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25 Ottobre 2020

Le Province in mezzo al guado


Firenze, 7 febbraio. Dopo la riforma e la cancellazione a metà, le Province sono rimaste in mezzo al guado: con 4 miliardi l’anno di euro tagliati, ben più dei costi della politica, e manutenzione di strade e scuole senza più risorse adeguate. Il presidente della Toscana, Enrico Rossi, lo ha ricordato partecipando ad un convegno della Cgil, a Firenze, dal titolo “Dis-ordinamento istituzionale”, presente anche Susanna Camusso, segretaria nazionale del sindacato. Al centro le Province, il vuoto di rappresentanza che si è creato e la necessità di trovare nuovi momenti d’incontro per risolvere i problemi, ormai urgenti, dell’ente. La Regione, ha detto il presidente, è disponibile a lavorare insieme, a partire dai Comuni, per trovare la giusta dimensione, iniziando dai distretti delle ex associazioni intercomunali da un lato, ventisei o ventisette in tutta la Toscana, e le aree vaste dall’altra. Una proposta su cui iniziare una concreta discussione.
Si è parlato anche di regionalismo e federalismo, perché è necessaria una riforma organica: non si può far continuamente oscillare il pendolo, tra voglia di accentrare e spinte centrifughe. Serve la giusta misura. Ed anche su questo il presidente della Toscana non ha dubbi. L’unico regionalismo adeguato è quello che non alimenta egoismi e chiusure e che non peggiora gli squilibri tra i territori: un federalismo solidale e cooperativo, perché se si cresce, sottolinea, lo si fa solo tutti insieme e questo vale per le regioni con maggiori difficoltà come per quelle virtuose.
Lombardia e Veneto hanno scelto di percorrere la via dell’autonomia speciale. L’Emilia Romagna ha avanzato richieste simili. Nei mesi scorsi anche il Consiglio regionale della Toscana ha approvato, a maggioranza, una risoluzione per l’avvio delle procedure per chiedere l’autonomia speciale in alcuni settori. La possibilità è prevista dall’attuale Costituzione. Il sindacato teme che ciò possa minare l’unitarietà dei diritti e l’accesso ai servizi essenziali. Anche il presidente della giunta non è convinto che la strada del regionalismo asimmetrico e delle competenze a geometria variabile sia la strada migliore, soprattutto se non si garantiscono le risorse. Bisognerebbe invece trovare forme e strumenti con cui Regioni e Comuni possano condizionare maggiormente le leggi di stabilità. Sarebbe necessario che il Parlamento si abitui ad una legislazione sui soli principi e le Regioni alla loro declinazione sui territori. Cosa che non sempre accade e che crea contenziosi.
A proposito delle Province, il presidente della Regione ha ricordato anche come la proposta toscana all’inizio fosse ben diversa dalla legge Delrio: una razionalizzazione da dieci a quattro e l’impegno di tutta la pubblica amministrazione a fare altrettanto, a partire dagli uffici statali periferici. Approvata però la legge, la Regione si è assunta l’onere delle riorganizzazione, ha acquisito funzioni e buona parte del personale e omogeneizzato regolamenti e procedure. Tolta la sanità e le partite di giro, la Toscana nel 2010 poteva infatti contare su 2 miliardi e 250 milioni di euro per le politiche attive, crollati nel 2017 ad un miliardo e 350 milioni. Lo stesso approccio avuto due anni fa, quando la Toscana ha proposto una macro-regione dell’Italia centrale per meglio competere in Europa.
La prossima partita sarà ora quella dei centri per l’impiego, al cui riguardo il presidente si dice favorevole ad una loro internalizzazione.(Nella foto: Livorno, Palazzo Granducale, sede della Provincia)