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27 Settembre 2022

Mario Draghi (foto libera da diritti tratta da Wikipedia)

L’autosfiducia di Draghi


(Marco Ceccarini) Livorno, 26 luglio 2022 – Non sono pochi coloro che addossano al movimento Cinque Stelle e al suo leader Giuseppe Conte la responsabilità della caduta del governo Draghi. Il mancato appoggio del Centrodestra e degli stessi Cinque Stelle all’ultimo voto di fiducia è stato infatti preceduto da momenti di tensione politica tra Conte e Mario Draghi e questa tensione, di fatto, ha aperto la crisi di governo.

Eppure, a ben vedere, solo una lettura superficiale della vicenda può indurre ad addossare in via esclusiva ai Cinque Stelle, o solo a loro e al Centrodestra, gli oneri delle dimissioni di Draghi. E ciò non solo perché Draghi, pochi giorni prima, aveva incassato l’ennesima fiducia del Parlamento, o perché a ben vedere sono stati Lega e Forza Italia a dare il formale colpo di grazia al premier, ma soprattutto perché vi sono responsabilità, innegabili, da parte dello stesso capo del governo e in qualche modo anche di Luigi Di Maio.

Fermo restando che non vi è da essere preoccupati per la caduta del governo Draghi, sia perché in democrazia non bisogna avere paura delle crisi governative, sia perché l’artefice del successo italiano sul Recovery fund all’epoca fu Conte e non Draghi, risulta evidente che la grande maggioranza di coloro che oggi piangono per la caduta del governo sono gli stessi che appena qualche mese fa avrebbero voluto che Draghi si dimettesse da premier per fare il presidente della Repubblica, a dimostrazione del fatto che la fine dell’esecutivo Draghi, come è stato un anno e mezzo fa per la conclusione dell’esperienza di Conte, non mette in pericolo né l’assetto democratico dello Stato né il futuro economico dell’Italia.

Non è un mistero, a ben vedere, che Draghi abbia accettato di fare il presidente del consiglio dei ministri con l’idea di fare poi il presidente della Repubblica. E’ sempre stato il suo obiettivo. Tanto che la mancata elezione di Draghi al Colle ha indotto i sostenitori dell’ex presidente della Bce a giocare la carta del Mattarella bis nella non remota idea, come già accaduto con Giorgio Napolitano, che anche Sergio Mattarella, durante il suo secondo mandato, possa a un bel punto fare un passo indietro per rimettere in corsa proprio Draghi.

In ogni caso, senza negare che anche la posizione assunta dai Cinque Stelle ha avuto un ruolo nella crisi di governo, così come la giravolta della Lega e di Forza Italia, siamo convinti che il principale responsabile della caduta del governo sia stato lo stesso Draghi indirettamente supportato da Di Maio.

L’ex leader dei Cinque Stelle, oggi ministro degli Esteri, nel goffo tentativo di salvare il governo ha fatto una mera operazione di palazzo dando vita al gruppo Insieme per il Futuro, in realtà un gruppo politico senza troppo futuro, forse promettendo a quella sessantina o poco più di parlamentari che lo hanno seguito un esito felice della crisi, ma di fatto realizzando un’operazione che, lungi dal produrre gli effetti sperati, ha offerto a Draghi di uscire di scena consentendo però ai Cinque Stelle di liberare energie e prospettive altrimenti compresse e ingabbiate.

Va in ogni caso riconosciuto che l’operazione condotta da Di Maio avrebbe potuto avere un ben altro esito se Draghi non si fosse comportato come si è comportato. Nei giorni cruciali della crisi, invece di mostare le qualità del vero leader politico, Draghi ha dato l’idea di voler ingigantire il solco con chi, pur sostenendo il suo esecutivo, poneva delle questioni non condivise ma legittime. Invece di ascoltare e mediare ha fatto ricorso, tanto per cambiare, al voto di fiducia, suo vero e proprio cavallo di battaglia, come dimostra il fatto che in un anno e mezzo che è stato a Palazzo Chigi ha posto più di cinquanta volte la fiducia, fino all’ultimo fatale tentativo.

Il sospetto che Draghi volesse chiudere l’esperienza di capo del governo è così forte da apparire, allo stato dei fatti, una certezza. Risultano altrimenti incomprensibili gli attacchi alla Lega, ai Cinque Stelle ed a Forza Italia in un momento in cui doveva abbassare i toni, rassicurare, calmare gli animi. Rifiutiamo di pensare che un uomo che è stato governatore della Banca d’Italia e presidente della Banca centrale europea non abbia minime capacità di mediazione o di problem solving. Siamo piuttosto inclini a credere che, non potendo oggettivamente realizzare tutte le riforme che aveva promesso o che gli avevano fatto promettere, in vista di un autunno a dir poco caldo, Draghi abbia cercato di inasprire il contrasto politico per giustificare l’uscita da Palazzo Chigi in un momento cruciale e in modo da attribuire ad altri, ossia ai Cinquestelle in primis e al Centrodestra, le responsabilità di una propria scelta.

Il principale obiettivo di Draghi, accettando di guidare il governo per gestire, attraverso il Pnrr, i fondi che Conte aveva ottenuto dall’Unione Europea con il Recovery fund, era quello di presentarsi, poi, come il miglior candidato possibile per il Quirinale. I media del mainstream avrebbero dovuto sostenerlo sbandiendo il successo ottenuto con la gestione di tali fondi. Ma le cose sono andate diversamente. Ci sono state difficoltà e la candidatura di Draghi è tramontata. Poco dopo è scoppiata la guerra tra Russia ed Ucraina ed i suoi effetti hanno fatto precipitare tutto mutando le carte in tavola. Conte ed i Cinque Stelle hanno posto questioni, tra cui il salario minimo e il rispetto del reddito di cittadinanza, cui il premier ha risposto in modo intransigente e ponendo la fiducia. Od i Cinque Stelle facevano marcia indietro o si apriva la crisi. L’epilogo è noto. Ai Cinque Stelle si sono accodati Lega e Forza Italia e l’autosfiducia di Draghi si è compiuta nel bel mezzo di un’estate infuocata e già bollente anche per questioni non strettamente meteorologiche.

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