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5 Agosto 2020

Il punto di svolta dell’Italia contemporanea


(Marco Ceccarini) Livorno, 10 giugno 2020 – Esattamente ottant’anni fa, il 10 giugno 1940, l’Italia dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia entrando nel secondo conflitto mondiale, già in corso dal settembre dell’anno prima, quando la Germania aveva aggredito la Polonia.

Quell’immagine di Mussolini impettito sul balcone di piazza Venezia, in una Roma assolata, appartiene a uno dei momenti più tragici della recente storia italiana e ne rappresenta il punto di svolta. Il duce del fascismo indossa l’uniforme di caporale d’onore della milizia ed annuncia l’entrata in guerra dell’Italia mentre la folla plaudente esplode in un boato di esultanza rovesciando una selva di fischi sui nomi della Gran Bretagna e della Francia scanditi dal duce come nemici del popolo italiano.

I filmati dell’epoca danno l’immagine di un popolo unito attorno al suo condottiero. Eppure la parabola del consenso attorno al fascismo, in quel momento, sta per iniziare la fase discendente. Lo stesso apparato di propaganda suscita diffidenze. Una relazione segreta del 1939 segnala che la gente ritiene di essere all’oscuro di tutto ed anche l’annessione dell’Albania, nell’aprile 1939, è stata accolta con una certa freddezza. Lo stesso Ciano, ministro degli esteri e genero di Mussolini, nell’ottobre 1939 ha annotato che fra la popolazione c’era un clima di stanchezza ed incipiente scetticismo.

I venti di guerra che soffiano dal 1938 preoccupano non poco gli italiani, sfibrati dagli impegni militari degli anni Trenta in Etiopia, in Spagna e in Albania. Italiani che, una volta scongiurata l’esplosione del conflitto, con gli accordi di Monaco dopo l’annessione dei Sudeti sottratti alla Cecoslovacchia da parte della Germania, hanno tirato un sospiro di sollievo, provocando irritazione in Mussolini.

Un mese prima dell’invasione della Polonia, nell’agosto 1939, i parroci italiani hanno invitato i fedeli a pregare perché il papa Pio XII riuscisse a mantenere la pace. Non sono che segnali, fra i tanti, della stanchezza verso il regime e verso la sua propaganda bellicista. I fautori del conflitto, in quel giugno 1940, sono un’esigua minoranza, con frange più numerose a Roma che nelle grandi città del Nord, ad esempio Milano, Torino e Genova, ma anche rispetto ad alcune aree urbane del Sud come Palermo e Napoli.

La guerra che esplode, in verità, non è molto sentita. Per la prima volta nella storia d’Italia scarseggiano i volontari, un fenomeno che invece aveva caratterizzato le guerre d’indipendenza e la prima guerra mondiale. Per di più, l’Italia si avvia al conflitto conscia della sua impreparazione militare. Il re Vittorio Emanuele III, dopo varie ispezioni, ha definito “pietosa” la condizione dell’apparato bellico nazionale. Oltre al re, però, anche i capi militari hanno invitato Mussolini e le alte sfere del fascismo ad essere cauti rispetto all’entrata in guerra.

Il patto d’acciaio, stipulato nel maggio 1939 tra Italia e Germania, ritiene inevitabile la guerra con la Francia e la Gran Bretagna, prevedendo che il conflitto possa esplodere nel 1942, anno in cui Mussolini stima completata la preparazione militare. Ma la Germania ha anticipato i tempi e senza consultare l’alleato ha aggredito la Polonia dando il via a quella che sarebbe diventata la seconda guerra mondiale.

Nel settembre 1939 l’Italia non è in grado di intervenire ed escogita pertanto la condizione di “non belligeranza” per rimanere provvisoriamente fuori dal conflitto senza dichiararsi neutrale. Ma le avanzate delle armate tedesche in Europa sono state veloci e terrificanti. Nel maggio 1940 la Norvegia, la Danimarca, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo sono sotto il gioco della Germania nazista e nei primi giorni di giugno anche la Francia è ormai piegata. Così Mussolini non può più attendere, se vuole poi sedersi al tavolo dei vincitori assieme ad Hitler, tanto che di fronte alle osservazioni critiche del maresciallo supremo Badoglio, pronuncia la famosa frase: “Ho solo bisogno di alcune migliaia di morti per sedere alla tavola della pace come belligerante”.

I calcoli di Mussolini sono di natura politica, non militare, ma sbaglia nel credere che la guerra possa risolversi in pochi mesi e soprattutto sbaglia nel pensare di poter imporre ad Hitler una divisione dell’Europa in due sfere di un’influenza, tedesca ed italiana, rispettivamente al Nord e al Sud del continente, perché l’Italia è un alleato debole, economicamente e militarmente, per ambire a questo ruolo. Per questo Hitler non considera l’Italia come un interlocutore da trattarsi alla pari. Per questo la Germania non accetterà mai di condividere le decisioni strategiche con l’Italia. E proprio da questi calcoli errati, a ben vedere, discende la decisione di effettuare quel salto nel buio, aggravato dall’impreparazione militare, che già nell’aprile 1941 avrebbe fatto capire che il conflitto sarebbe stato duro e lungo e che l’Italia fascista avrebbe perso la sua sfida con il destino, aprendo una fase nuova per l’intero Paese.