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27 Settembre 2020

Livorno. Dopo il referendum, uno sguardo al futuro


(Massimo Masiero) Livorno – dicembre. Ha vinto il “No” con il 52,2 per cento (47,837 voti ) sul “Sì” (47,8 per cento e 43,791 voti). A Livorno il vento antirenziano soffia forte da tempo, da quando gli iscritti al partito di maggioranza relativa, il Pd, avevano preferito Bersani al fiorentino che si batteva, già dalle primarie, per il cambiamento. La crisi degli ultimi anni si è fatta più acuta con la chiusura di grandi fabbriche (Trw metalmeccanica) e di medie aziende (Trinseo chimica). Ha investito le famiglie ed diventata “emergenza casa” per tanti rimasti senza lavoro. Sono iniziate le occupazioni di spazi e appartamenti pubblici vuoti da parte degli sfrattati per morosità incolpevole. Sono nati e si sono rafforzati comitati di base e difesa dell’inquilinato, che si sono fatti vedere e sentire con vibrate proteste fin sotto i palazzi delle istituzioni, comunali e governative. Non sempre i partiti hanno saputo o potuto far fronte alle situazioni di precarietà per insufficienza di normative e per obiettive difficoltà. E’ cresciuto il malumore verso il governo e il suo presidente Renzi, ritenuti responsabili di una crisi insistente, che ha investito la città da anni e ha fatto crescere la disoccupazione sulla costa e in città. Il “No” ha trovato terreno fertile, anche perché nel Pd, da quando la sconfitta del giugno 2014 ha traumatizzato le forze tradizionali e sono diventati difficili i rapporti interni. Nel partito convivono varie anime: quella bersaniana, composta dalla vecchia guardia tradizionale, quella renziana per il rinnovamento e la sinistra “più dura e pura”, che ha cercato spazi sempre più a sinistra, ha guardato alle “lotte” sociali e all’urgenza più che mai attuale di affrontare i problemi dell’indigenza dei ceti popolari. La disaffezione verso i partiti ha fatto il resto. In particolare con quel Pd, “sordo e incapace” di andare incontro alla gente, specialmente durante le due ultime giunte amministrative, che pur erano targate dem e non erano riuscite a bloccare, se non a risolvere, la crisi. Il resto è storia recente. La sconfitta al ballottaggio del giugno 2014, il M5S che conquista Palazzo Comunale pur con una percentuale del venti per cento “nuda e pura”. Sono trascorsi due anni e mezzo e la giunta pentastellata ha la maggioranza risicata di un solo voto, ha perso per contrasti vari tre consiglieri, ha una maggioranza risicata, non sembra abbia ottenuto risultati eclatanti e comincia a perdere consensi tra la gente. Cerca con affanno di approcciarsi ai problemi della città. Conduce con fatica la macchina amministrativa comunale. Il referendum è stata l’occasione che i cittadini hanno avuto per esprimere con il “No” una ulteriore protesta, che si è aggiunta alla fronda di parte del Pd locale.
Anche l’avvio del progetto della piattaforma Europa, con tutto quel che ne potrà nascere di positivo per l’economia del porto e della città , “area di crisi complessa”, potevano essere motivo di speranza per il futuro, ma non è stato così. Sembra che si stiano rinfocolando vecchie polemiche all’interno del Pd, che in questo periodo è chiamato a rispondere a ben altre sfide locali. E alla soluzione di questioni antiche: il rafforzamento di una classe politica che sappia proporsi a vari livelli regionali e nazionali; la stesura di un programma (e chi se non il Pd partito di maggioranza relativa in città?) da discutere con iscritti e cittadini, che delinei il futuro; la maggiore collaborazione perché circoli, associazionismo, sindacati, producano idee e suggerimenti per un confronto positivo. Anche perché il referendum ha indicato con chiarezza ciò che vuole l’elettorato, si è giunti a metà legislatura amministrativa, le elezioni politiche sembrano essere dietro l’angolo (a Roma si parla già della prossima primavera) e aumenta la curiosità sulle sorti del territorio livornese.