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28 Novembre 2022

Il presidente dell'Odg toscano Giampaolo Marchini (foto tratta da Youtube)

Il presidente dell’Odg toscano, Marchini, sulla crisi della stampa: “Servono investimenti strutturali”


(Marco Ceccarini) Livorno, 7 aprile 2022 – La crisi economica in atto da anni, aggravata dalla pandemia e adesso dalla guerra in Ucraina, investe tutti i settori della nostra società, compreso il mondo dell’editoria, sia a livello nazionale che locale. Di conseguenza molti editori si vedono costretti a ridimensionare se non addirittura a chiudere alcune loro testate. Si tratta di una crisi, quella determinata dalle situazioni contingenti, che aggrava un’altra situazione di crisi, di natura strutturale, che vede l’informazione on-line ed i nuovi media sostituirsi alla carta stampata e ai media tradizionali, comprese radio e televisioni, mentre i giovani giornalisti aumentano e il sistema non è in grado di rispondere positivamente alle loro aspirazioni.

La Toscana non fa eccezione. Così, per comprendere non solo lo stato dell’arte a livello locale e regionale, ma anche per capire se e come è possibile uscire da questa delicata situazione, abbiamo intervistato in esclusiva il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Toscana, Giampaolo Marchini, giornalista de La Nazione di Firenze. Questa intervista, per inciso, fa seguito a quella che sempre a Costa Ovest ha rilasciato il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, ex vicecaporedattore de Il Tirreno di Livorno (vedi link).

Marchini, fiorentino, 53 anni, è alla guida dell’istituzione giornalistica regionale dallo scorso 19 novembre. All’Ordine toscano sono iscritti circa cinquemila giornalisti, di cui circa mille professionisti e quattromila pubblicisti. Marchini è anche presidente della Fondazione dell’Ordine toscano. In precedenza è stato tesoriere dello stesso Ordine regionale.

Presidente, la crisi del giornalismo, dove molti giovani non riescono ad entrare nella professione, sembra evidente. E’ d’accordo?
“Lo stato di crisi, in effetti, è preoccupante. Si è ormai intensificata con un’evidente chiusura di testate e una drastica ristrutturazione del sistema tradizionale dei media”.


Qual è la situazione in Toscana? Quale in provincia di Livorno?
“La crisi è soprattutto strutturale e la Toscana fa parte di un sistema nazionale. La Toscana, quindi, non può fare eccezione. Lo stesso dicasi per la provincia di Livorno. Ma il discorso vale per tutto il Paese”.

Che risposta sta cercando di dare l’Ordine dei giornalisti a questa delicata situazione?
“Come prima cosa cerchiamo di offrire ai nostri iscritti dei corsi di formazione al passo con i tempi. Sulla formazione l’Ordine dei giornalisti è impegnato sia a livello nazionale che regionale. Di recente, in Toscana, abbiamo svolto un interessante corso sulle fake-news. Grazie anche alla Fondazione, infatti, cerchiamo di garantire a tutti i colleghi una formazione supplementare, anche se niente può sostituire l’attività sul campo. Però, venendo alla sua domanda, rispondo che la crisi è soprattutto strutturale e quindi occorrono interventi di natura strutturale”.

Ovvero?
“Bisogna cominciare a mettere in campo incentivi per le aziende che assumono. Se non si comincia a ragionare in questo modo, se non si mette in campo un’azione tesa a produrre un cambio culturale, è un problema”.

Insomma, bisogna riprendere il dialogo con le istituzioni, i partiti, le rappresentanze sociali, oltre che con gli editori?
“Certo. Bisogna attuare azioni coordinate di carattere legislativo, economico e politico per mettere al centro l’informazione. Anzi, aggiungo che se non si fanno queste cose, sarà difficile uscire da una crisi che attanaglia in modo pesante il mondo del giornalismo. Assieme a una legislazione stringente, direi, serve una politica di sostegno all’innovazione in campo editoriale”.

Quanto ha inciso l’affermazione di internet nella crisi del giornalismo?
“Il web, innegabilmente, ha cambiato il modo di fare giornalismo. Tuttavia la crisi ha anche altre ragioni ed è connaturata a questioni di carattere più generale legate all’evoluzione delle tecnologie anche nei mezzi d’informazione tradizionali. Vi è inoltre da considerare anche la profonda trasformazione della società che si è avuta in questi ultimi trent’anni”.

Ha appena detto che il web ha cambiato il modo di fare giornalismo. Secondo lei, come?
“Questo è sotto gli occhi di tutti. Oggi si tende ad essere più sintetici. L’informazione sul web, o comunque dei nuovi media, ha mutato ad esempio il linguaggio che si usa. Sicuramente l’avvento dei portali on-line e dei social ha trasformato anche il modo di fare informazione. Oggi è tutto molto più immediato, veloce, pensato e realizzato. Ciò nonostante le regole deontologiche non sono cambiate”.

Un esempio?
“I principi e le linee guida sono sempre le stesse. Non potrebbe essere altrimenti. Scrivere per un giornale on-line non ti smarca dall’obbligo di non diffamare, dall’attenersi alla verità dei fatti, dal non pubblicare immagini o nomi se non per motivi strettamente legati a un diritto di cronaca che, peraltro, è ben disciplinato, e così via”.

Del rapporto con internet e con i social, che dice?
“L’interazione tra media tradizionali e social caratterizzerà sempre di più il mondo dell’informazione. Ma chi crede che la carta stampata sia arrivata al capolinea, sbaglia. Internet ed i social possono essere uno strumento prezioso per i giornali tradizionali ed i nuovi media. Bisogna saper integrare forme di comunicazione e quindi di informazione diverse tra loro”.

Rimane però il fatto che i contenuti, sul web, sono quasi sempre gratuiti…
“Quello è un problema. Riguardo alle piattaforme internet, per esempio, bisogna iniziare ad imporre la remunerazione di contenuti che transitano su tali piattaforme a tutela del lavoro giornalistico”.

Ed è ottimista?
“Sono realista. So che l’Ordine dei giornalisti sta lavorando per dare risposta a questa ed altre situazioni da modificare, migliorare, trasformare in qualcosa di positivo per la nostra professione. La partita è aperta”.