atto di umanità.

Sulla richiesta di traslare le salme addirittura al Pantheon, al di là che una decisione del genere dovrebbe necessariamente spettare al Parlamento, l’inopportunità appare comunque evidente perché essa sarebbe uno scempio, un oltraggio a tutti quegli italiani che hanno perso la vita a causa delle loro responsabilità, un insulto per gli ebrei e per quei cittadini che furono mandati al confino per motivi ideologici od etnici. Di “scempio” ha parlato subito, e ha fatto bene, la presidente della Comunità ebraica di Roma, Ryth Dureghello, che si è augurata che le istituzioni, su questo punto, sappiano prendere la “posizione giusta”. Una posizione che il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha fortunatamente anticipato affermando che “la sepoltura a Vicoforte è la chiusura definitiva della vicenda e non ne apre una nuova”. L’augurio è che queste prese di posizione rappresentino davvero la chiusura di una questione che, altrimenti, farebbe dell’Italia un Paese da operetta.

Rimane in ogni caso inspiegabile come e perché Mattarella e Gentiloni, impegnando risorse umane ed economiche, abbiano trovato il modo di esprimere una forma di omaggio a chi, non opponendosi a Mussolini, abbandonò l’Italia al suo destino, invece di difenderlo. Non vi era bisogno di questo. L’atto di umanità può starci, doveva starci, non c’è nulla di male se Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro, adesso, riposano in Italia. Ma utilizzare uomini e mezzi, soldi pubblici, per far arrivare le spoglie degli ex regnanti, perché poco prima è stata fatta arrivare dalla Francia l’ex regina Elena, è stata una scelta a dir poco infelice, tanto che, non a caso, le critiche sono state molte e sono arrivate da ogni parte politica.

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