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domenica 22 Settembre 2019

L’assessore Martini sul lavoro di pubblica utilità: “I Comuni dovrebbero gestire i fondi europei”


(Tony Faini) Livorno, 15 marzo 2019 – L’assessore allo Sviluppo economico e al Lavoro del Comune di Livorno, Francesca Martini, ha concesso a Costa Ovest un’intervista sul caso dei lavoratori di pubblica utilità che il Comune non può ancora reimpiegare nel progetto, ormai avviato, di digitalizzazione e riordino degli archivi comunali. Da oltre sei mesi, infatti, il Comune sta aspettando che la Regione Toscana pubblichi i nuovi bandi per l’utilizzo di questo genere di lavoratori nelle aree di crisi, tra cui Livorno. Solo quando il progetto verrà rifinanziato il Comune potrà utilizzare, per altri sei mesi, le ventiquattro persone interessate, quasi tutte donne, portando a termine la digitalizzazione degli archivi. Il confronto con l’assessore Martini, che ha tra le sue deleghe la Formazione, l’Innovazione, i Finanziamenti pubblici ed i Fondi europei, si è poi allargato sulla riforma dei centri per l’impiego e sul reddito di cittadinanza ormai in partenza.
L’assessore Martini fa parte della Giunta comunale livornese guidata dai Cinquestelle.

Assessore Martini, ventiquattro persone, ventitré donne e un uomo, attendono da oltre sei mesi di essere riutilizzati dal Comune per la digitalizzazione degli archivi comunali. Sono i cosiddetti lavoratori di pubblica utilità. Perché il Comune non procede?
“Semplicemente perché i finanziamenti del fondo sociale europeo sono gestiti dalle Regioni e quindi il Comune di Livorno non può far nulla in assenza dello specifico bando della Regione Toscana. Noi, come Comune, vorremmo utilizzare nuovamente chi ne ha diritto, tanto che più volte abbiamo sollecitato la Giunta regionale. Speriamo che questo mese di marzo sia quello buono”.

Nei giorni scorsi lei ha incontrato una delegazione dei lavoratori di pubblica utilità. Cosa ha detto loro?
“Ho detto la verità, cioè che saremmo ben lieti di ridare loro un’occupazione, anche se limitata nel tempo, ma che se la Regione non sblocca i fondi, non si può fare nulla”.

Un Comune, anche di media grandezza come quello di Livorno, ha dunque le mani legate rispetto alle politiche del lavoro?
“Le politiche attive del lavoro non sono in capo ai Comuni. Tragga lei la conclusione. Però, se mi consente, vorrei fare una riflessione di più ampio respiro”.

Certo, dica.
“Le politiche del lavoro consistono nel dare fiducia ai vari soggetti in campo. Possono essere sviluppate in modo adeguato se c’è un clima di fiducia e positività. La visione burocratica delle misure e degli interventi non dà risultati. Nello sviluppo delle politiche attive del lavoro, pertanto, serve un cambio di passo. Gli uffici di collocamento, oggi, risultano troppo slegati dalle realtà territoriali”.

Occorre, secondo lei, una riforma del sistema e soprattutto una riforma dei centri dell’impiego?
“Della scollatura esistente tra uffici di collocamento e realtà economiche, oggi, beneficiano soprattutto le agenzie interinali private, che non a caso spadroneggiano. Le strutture pubbliche, invece, dovrebbero fare rete e proporsi come reale ed efficace alternativa alle agenzie private. Una riforma del sistema dei centri per l’impiego, in quest’ottica, è essenziale. Occorre qualificare le competenze e snellire la burocrazia”.

Nel frattempo, in attesa che si concretizzi la riforma dei centri per l’impiego, il Comune di Livorno cosa fa?
“In questi anni il Comune ha cercato di rispondere con gli strumenti che ha a disposizione. Molte persone, dopo essersi inutilmente rivolte al collocamento pubblico, sono venute in Comune a chiedere aiuto. Le esperienze dell’Informagiovani e soprattutto di Europe Direct stanno dando importanti risultati”.

La collaborazione con altri livelli istituzionali e in particolare con la Regione, dunque, è importante…
“Direi che è imprescindibile. La competenza è regionale. Noi ci crediamo. Spero che ci credano anche loro”.

Torniamo ai lavoratori di pubblica utilità. Concluda, cortesemente, quanto stava dicendo.
“Il Comune di Livorno ha partecipato a un bando regionale per l’utilizzo di fondi sociali europei che prevede una quota di cofinanziamento del Comune. Tutto ciò ha creato un percorso di lavoro di sei mesi per ventiquattro persone. Il Comune ha investito 110 mila euro e la Regione solo 90 mila. Abbiamo di conseguenza chiesto alla Regione di cambiare la percentuale di cofinanziamento perché, così, è troppo sbilanciata. Speriamo che questo accada con il nuovo bando”.

Forse sarebbe meglio che, in casi del genere, i Comuni gestissero direttamente i fondi sociali europei, o quantomeno una parte di essi. Non crede?
“Assolutamente sì. Sono fermamente convinta che una quota parte del fondo sociale europeo, almeno quando si devono attivare a livello locale degli specifici percorsi di inserimento nel mondo del lavoro, dovrebbe andare in via diretta ai Comuni, che sono gli enti più vicini al cittadino e che comunque sono poi chiamati a gestire l’attuazione di certe politiche. Con il passaggio regionale dei bandi si perde un sacco di tempo e di energie. Invece bisognerebbe snellire i passaggi burocratici”.

Spostiamoci sui centri per l’impiego. Qual è il senso della riforma?
“Oggi il dibattito è aperto sulle questioni tecniche ma si snobba la parte politica relativa al grande lavoro di risaldatura tra i centri per l’impiego e le realtà economiche. Troppo spesso oggi il problema del lavoro viene fatto coincidere con la procedura. Non ci si rende conto, invece, che quello che serve, in prospettiva, è collegare il mondo del lavoro a quello dell’impresa. Può sembrare una cosa ovvia a dirsi, ma prima di ora non è mai stato fatto. E’ invece il lavoro politico che questo governo sta cercando di fare”.

Attraverso un collocamento pubblico, mi par di capire…
“Per rimettere in moto il sistema del collocamento e per fare in modo che il collocamento pubblico sia efficace occorre stare sui territori, mettere a sistema quello che già c’è e valorizzarlo dove funziona, al di là delle colorazioni politiche delle giunte locali. A Livorno, ad esempio, abbiamo l’ufficio Europe Direct e il centro Informagiovani che possono fare rete con il collocamento. La Regione, che è titolare delle politiche per il lavoro nei territori, deve però permetterci di lavorare in questa direzione. Oggi le imprese che non hanno fiducia nel collocamento pubblico, si rivolgono altrove, alle agenzie private. Ma se i centri per l’impiego pubblici si dimostrano in grado di segnalare alle imprese, in tempi brevi, i lavoratori di cui esse hanno bisogno, diventano un vero punto di riferimento per il mercato”.

Quanto e come le politiche per il ricollocamento sono connesse al reddito di cittadinanza?
“A monte c’è proprio l’impostazione delle politiche concernenti il reddito di cittadinanza, il cui fine, contrariamente a quanto si vuol far credere, non è dare denaro per non far nulla, ma comporre uno scenario finalizzato ad offrire lavoro attraverso la formazione ed i centri per l’impiego. Se c’è una cosa che mi ha insegnato questa esperienza di assessore, in questi anni, è che le persone che abbiamo preso con la procedura di avviamento dal centro per l’impiego avevano una gran voglia di lavorare e di mettersi in gioco. Queste aspettative non vanno tradite. Il reddito di cittadinanza, attraverso mirate attività formative e di professionalizzazione, va proprio in questa direzione”.

Eppure, quando si parla di reddito di cittadinanza, si parla quasi solo di navigator, ignorando che il fine della misura è attenuare la povertà collegandola al reinserimento nel mondo del lavoro. Perché?
“Perché vi è un interesse politico, da parte dei nostri avversari, per far fallire una misura che, invece, è concreta e di civiltà. Non si parla dell’effetto che questi orientatori avranno, cioè inserire giovani e meno giovani, uomini e donne, nel mondo del lavoro, ma delle procedure tramite cui saranno selezionati i navigator e del loro numero. Si tace sul fatto che il reddito di cittadinanza è una misura tesa a dare dignità a chi rimane al di fuori del sistema produttivo e che non ha senso giudicarla al di fuori del percorso in cui è inserita ed a cui mira, cioè reinserire le persone nel sistema occupazionale”.

Per concludere, un’ultima domanda. Crede che il reddito di cittadinanza possa avere una ricaduta positiva anche a Livorno?
“Certo. Livorno è una città dove è immaginabile un buon successo della misura. L’Italia è un Paese difficile e sicuramente ci sono e ci saranno casi negativi anche per il reddito di cittadinanza. Livorno, in questo, non farà eccezione. Ma il reinserimento nel mondo del lavoro sta alla base della crescita non solo economica, ma anche sociale, di qualsiasi comunità, sia essa una società nazionale come quella italiana che una comunità locale o cittadina come può essere quella livornese, per cui sono fiduciosa”.

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