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24 Settembre 2020

Il futuro dei giovani, lo Stato e una scuola che funziona


(Gino Fantozzi) gennaio. Gian Antonio Stella dopo i due articoli sollecitati dal recente rapporto di “Tuttoscuola” con la sua grande capacità di giornalista di denuncia, ci mette tutti ancora una volta di fronte ad uno dei problemi più sensibili della nostra società, quello del degrado nel quale giace il mondo della scuola italiana.
E lo fa ancora una volta indicando responsabilità che investono un po’ tutti noi: chi specula sulla scuola, che sbaglia le battaglie, chi arretra sui corporativismi, chi pecca di indifferenza (i peggiori).
In particolare vengono messe in evidenza le carenze di “distribuzione” dei docenti, con una evidente carenza di questi al nord e un surplus al sud, le difficoltà dei dirigenti scolastici a programmare gli insegnamenti in quanto gli avvicendamenti degli insegnanti in particolare nei primi mesi sono tanti, e così via.
Non voglio fare una scopiazzata delle denunce di Stella, quanto semmai fermarmi un attimo a riflettere su quello che ormai è divenuto (e a ragione) il problema dei problemi, quello dei giovani e del futuro.
Quando sento sottolineare la fatidica questione: occorre fare qualcosa per i giovani, non si fa niente per i giovani, dobbiamo portare i giovani ad occuparsi dei problemi della cosa pubblica, addirittura alla politica, ecc. ecc., mi chiudo nelle spalle pensando che farsi delle domande come quelle significa ancora una volta non solo non aiutare i giovani ma addirittura far loro del male. Soprattutto perseverare con il tono paternalistico di chi vuole mettersi la coscienza a posto aggirando gli ostacoli per non sentirsi in difficoltà. E proprio tra questi ostacoli, quello più grande di tutti, è la scuola.
I giovani si formano nella scuola, non nelle piazze, non nelle discoteche, non negli stadi, si formano in uno stringente rapporto tra loro, anche esclusivo, perché sono loro che preparano o dovrebbero preparare il loro domani e spetta a loro assumersene la responsabilità.
Noi dobbiamo solo fare in modo che i giovani abbiano tutti gli strumenti adeguati, che sono fatti di cultura, di tecnica, di tecnologia, di memoria, di cultura civica, di capacità di stare insieme.
E allora quando dobbiamo rispondere alla domanda che fare per i giovani c’è solo una risposta: la scuola, perché la scuola è sopratutto dei giovani, è cosa loro.
Lo Stato deve garantire tutto questo. La nostra Costituzione su questo non ha dubbi e come tutta la buona cultura occidentale ed europea ci ha insegnato: non esiste società e non esiste futuro senza una buona scuola.
Ed è qui che occorre essere anche chiari ed implacabili. Non esisterà un governo veramente democratico nel nostro Paese se non governerà con al primo punto del proprio programma quello di dotare il Paese di una scuola all’altezza e alla responsabilità dei suoi compiti.
Dire questo significa anche affermare un principio finora sempre sussurrato ma mai applicato, quello che la scuola, essendo una delle principali funzioni pubbliche, deve assicurare il pieno diritto di fruirne a chi è destinatario della funzione e cioè al giovane, all’allievo. Gli altri soggetti, insegnati, dirigenti scolastici, genitori, personale non docente, enti pubblici preposti, devono essere chiamati a contribuire alla attuazione piena di quel diritto.
Viene da sé che quanto emerge ancora una volta con il rapporto di Tuttoscuola, che probabilmente sarà presto rimosso fino al prossimo appuntamento, che quanto sta accadendo dopo il tentativo, un po’ maldestro, ma essenzialmente giusto, della riforma della Buona Scuola, e il mediocre inizio del nuovo ministro della Pubblica Istruzione che ha il sapore della “restaurazione”, occorrerebbe che tutti i soggetti richiamati, se ne avessero la volontà, dovrebbero assumersi le proprie responsabilità. Avrei preferito che alle difficoltà, anche burocratiche, della riforma del governo precedente ci fosse stata una assunzione di quelle responsabilità che fanno grande un Paese, che quando si parla di futuro, possono essere anche diverse le posizioni ma che comunque si deve collaborare per mediare, per rimuovere tutti insieme gli ostacoli non lavorare per alzarne (senza poi proposta alcuna) di nuovi. E’ così che si pensa ai giovani? fantozzigino@gmail.com