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27 Gennaio 2021

La terrazza Mascagni dove si è svolto lo spettacolo Siusky (foto d'archivio)

Il primo grande evento post lockdown, Siuski, è andato in scena tra gli applausi alla Terrazza Mascagni


(Angela Simini) Livorno, 2 agosto 2020 – “Siuski, fatto schizzi”, lo spettacolo portato in scena dalla compagnia Mayor Von Frintius, è stato il primo grande evento della città dopo il lookdown. E che scena! Di sera, dopo il tramonto, quando le luci serbano ancora un riflesso del giorno che se n’è andato, sulla Terrazza Mascagni, con una splendida luna e un’aria tersa, dopo l’acquazzone del pomeriggio, la Compagnia M.V.F. si è presentata al numeroso pubblico ed ha portato una sferzata di energia.

“Come sempre”, si potrebbe anche obbiettare, ma questa volta, dopo il lungo silenzio dei teatri, se ne sentiva il bisogno e la città ha risposto con la sua rilevante presenza e con la sua calda partecipazione.

Lo spettacolo, rimandato fin dal marzo scorso, sembrava proprio che dovesse saltare eppure si è trovata la location appropriata per farlo debuttare, grazie al Comune di Livorno ed alla Banca di Credito Cooperativo di Castagneto Carducci con il sostegno del Teatro Goldoni di Livorno, coproduttore dello spettacolo, e del The Cage Theatre: davanti al mare, in sintonia col titolo “Siuski, fatto schizzi ?” e con l’ironia dei livornesi, che sono andati a cercare il tuffo più “squalificabile per eccellenza”, quello con cui però ci si diverte di più, quello con cui si fanno più schizzi, quello che un tempo si chiamava tuffo a bomba. Serata controcorrente comunque, condotta con fantasia, con estro e con grande talento.

I numerosi attori, per lo più giovani, perfettamente fusi tra loro in un generoso mix di cosiddetti “normali e disabili” per i quali la parola d’ordine è “aiutarsi” sono usciti dal buio e scesi tra il pubblico, scalzi, illuminati da suggestivi fasci di luce, diretti da Francesco Pacini, che ripriva anche il ruolo di direttore del palco. L’immancabile gag di Lamberto Giannini con Cristina Marano dà il via e tutta l’operazione parte in un susseguirsi di danze, salti, contorsioni, incontri e scambi, ma non è mai caos disordinato e gratuito. C’è un senso profondo nei testi, nelle battute, negli interventi brevi e lapidari che gli attori snocciolano e ribattono coinvolgendo il pubblico in un crescendo di emozioni: il dolore, la morte, la gioia, la vita, la sua importanza e la sua banalità. Appunto la banalità delle consuetudini, dei pregiudizi sulle diversità, ma anche la banalità della falsa bontà, tutto si avvicenda su quella scena alla voce di “anche la pietà ha le sue leggi” . Che cos’è la normalità ? Chi è normale ? Certamente non i gay e non i down che sono i “contagiati” della società, i veri contagiati, come chi è stato colpito dal virus per cui la società normale individua la nuova epidemia nei “ghedaun”, il neologismo ironicamente coniato dal Mayor per includere gay e down. Ed allora che cosa resta?

“Estinzione” si grida ed ancora “estinzione”. L’estinzione che si porta via tutto, come di recente purtroppo abbiamo sperimentato, l’estinzione che si porta via la vita, ma non la speranza, la gioia, la voglia di vivere e di amare. E, se non si sente pù il desiderio di amare, solo allora ci si prepara a morire. Ma c’è sempre una via d’uscita, si può sempre ricorrere al tuffo, agli schizzi che sono lacrime ed insieme reazione al dolore e alla banalità . Il Siuski è autentico, magari un po’ spaccone, ma pieno di vita e comunque pulito. E gli “schizzi” investono il pubblico con una forza sempre più profonda , travolgente e commovente. “I miei nonni, quando se ne sono andati, si sono portati via la mia infanzia” ha commentato una voce alla quale hanno fatto seguito i ricordi del padre, degli anni trascorsi e tutto si alterna in una fantasmagoria di affetti, di amori, di paure, di isterismi, di sacro e di profano.

E comunque è impossibile riportare questa lunga maratona i cui quadri si snodano per associazione e si creano attorno ad un sentimento, ad un’idea. E’ però doveroso riconoscere che c’è un cammino in progress nella Compagnia e nei singoli attori e una crescita delle loro capacità di espressione e di socializzazione. Particolarmente accurata la scelta della colonna sonora con “L’Amore è una dittatura” degli Zen Circus, che aprono e chiudono lo spettacolo, e poi Vinicio Capossela, Bobo Rondelli, Pietro Mascagni, Fabrizio De André e Franco Fanigliulo: “A me mi piace vivere alla grande, girare tra le favole in mutande”. Si fa riferimento anche ai grandi livornesi, come Amedeo Modigliani.

Portato davanti ad un pubblico diverso da quello consueto della Mayor Von Frintius (formato cioè da una preponderanza di parenti e di genitori), questo spettacolo ha sostenuto appieno il battesimo dell’anonimato, ed è stata una grande performance, piena di potenzialità e di energie, mai sguaiata seppur disseminata di espressioni tipicamente livornesi, condotta e ideata con grande talento, intelligenza e con un senso umano, profondo e autentico da Lamberto Giannini. La sua intuizione di far interagire abili e disabili ha fatto bene a tutti. Accanto a lui hanno intensamente lavorato i giovani registi Marianna Sgherri, Rachele Casali e Gabriele Reitano, il direttore del palco Francesco Pacini, e Silvia Petrucci, che ha curato la fotografia. Infine, tra gli applausi scroscianti, è stato rivolto un caldo ringraziamento ad Angelo Scuri, delegato della Banca di Credito di Castagneto Carducci, al Comune, alla Fondazione Goldoni, al The Cage, a Serafino Fasulo, a Giorgio e Claudio Chielini, Cristiano Colombi, Alessandro Solimani, Lorenzo Bianco Amore.