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24 Novembre 2020

Il lavoro ed i programmi elettorali


(Ruggero Morelli) Livorno, 1 marzo – Nei programmi elettorali quasi tutti hanno messo al primo posto il lavoro. Nel raccontare come creare lavoro, e lavoro per i giovani , le proposte si mostrano poco chiare oppure generiche e di difficile attuazione. C’è uno scarto – rilevato da molti – tra la domanda da parte delle aziende (soprattutto quelle che innovano e acquistano strumenti con gli incentivi recenti) e l’offerta adeguata di persone preparate. Così tremila si presentano per un posto di impiegato al comune di *** e si legge che pochi o nessuno si presenta alle offerte di posti per tecnici qualificati-specializzati. Da qualche mese vi sono state operazioni nei progetti per gli Its :scuola/lavoro ed anche per scuola/cultura. Siamo all’inizio di una nuova era? Forse. Ecco un esempio di come si può affrontare il problema. Ce ne sono altri che descriverò in seguito.

“Gli ultimi dati sull’occupazione hanno riportato l’attenzione sulla questione dei giovani: se infatti da un lato si registra un continuo calo dei tassi di disoccupazione giovanile (scesa di 7,2 punti solo nell’ultimo anno), dall’altro è stato osservato che resta uno dei tassi più alti d’Europa e che molti dei nuovi contratti sono, comunque, a tempo determinato. Essendo già in campagna elettorale, alcuni hanno colto l’occasione per incolpare le riforme degli ultimi anni. Chi promette abolizioni, chi correzioni, chi approfitta per chiedere nuovi sgravi o bonus.
La verità è che la questione del lavoro dei giovani è vecchia di decenni. Come nota Paolo Baroni alla fine del suo articolo sul rapporto tra tasso di disoccupazione giovanile e degli adulti che abbiamo oggi è più o meno lo stesso che avevamo nel 1977: tre volte tanto. E’ evidente che il problema affonda le radici in nostre debolezze storiche: un’istruzione distante dal mondo del lavoro; un sistema imprenditoriale ancorato a modelli produttivi poco innovativi e incapace di assorbire nuove competenze (per questo abbiamo la particolarità di uno “skills mismatch” in cui i giovani risultano più sovraqualificati che sottoqualificati) ed infine un sistema di servizi per l’impiego incapace di agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e men che meno le attività di orientamento e formazione.
C’è quindi bisogno di una risposta strutturale, che riformi in profondità queste dimensioni. Al di là delle polemiche elettorali, i governi di quest’ultima legislatura hanno iniziato a muoversi nella direzione giusta, intervenendo su due assi: la riforma della scuola, con la revisione dei piani formativi e l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, ed uno stimolo forte alle imprese attraverso il piano Industria 4.0 (che dovrebbe innalzare la domanda di nuove competenze) ed il Jobs Act, che ha dato certezze ed incentivi alle imprese. I primi risultati, come mostrano i dati, iniziano a vedersi. Adesso occorre consolidare questo miglioramento proseguendo le riforme e affrontando le due dimensioni rimaste a metà del guado: la formazione professionale ed i servizi per l’impiego.
Ogni anno in Italia vengono spesi miliardi di euro in migliaia di programmi di formazione della cui effettiva efficacia non abbiamo alcun riscontro, e nei quali viene privilegiata la logica dell’aula piena piuttosto che dei risultati occupazionali. Riformare questo sistema, legare fondi e programmi al raggiungimento di veri risultati dovrebbe essere una priorità del nostro Paese di cui invece non parla più quasi nessuno.
Per quanto riguarda i servizi per l’impiego, sappiamo che l’Italia ha un sistema eterogeneo ed inadeguato (i dipendenti sono pochi e, secondo il monitoraggio ISFOL/INAPP, solo il 27 per cento ha istruzione universitaria) eppure servirebbero anche a far funzionare meglio altre riforme: l’alternanza scuola-lavoro e l’orientamento funzionerebbero meglio se ci fossero strutture che supportassero le scuole e le imprese nel processo di profilazione, orientamento, incontro tra domanda e offerta. Invece molte scuole si sono ritrovate sole, senza l’esperienza e le competenze adeguate a svolgere queste nuove funzioni.
Dovremmo non solo potenziare ma riorientare parte dei nostri servizi per l’impiego interamente sulla priorità giovanile. Come? Prendendo esempio dalla Germania, dove nel 2010 sono nate nelle principali città le Agenzie Professionali per i Giovani. Come spiega in modo accurato un documento appena pubblicato dai giovani economisti del think tank Tortuga (tortugaecon.eu), non si tratta di nuove strutture create da zero, ma di una riorganizzazione che ha consentito di concentrare in uffici e sportelli dedicati ai giovani tutta una serie di attività che partono dall’orientamento già alle scuole medie, e includono formazione, supporto sociale, psicologico, consentendo di seguire un giovane in tutto il suo percorso, per non lasciarlo mai solo. Di questo hanno bisogno i giovani di oggi: di non essere lasciati soli. Di avere supporto per orientarsi, fare le proprie scelte, investire nelle proprie competenze e nel proprio futuro.
L’Italia, con la riforma delle politiche attive del Jobs Act, ha creato le premesse per una riforma in tal senso, ma l’ha lasciata a metà. Potrebbe completarla, riorientandone una parte ai giovani, come in Germania. Non si tratterebbe di inventarsi nulla di nuovo, ma di potenziare strutture esistenti, riorganizzandone funzioni e obiettivi, introducendo criteri di valutazione basati su risultati misurabili. Certo, con l’attuale assetto costituzionale un tale piano richiede l’adesione delle Regioni, ma proprio su questo dovrebbe concentrarsi la politica oggi: chiamare a responsabilità tutti i livelli istituzionali e proporre un “patto per i giovani” che fissi un percorso con obiettivi da realizzare nella prossima legislatura.
Purtroppo questo avvio di campagna elettorale appare sbilanciato su altri fronti: pensioni, dentiere, cani da compagnia, e così via. Non è difficile capirne il perchè. I giovani, come sostiene Irene Tinagli, tra i venti e i trenta anni sono poco più di sei milioni, gli italiani sopra i sessanta anni sono quasi tre volte tanto. Eppure qua non è in gioco solo un risultato elettorale, ma la capacità di un Paese di rimettersi in moto in modo duraturo ed inclusivo, senza lasciare indietro nessuno.