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venerdì 20 Settembre 2019

Lavoro portuale, il Pci chiede il rispetto delle regole e dei diritti


Livorno, 23 agosto 2019 – “Come Partito comunista italiano, federazione di Livorno, siamo contenti che finalmente sia arrivato nel dibattito del Consiglio regionale anche il tema del lavoro portuale. Tema per quanto semplice nella sua struttura e regolamentazione di legge, ma altrettanto di difficile compressione per chi non ne conosce i meccanismi e gli equilibri che lo regolano al suo interno”.

Inizia così la nota inviata alle redazioni dei giornali nella mattinata di oggi, venerdì 23 agosto, dal Pci di Livorno, il cui segretario federale è Luigi Moggia, già candidato a sindaco per lo stesso partito alle ultime amministrative e lavoratore portuale egli stesso.

“Per prima cosa dobbiamo separare la vicenda del lavoro nero recentemente venuta alla luce che non è strettamente connessa al lavoro portuale, ma opera nei servizi portuali, da quella delle operazioni portuali in cui si inserisce la vicenda degli interinali di Intempo”, si legge nella nota inviata dai comunisti livornesi. “In secondo non esistono aziende portuali oltre l’articolo 17 (Alp) che possano far utilizzo del lavoro interinale, e questo dà legge 84/94, e ad oggi vi e un’unica agenzia interinale che viene utilizzata per l’integrazione dei lavoratori negli organici delle aziende nei picchi di lavoro. Inoltre essendo il 17 livornese costituito come comma 5 al suo interno, nella compagine societaria vi è una buona parte delle aziende portuali che determinano l’andamento del economia marittima livornese, e che di fatto contribuiscono, e sono a conoscenza della situazione generale e particolare della precarizzazione del lavoro portuale, altre invece hanno già fatto richiesta di poter entrare nella compagine societaria, portando così la presenza nel border di Alp quasi la totalità della aziende portuali livornesi, un fatto importante del quale non capiamo i ritardi e le remore, credendo che da questo punto di vista vi sia bisogno di velocizzare tale allargamento. Per questo riteniamo che essendo anche l’autorità di sistema portuale all’interno della compagine societaria di Alp, e garante delle dinamiche del lavoro portuale, invece di promuovere tavoli, che storicamente non hanno mai partorito soluzioni al problema, la regione si facesse carico di un interlocuzione forte con l’attuale commissario dell’Adsp ed i suoi eventuali prossimi vertici, per superare le storture e le criticità che da decenni caratterizzano il mondo del lavoro portuale, e che si sono acuite negli ultimi anni con il modificarsi degli assetti societari sulle banchine”.

“Non per ultimo entriamo nel merito delle criticità che a nostro avviso caratterizzano il mondo del lavoro portuale.”, continua la nota. “Prima di tutto bisogna entrare nell’ottica di classe di un sistema che nel contesto storico del trionfo del capitalismo, ne ha assorbito il retroterra culturale, attraverso le parole d’ordine di produttività, e competitività con le quali si è disarticolato il lavoro in generale e quello portuale in particolare. Da questo punto di vista anche la legge 84/94 recepisce appieno questi dettami con l’obbligatorietà di costituire almeno due ex art 16 (ditte appaltatrici) proprio perché vi sia competizione all’interno di ogni circoscrizione portuale. Competizione che garantisce una più alta produttività, e che si esplica attraverso il dunping finanziario, e l’aumento dei carichi di lavoro, dove qui è certo che si metto i lavoratori gli uni contro gli altri riducendone il salario, la sicurezza e i diritti. Le criticità che caratterizzano il lavoro portuale derivano da un mercato del lavoro che se pur regolamentato favorisce per sua stessa costituzione una competizione al ribasso finanziario, soprattutto in questa ultima fase del dopo crisi, in cui gli armatori per ripianare le perdite a mare, scendono a terra per scaricare i costi sui porti e quindi sui lavoratori portuali, tanto che alcuni armatori teorizzano che i porti non devono produrre guadagno. In questo contesto di depauperazione vi e un forte abuso degli straordinari, un aumento dei carichi di lavoro generalizzato a tutti i tipi merceologici che vi sono in porto, tanto che lo sfruttamento della forza lavoro nel nostro porto questo si è odioso, sta nel fatto che calcolando il rapporto quantità di merci movimentate personale occupato prima della crisi, con quello attuale, si stima che vi sia una differenza per difetto di all’incirca duecento lavoratori”.

E ancora: “Altro fattore determinate per le condizioni del lavoro nel scalo Livornese, e l’incremento dell’offerta della manodopera che in questi anni si è verificata con l’aumento degli ex art 16, che ad oggi sono arrivati a 4 e che in molti casi si sostituiscono al 17 nei picchi di lavoro, attraverso appalti non sempre rispettosi l’ordinanza dall’Adsp e recentemente introducendo forme di flessibilità contrattuale, part-time di breve durato o contratti determinati altrettanto di breve durata che di fatto vanno a saturare i picchi di lavoro, in un mercato regolato in cui la flessibilità per legge dovrebbe essere garantita dal ex art 17, riducendo così drasticamente il monte turni di alp, e di conseguenza anche all’agenzia interinale. In questo contesto si inserisce la vicenda degli interinali dell’agenzia intempo che sono di fatto l’ultimo anello di un sistema, e quindi i primi a subire le storture di una comunità quella portuale mai esistita e sottoposta ad interessi personalistici e particolari. Ci teniamo a ricordare, per chi ha poca conoscenza di storia portuale, che per sua natura essendo un mercato fluttuante nelle quantità di lavoro, giornaliero e periodico, vi è sempre stato un bacino di persone che nei momenti di picco di queste fluttuazioni venivano avviati giornalmente, e che tali avviamenti hanno una densità maggiore in certi periodi, e meno in altri, noi vorremmo che, e pensiamo sia possibile, questi avviamenti avessero un numero minimo accettabile anche nei periodi di calo. Il cortocircuito che si e creato, da un punto di vista legislativo, se mai, sta nel fatto, che essendo per legge il bacino Intempo-alp il più formato perché sottoposto ad obblighi formativi maggiori, non vie anche un obbligo o comunque una precedenza in caso di assunzioni a cercare in tale bacino, dà ciò si capisce che nel momento in cui un azienda riesce a stabilizzare parte di quelle fluttuazioni, e non preleva personale dal quel bacino, reclutandolo all’esterno, si crea un monte turni non adeguato al personale in esso presente, e si condannano persone a rimanere precarie per un tempo incondizionato, e relegandoli ad una condizione di vita inumana, abbiamo alcuni casi addirittura di permanenza in tale condizioni da oltre 14/15 anni. Quello che più di tutto non possiamo accettare però e che per un solo problema di profitto si pensi come e stato dichiarato in questi ultimi tempi, di ricorrere ad altre agenzie interinali, senza pensare di introdurre clausole di salvaguardia per il mantenimento del posto di lavoro, se possiamo continuare a chiamarlo cosi, degli attuali lavoratori Intempo”.

“Ribbadiamo che a nostro avviso più che un tavolo di discussione, le criticità sopra citate siano risolubili attraverso un’interlocuzione forte da parte della regione, con l’autorità di sistema portuale che è per legge atta a regolare e condurre certe dinamiche”, aggiunge inoltre il Pci. Che conclude: “Infine crediamo che l’attuale modello di lavoro portuale debba essere modificato, perché a nostro avviso, dato l’impianto culturale di fine novecento su cui poggia, e per il quale si pensava che la storia fosse finita, che il capitalismo potesse da solo risolvere tutti i problemi che il mondo presentava, appianando le contrapposizioni di classe, per cui l’economia di mercato da sola avrebbe creato benessere e prosperità per tutti, oggi che tale ideologia mostra tutti i suoi limiti, in un mondo non più a guida monopolare, in cui riemergono contradizioni latenti, attraverso la crisi, data la quale il capitalismo nella sua continua rivalutazione e riproduzione di se stesso, non può più concedere grandi margini di profitto al lavoro salariato, tale impostazione non è più adeguata a far fronte ad una lotta di classe che si sta sempre più acuendo. Tali modifiche, che nei fatti stanno già avvenendo attraverso forzature ed interpretazioni, che nascondono gli interessi di classe della compagine datoriale, cosciente degli attuali rapporti di forza a loro favore. Mentre noi riteniamo che si debba costituire un blocco sociale che cosciente del proprio ruolo, modifichi gli attuali rapporti di forza, rivoluzionando cosi gli attuali rapporti di produzione in favore e negli interessi dei lavoratori”.

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