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19 Luglio 2024

Una seduta del Gran consiglio (foto Wikipedia)

Ottant’anni fa la caduta del fascismo


(Marco Ceccarini) Livorno, 25 luglio 2023 – Come oggi, ottant’anni fa, il Gran consiglio del Fascismo metteva ai voti l’ordine del giorno presentato dal gerarca Dino Grandi, interessato a non far venir meno il sistema sociale e politico in cui si esprimeva il suo potere, teso a far uscire di scena Benito Mussolini, fino ad allora capo indiscusso del Fascismo. La votazione avvenne nelle primissime ore del 25 luglio 1945, dopo che nel pomeriggio del 24 luglio era iniziata una discussione convulsa, a tratti accesa, che andò avanti per tutta la notte, fino a quando, appunto, il Gran consiglio approvò l’ordine del giorno Grandi.

Scopo di quell’ordine del giorno, elaborato in accordo con la corona, era fare in modo che il re d’Italia, Vittorio Emanuele II, riprendesse in mano la guida delle forze armate e il governo del Paese. Mettere in minoranza Mussolini, secondo Grandi, consentiva anche di salvare il Fascismo ed avviare un’operazione politico-istituzionale in cui, assieme ai gerarchi del regime, si sarebbe salvata anche la monarchia. Il punto, quest’ultimo, su cui era stata trovata l’alleanza con il re Vittorio Emanuele II.

Su ventotto presenti, diciannove votarono a favore, otto contro e uno solo si astenne. Tra coloro che votarono a favore, vi fu anche Galeazzo Ciano, genero del duce, marito di Edda Mussolini. Il duce, subito dopo la votazione, chiuse la seduta.

Nel pomeriggio del 25 luglio Mussolini salì a Villa Savoia per rassegnare le dimissioni. Vittorio Emanuele II gli comunicò l’intenzione di dar vita a un nuovo esecutivo di natura tecnico-militare guidato da Pietro Badoglio. All’uscita dalla residenza regia, però, trovò una squadra di Carabinieri che lo arrestarono e che, fatto salire su un’autoambulanza, lo condussero in due caserme dell’Arma di Roma prima di inviarlo, da carcerato, sull’isola di Ponza e alla Maddalena e quindi sul Gran Sasso.

La scelta di Badoglio, di fatto, fu obbligata in quanto l’ex capo di Stato maggiore era gradito sia al re che alle forze antifasciste in quanto, come possibile capo del governo, era ritenuto in grado di affrontare le future sorti militari del Paese e al contempo di far virare l’Italia verso la direzione desiderata dai gerarchi fascisti e della monarchia.

I calcoli, però, erano sbagliati e il tentativo tardivo e disperato. In realtà quello che si decretò il 25 luglio non fu soltanto la fine del regime di Mussolini ma anche e soprattutto, fortunatamente, di un sistema sociale e politico, già in crisi a causa degli eventi bellici che stavano volgendo al peggio, che fu definitivamente segnato dall’avvio contraddittorio e drammatico della tragica fine di una ventennale esperienza, quella del regime fascista, a cui solo la lotta di liberazione nazionale e il 25 aprile 1945, assieme all’avanzata degli Alleati, avrebbero posto fine restituendo libertà e dignità al popolo italiano.

Alla gioia per il tramonto della dittatura, in verità, in breve si sostituì la consapevolezza che, nonostante la prospettiva della resa senza condizioni, la guerra continuava al fianco della Germania nazista. Con tutto ciò, per tutto il mese di agosto, mentre gli Alleati avanzavano in Sicilia, Badoglio e il re continuavano a sperare che era possibile gettare le basi per la continuità dello Stato fascista nell’Italia che sarebbe sorta dopo la guerra. In quest’ottica concepirono l’armistizio dell’8 settembre e il passaggio al fianco degli Alleati. Lo scopo era garantire l’impunità ai gerarchi e la continuità della monarchia.

Le modalità del crollo della dittatura, che moriva non sotto la spinta di una ribellione popolare ma attraverso un’operazione politico-istituzionale condotta dalla corona e dai gerarchi del regime, indicavano la natura assai complicata della transizione italiana dal fascismo alla democrazia, peraltro gradita agli inglesi che, al contrario degli americani, avrebbero preferito la continuità istituzionale della monarchia.

La monarchia aveva aperto le porte al potere di Mussolini sostenendo poi l’aggressione alla Spagna repubblicana e le guerre coloniali in Africa, l’occupazione dei Balcani, l’aggressione alla Francia e l’invasione dell’Unione Sovietica. Aveva firmato l’ignominia delle leggi razziali ed avallato le persecuzioni e le carcerazioni dei politici antifascisti. La viltà di quella monarchia era stata confermata quando neppure lo sbarco degli Alleati in Sicilia il 10 luglio era bastato per prendere una decisione e destituire Mussolini. In realtà Vittorio Emanuele II aveva dovuto aspettare il pesante e tragico bombardamento su Roma del 19 luglio, con devastazioni e migliaia di morti, per concepire la notte del Gran consiglio.

Ma il popolo italiano, guidato dai partiti antifascisti, non aveva alcuna intenzione di salvare i criminali di guerra né di avallare la mancata defascistizzazione delle istituzioni.

I conti con quella monarchia, capace di fuggire da Roma all’annuncio dell’armistizio, sarebbero poi stati regolati dal popolo italiano con il voto a suffragio universale nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

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