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lunedì 14 Ottobre 2019

Il ritorno di Renzi


(Marco Ceccarini) Livorno, 20 settembre 2019 – Non so se è vera qualità o soltanto un effetto ottico destinato a trasformarsi in boomerang, forse quest’ultimo, ma di certo Matteo Renzi da Rignano una caratteristica ce l’ha ed è la spregiudicatezza. Dopo aver spinto il fratello di Montalbano, al secolo Nicola Zingaretti, segretario del Pd, a un abbraccio dal sapore mortale con i Cinquestelle, trovando alleato in questa operazione nientemeno che Beppe Grillo, ha comunicato attraverso le pagine di Repubblica e la trasmissione Porta a Porta la decisione di dar vita a un nuovo soggetto, Italia Viva, provocando di fatto una scissione all’interno del Pd, di cui egli è stato segretario nazionale e per il quale è stato, tra l’altro, sindaco di Firenze e soprattutto capo del governo.

La divisione del Pd, completata dalla fuoriuscita di Carlo Calenda perché contrario all’alleanza con i pentastellati e di conseguenza al Conte bis, era in realtà matura da tempo. Ma Renzi è furbo ed opportunista. Ha aspettato il momento giusto. Così, quando Matteo Salvini, con la stessa sensibilità di un elefante in una bottega di cristalli, ha provocato la crisi di mezz’agosto che lo ha tirato giù dal governo provocando dei maldipancia anche nella Lega, l’altro Matteo, il Renzi appunto, ha capito che era il momento di agire. Il giorno dopo il discorso di Pescara, dove Salvini ha sparato l’infausta frase “datemi pieni poteri” di mussoliniana memoria, l’ex rottamatore che puntava l’alzo zero sui “tanti partitini” ha registrato il dominio internet del suo, di partitino, dopodiché ha convinto prima il povero Zingaretti, che era contrario, ad ingoiare il boccone amaro dell’alleanza con i grillini, poi ha incassato quattro esponenti nel secondo governo presieduto da Giuseppe Conte, quindi ha annunciato l’uscita dal Pd e la nascita della sua formazione politica.

Italia Viva, per cominciare, conterà su due ministri, una viceministro, un sottosegretario e una quarantina di parlamentari tra deputati e senatori. I ministri, anzi le ministre per usare il linguaggio di genere oggi tanto in voga, sono Teresa Bellanova con la delega alle Politiche agricole ed Elena Bonetti alle Pari opportunità, la viceministro è Anna Ascani all’Istruzione, il sottosegretario Ivan Scalfarotto agli Esteri. I senatori, nel cui elenco figurano lo stesso Renzi e la Bellanova, dovrebbero essere quattordici. Tra loro spicca il nome del fedelissimo Francesco Bonifazi. Ma a fare notizia, più che altro, è la presenza di Donatella Conzatti che arriva da Forza Italia, il cui leader Silvio Berlusconi, forse non a caso, ha augurato a Renzi il “successo politico”. Inoltre, nella campagna acquisti in atto, Renzi si è assicurato l’adesione di Riccardo Nencini, leader di quel che resta del Psi e aderente al gruppo misto, che in questo modo ha trovato una casa e forse anche un senso per continuare ad esistere. I deputati che dovrebbero passare allo schieramento renziano, invece, sono ventitré. Tra questi, oltre alla Ascani ed a Scalfarotto, ci sono il delfino Ettore Rosato, l’accolita Maria Elena Boschi e l’ex duro e puro Gennaro Migliore, che in molti si ricorderanno, ormai diversi anni fa, deputato di Rifondazione comunista, prima di rimanere folgorato, previa parentesi in Sel, sulla via del Pd e del renzismo.

Forte dei gruppi che si stanno costituendo alla Camera e al Senato, con molte adesioni che non sono una sorpresa, il furbo di Rignano, portando Zingaretti ad aderire al governo e poi provocando la scissione, si è messo nella condizione di far poter far valere il suo sovradimensionato peso politico ed istituzionale, dato che le prime stime, a ben vedere, lo accreditano di appena il tre per cento nel Paese. Anche per questo la fiducia a Conte, ribadita contestualmente al lancio di Italia Viva, può dirsi veritiera, almeno al momento. Renzi, infatti, ha tutto l’interesse a stare sotto l’ombrello governativo, che tra l’altro gli offre una bella visibilità, naturalmente in attesa di tempi migliori.

In ogni caso, quel che ha mosso Renzi non è stato ne’ un disegno teso al bene del Paese ne’ un ragionamento di alta strategia finalizzato a dare rappresentanza a una porzione di società non presente nelle istituzioni, dato che la sua consorteria va ad inserirsi in quell’area moderata, di centro, al confine tra Forza Italia e Pd, che è ben rappresentata. E non è stata, a muoverlo, nemmeno una motivazione ideologica. La sua stella polare è stata ed è il desiderio di tornare in auge all’interno del sistema economico e sociale oggi al potere, quello in cui le regole sono dettate dalla grande finanza internazionale e vengono gestite, a livello di Unione Europea, da una commissione che non deve rendere conto al Parlamento eletto dai cittadini. Quel che ha spinto Renzi ad operare lo strappo dal Pd, al di là della sbandierata volontà di cambiare la politica, è stato dunque un lucido calcolo, fatto a tavolino, il cui vero scopo è di natura personale o tutt’al più di gruppo ristretto.

Già da diverse settimane Renzi aveva trovato una convergenza con Grillo sull’idea di tornare al proporzionale, dato che il maggioritario, secondo entrambi, non è in grado di soddisfare le necessità di rappresentanza politica del Paese. Ma erano solo discorsi, abboccamenti, teoria. Poi, però, c’è stata la grande opportunità fornita da Salvini. Cosicché, sfruttando un errore altrui, ha potuto lanciare il suo soggetto politico, già pronto da tempo, che si rivolge alla classe media e che punta a fare da ago della bilancia nelle diverse situazioni che possono presentarsi, un po’ come il Psi di Bettino Craxi che in molte regioni e moltissime città faceva accordi con il Pci ma che a livello nazionale, puntualmente, si alleava con la Dc. Il nuovo partito di Renzi, pertanto, è pronto ad entrare a pieno titolo nell’alveo di quella sinistra perbene che, se analizzata con disinteressato interesse, appare come un curioso impasto di liberismo economico, europeismo acritico ed antifascismo ossessivo in assenza del fascismo che si coniuga con una non dichiarata ma ricercata compressione dei diritti economici e delle istanze dei lavoratori. Non a caso, tra gli sponsor politici di maggior rilievo internazionale, Renzi ha dalla sua il presidente della Francia, Emmanuel Macron, così come non è un caso che la reale direzione del nuovo movimento sia stata resa plastica, evidente, dall’adesione della forzista Conzatti, la quale, ex Scelta Civica, è considerata una sorta di agente all’Avana del Berlusca, colei che potrebbe far da ponte con Forza Italia. Chi scrive è convinto che la vera funzione di Italia Viva sia quella di fare da ponte verso la costituzione di un nuovo soggetto politico in grado di assemblare le eredità di parte del Pd e di Forza Italia.

In questo quadro, come d’altronde già annunciato dallo stesso Renzi, il vero nemico non sarà dunque il Pd, destinato ad implodere secondo la valutazione renziana, non sarà il governo Conte almeno finché serve e non saranno neanche i Cinquestelle, dei quali tuttavia Renzi non si fida perché sa che si sono cacciati in un vicolo che potrebbe rivelarsi cieco e che potrebbe imporre loro una repentina inversione di rotta, dato che i pentastellati sono nati e cresciuti perché promettevano di cambiare il sistema ed aprire il Parlamento “come una scatoletta”. Renzi sa bene che gli italiani hanno mandato i Cinquestelle al governo, dove avevano stretto un contratto con un’altra forza antisistema, la Lega, perché erano percepiti come antagonisti al Pd, il partito che nell’immaginario del popolo grillino, nonostante tutto, ancora incarna quel che è da combattere ed abbattere, ma che incredibilmente oggi, come in un gioco di prestigio, è diventato l’alleato di un governo che a molti appare senza futuro. Tanto che il guru Grillo e il capo politico Luigi Di Maio, in queste settimane susseguenti l’accordo con il Pd e Leu, stanno sudando le fatidiche sette camice per far capire al proprio elettorato, che non si esaurisce con gli ottantamila voti sulla piattaforma Rousseau, come e perché gli amici di ieri sono diventati i nemici di oggi, e viceversa.

In attesa di sapere quale sarà il futuro dei Cinquestelle, se rimarranno il movimento che è stato finora o se cambierà pelle e diverrà potabile anche per Renzi, quest’ultimo indica in Salvini l’unico vero nemico da sconfiggere. Sa che, se un domani si costituirà un polo di sinistra sovranista ed antisistema, anche questo sarà un avversario politico, così come lo saranno, se riusciranno a rialzare la testa, i partiti comunisti o della sinistra radicale. Al momento, però, l’unico su cui Renzi può sparare è Salvini. Il quale, ben inteso, si è posto lui stesso nella condizione di essere attaccato, apparendo pericoloso per aver citato Benito Mussolini, ma anche perché parla alla pancia della gente sfruttando in modo troppo aggressivo il legittimo malcontento popolare.

Ma non solo. Renzi attacca Salvini anche perché, secondo gli odierni cliché della politica, ogni leader, ogni gruppo, ha bisogno di un nemico in quanto, mancando seri riferimenti e con le ideologie che non fanno quasi più presa, ma con la rabbia della gente a mille, è diventato vitale avere qualcuno contro cui scagliarsi. Ciò è tanto vero, in particolare, per i partiti ed i movimenti funzionali al sistema economico e sociale dominante, che hanno bisogno come il pane, per incamerare consenso, di distogliere l’attenzione dai problemi veri, che sono la sperequazione sociale, la mancanza di lavoro, la costante diminuzione dei diritti, e via dicendo, costruendo bersagli da attaccare, mostri da uccidere, paure da scacciare. Perché il vero fine del liberismo economico e finanziario che controlla l’Occidente e quindi anche l’Italia, parafrasando Tommasi di Lampedusa, oggi come non mai, sembra essere il far finta che tutto debba cambiare affinché, in verità, nulla possa cambiare.

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