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10 Aprile 2020

Il virus che divide per unirci


(Simona Morgantini) Livorno, 24 marzo 2020 – Sull’origine del coronavirus Covid-19 aleggiano leggende più o meno bizzarre nel sottobosco della subcultura dei social: “E’ stato creato in laboratorio dai cinesi a cui poi è sfuggito di mano”, “Lo ha creato Bill Gates e infatti (badate bene a quel comicissimo “infatti”) aveva avvertito tutti in una conferenza pubblica del 2015 di un’imminente pandemia”, “Sono stati i rettiliani per poi vendere il vaccino e farci i soldi”, “No! sono stati gli alieni che vogliono conquistare il pianeta!”), ma la verità ormai universalmente condivisa dai principali virologi e scienziati è che è nato nei mercati di animali selvatici a Wuhan.

Animali macellati sui banchi ancora vivi, in un contesto dalle condizioni igieniche scarsissime, che hanno determinato il salto del virus dal mondo animale a quello degli uomini e cioè, nella scala biologica, agli essere superiori e intelligenti. E qui viene subito la domanda: ma siamo veramente gli esseri superiori e più intelligenti nella scala biologica del pianeta?

Continuiamo ad uccidere animali per nutrirci senza averne necessità, nonostante sia ormai provato scientificamente che l’allevamento intensivo di animali determina gran parte delle emissioni dei gas ad effetto serra, che determina la distruzione di intere aeree forestali che ossigenano l’aria e lo spreco di quantità enormi di acqua; continuiamo ad inquinare con le nostre industrie in nome della produttività e del consumo, nonostante il cambiamento climatico sia ormai un altro cataclisma incombente ben più grave e devastante del coronavirus. E noi saremmo quelli superiori e più intelligenti? Le umilissime formiche, per fare un esempio, hanno una società iper-organizzata in cui ogni membro contribuisce al fine collettivo che è la conservazione della specie: noi invece siamo autodistruttivi e distruttivi.

Sembra proprio che Madre Natura si sia ribellata e ci abbia mandato un avvertimento e un messaggio per spingerci a fare un bel resetting. E a riflettere in primis, per urgenza, sulle nuove politiche sociali e immediatamente dopo su quelle ambientali.

Prima urgenza: la sanità pubblica. Tutti gli Stati del mondo saranno costretti a rivedere le loro politiche sanitarie sulla base di un nuovo concetto di società, che non può più essere una società impazzita fondata sulla produttività che ha per fine il consumo: il fine sono le persone e la loro vita, non gli oggetti. Questo virus ha una contagiosità rapidissima e non colpisce solo gli anziani: se il sistema sanitario collassa e la gente in massa muore o si ammala o deve stare a casa e non si produce, si ferma l’economia. Ed è questo che fondamentalmente ha fatto cambiare idea a cinici governanti come Boris Johnson e Trump che, in nome dell’economia, sarebbero stati pronti comunque a immolare gli anziani ed i più deboli perché comunque categorie “non produttive” nella società dei consumi.

Noi italiani, che avevamo una delle sanità migliori nel mondo, avremmo potuto evitare tanti malati e tante morti e conseguente sofferenza anche economica, se non avessimo seguito le politiche scellerate neoliberiste dei tagli degli ultimi anni in nome del profitto. E dovremo, come tutti, rivedere le nostre politiche ambientali: uno studio della Sima (Società italiana di medicina ambientale, ndr) ha pubblicato un articolo che mette in correlazione la gravosità della pandemia lombarda con l’inquinamento industriale locale da polveri sottili.

Questo virus ha un’altra caratteristica: è diabolico. La parola – diavolo – deriva da – diaballon – “colui che divide” , dal verbo greco – diaballein – “dividere”. E infatti ci costringe a isolarci ed a non socializzare. Ma anche qui c’è un aspetto positivo: ci costringe a ridimensionare la scala dei valori e a fare un percorso introspettivo. I nostri nonni e bisnonni hanno affrontato due guerre, noi invece, figli della società consumistica del benessere, siamo così deboli e viziati che non siamo riusciti ad affrontare il divano di casa. Poi sono arrivate le giuste costrizioni del governo, giuste perché per poter invocare la libertà bisogna avere prima rispetto di quella altrui: la “mia” libertà finisce, dove inizia la “tua” libertà di non ammalarti e poter vivere. Anche questo ci insegna il virus.

La norma costrittiva non è nazista: il vero nazismo è procurare la morte diffondendo consapevolmente il contagio ad altri. Quindi, volenti o nolenti, moltissime persone sono passate da una vita frenetica ed alienata, fatta di lavoro e impegni, a starsene a casa, fermi, con tantissimo tempo a disposizione in più (in minor misura quelli che fanno smart working). Alcuni, i più deboli e alienati dal consumismo, gli ossessivi-compulsivi, hanno iniziato ad abbuffarsi di cibo ed alcol e psicofarmaci per dormire, altri invece, fortunatamente la maggioranza, hanno avuto finalmente il tempo per ritrovarsi con se stessi e meditare su quelle che sono le priorità nella vita: la paura della morte ha consentito un’introspezione di massa e una rinascita spirituale.

Spingendo alla riflessione sulle cose essenziali e quelle non essenziali imposte dal consumismo: il concetto di tempo e degli affetti per esempio. Il tempo della vita è sacro e non può avere valore solo se misurabile in compenso, in denaro, perché ci sono anche gli affetti familiari, troppo spesso trascurati per mancanza di tempo, e ci sono gli amici, che sono fondamentali per la nostra felicità e non si possono delegare alla freddezza astratta dei social. E ancora: il prendersi cura del proprio corpo per innalzare le difese immunitarie, il bisogno di endorfine per calmare la mente massacrata dall’ansia per questo virus nemico invisibile e un’improvvisa sete di spiritualità, ha fatto registrare in tutto il mondo sul web milioni di visualizzazioni di lezioni online di yoga e meditazione. Ma soprattutto il virus ci ha insegnato il senso della comunità, della responsabilità condivisa, il sentire che siamo tutti interconnessi, tutti i popoli, tutte le nazioni nel disastro economico mondiale in un’unica sorte ed i sovranismi si rivelano perdenti.

Ho chiamato questo virus diabolico, ripeto, da diaballon “colui che divide”. Ma il “male”, come ci insegnano tutte le visioni filosofiche e spirituali, ha la funzione di farci capire che cos’è il “bene”: ci divide ma per costringerci a capire che solo creando una società più comunitaria, più egualitaria, perché ognuno di noi è importante, che assicura la sanità per tutti, che rispetta l’ambiente e mette al centro la persona e non gli oggetti, possiamo salvare noi e il pianeta.