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domenica 22 ottobre 2017

La chiesa degli Armeni, un patrimonio perduto da recuperare


(Giangiacomo Panessa) Livorno, 1 giugno – Sono particolarmente grato all’associazione Accademia degli Avvalorati presedieduta dal Maestro Massimo Signorini per l’iniziativa promosso col comando dei carabinieri tutela patrimonio culturale che mi ha permesso di presentare alle autorità e al pubblico intervenuto nel salone consiliare della Provincia l’importanza della chiesa armena di Livorno come espressione di un fenomeno culturale unico nel suo genere. L’occasione è stata appunto data dall’intervento del capitano Lanfranco Disibio che ha evidenziato tra l’altro l’importanza dei dipinti conservati nella chiesa armena e trafugati nel corso della seconda guerra mondiale e che sono citati tra le opere di maggior significato storico perdute e da ritrovare. Dopo il suo intervento ho tenuto a precisare che questa perdita è particolarmente dolorosa in quanto l’intento degli armeni di Livorno era quello di fare della chiesa un punto di riferimento non solo etnico-religioso ma anche culturale e relazionale di una vera e propria enclave dell’oriente cristiano in Occidente secondo la nota affermazione dello storico francese Dermigny che vede nella Livorno delle nazioni l’Orient rapproché . Entrando nella splendida chiesa, distrutta parzialmente dagli eventi bellici e saccheggiata, dedicata a San Gregorio l’Illuminatore e sormontata da una cupola (nella foto) l’unica della città, che le stampe settecentesche evidenziano nelle raffigurazioni della città, il visitatore poteva ammirare due grandi dipinti opera di Giuseppe Bottani e del Rivière raffiguranti rispettivamente i quattro dottori della chiesa armena S. Isacco, S. Nerses, S. Mesrobio e san Gregorio di Narek e scene dell’evangelizzazione dell’apostolo Taddeo che distrugge gli idoli davanti al re di Armenia. La chiesa quindi come luogo di deposito della memoria e dell’identità armena in occidente di cui assimila i tratti architettonici e artistici in un contesto interculturale che non trova riscontri analoghi in occidente. Dell’importanza che la presenza armena assume nel contesto relazionale internazionale si ha un indizio nel privilegio che ottiene all’atto della visita di stato dei nuovi sovrani lorenesi nel 1739 che ne fanno la chiesa prescelta per la messa domenicale. Se si considera che Livorno all’epoca aveva tre parrocchie quella latina, quella greca e quella armena queste nella stessa strada, via della Madonna, è evidente il legame di Livorno con l’Oriente cristiano da cui provenivano molti religiosi per poi procedere per altre mete. Un caso particolare fu quello del patriarca armeno poi fatto cardinale da Pio XII, Gregorio Agagianian di cui, durante il conclave, si ventilò la successione al Soglio Pontificio. Ordinato sacerdote a Roma il 24 dicembre del 1917 celebrò la sua prima messa a Livorno il giorno successivo Natale. Profugo dalla nativa Armenia all’epoca vittima della guerra e della rivoluzione bolscevica ostile al clero trovò rifugio in Italia come tanti armeni nel corso della loro storia plurimillenaria e Livorno costituì per loro un lugo in cui poterono esprimere tanta parte del loro spirito di iniziativa con quella loro cultura così ricca di apporti multiformi di cui la chiesa armena è portatrice. Rimane il rammarico che questo patrimonio sia disperso o negletto come i meravigliosi altari che giacciono ormai irriconoscibili sul terreno della Villa Fabbricotti.
Giangiacomo Panessa, console onorario di Grecia e custode della Chiesa Armena a Livorno

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