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24 Gennaio 2021

Palazzo Grande sì o no, Diaz masticò amaro ma oggi è di nuovo al centro del dibattito


(Simone Consigli) Livorno, 12 dicembre 2019 – Il Palazzo Grande è al centro del dibattito cittadino. La chiusura di due importanti attività commerciali site nella struttura, il Mc Donald’s e lo storico Bar Dolly, quest’ultimo fallito in seguito alla fuga dei clienti per il degrado e la microcriminilatà della zona, hanno sviluppato un movimento d’opinione molto diffuso, primariamente per la messa in sicurezza delle zone circostanti. Si parla infatti di spaccio di droghe sotto i portici, poca illuminazione, abbandono e sporcizia, per poi far riaccendere la miccia della nota poca soddisfazione per la struttura da parte dei livornesi, che già a pochi giorni dalla costruzione nel 1950 ribattezzarono l’edificio col nome “nobile interrompimento”, esprimendo così già da subito la predilezione per l’antica piazza Vittorio Emanuele che il Palazzo Grande andava a dividere in due aree, da una parte l’area civica, dall’altra quella religiosa.

Basta fare un giro sui social network, in particolare su Facebook, ma anche solamente chiedere opinioni ai livornesi per strada e nella zona di piazza Grande, per raccogliere dichiarazioni del tipo “demoliamolo e facciamoci un parcheggio” oppure “buttate giù quell’orrendo mostro e ridateci la vecchia piazza”.

A raccogliere i dati e il malcoltento espresso dai livornesi ed a farsi carico dei possibili progetti di soluzione è stato il gruppo cittadino giovanile del Pd, Giovani democratici, che ha stilato una mozione, protocollata lo scorso 29 novembre, deponendola nelle mani del consigliere comunale Filippo Girardi del Pd, che cntiene la richiesta di arrestare il degrado del Palazzo Grande. Nel testo l’ipotesi dell’abbattimento viene scartata e si richiede al Comune di intraprendere un dialogo con la proprietà dell’immobile per definire le linee d’indirizzo d’uso dell’immobile e far tornare fruibili gli spazi, nonché all’Amministrazione e al sindaco Luca Salvetti. In particolare alla Polizia municipale si fa richiesta di vigilare e garantire sicurezza.

Ma cos’è che non è mai andato giù ai livornesi del Palazzo Grande? Ad intervenire è il professor Alessandro Merlo, architetto e docente universitario a Firenze, in questi giorni a L’Havana, Cuba, per la co-direzione del progetto di ristrutturazione della sede della facoltà di Arte teatrale e Cultura locale: “La mia opinione sul Palazzo Grande è che rappresenta un’opera dal valore storico ed architettonico assoluto e indiscusso. Non si può certo attribuire a un immobile lo stato di degrado in cui versa il centro città. Fa sempre comodo cercare le colpe altrove, e soprattutto, dove si può creare un po’ di bagarre, mentre basterebbe più concretamente capire le intenzioni di una proprietà fino ad ora dimostratasi insensibile ai problemi di una città e di un’Amministrazione che, ahimè, non sembra aver puntato sulla valorizzazione del proprio patrimonio culturale”.

Merlo è un profondo conoscitore della storia architettonica di Livorno, in particolare ha dedicato una collana di libri intitolata “Su e giù per Livorno” alle vicende delle ricostruzione dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale. Uno di questi libri si intitola “Italian eclectic, il Palazzo Grande di Livorno”. Nel libro si citano le critiche autorevoli molto positive a livello internazionale, subito all’indomani della costruzione, da parte di Reyner Banham, che lo definì “un esempio dello stile eclettico italiano”, di Saverio Muratori. Per Merlo il Palazzo Grande è stato concepito come un centro commerciale naturale ed i livornesi non riescono ancora a digerirlo e rimpiangono la vecchia piazza inutilmente, perchè non viene recepito il concetto della Piazza Grande totalmente cambiata: “Prima era frastagliata e non omogenea, chi si fermava notava la misura e non l’architettura”.

Le vicende politiche che accompagnarono il concorso di definizione architettonica dell’edificio e dell’iter dei Consigli comunali annessi all’approvazione del Piano di ricostruzione post bellica sono narrate con minuziosità da Merlo nel suo libro. Nel libro si ricorda poi che l’autore del disegno del Palazzo Grande, l’architetto Luigi Vanzetti, fu autore a Livorno anche della Cassa di Risparmi in via Cairoli, del “blocco Tanzini” o “Lotto Cacialli” sempre in piazza Grande e del complesso di abitazioni popolari in via Piave, in un progetto unitario di redifinizione del centro cittadino, che aveva, secondo le stime, solo l’8 per cento di edifici storici sopravvissuti ai bombardamenti alleati e alle mine naziste.

La ditta che si incaricò della costruzione del Palazzo Grande fu la Società Immobiliare, con sede a Roma. L’Amministrazione comunale dell’allora sindaco Furio Diaz fu costretta a scendere a compromessi, si narra ancora in “Italian eclectic”, con tale società, per poter disporre di faciltazioni per altre ricostruzioni cittadine. Si riporta infatti come l’Amministrazione volesse un palazzo più piccolo per la nuova Piazza Grande, ma la Società Immobiliare bollò come anti economico tale progetto voluto dal Comune e si dovette procedere gioco forza al progetto odierno. Inoltre, siamo nel 1949, “i 2800 metri quadri occorrenti alla costruzione del nuovo edificio vennero ceduti a 5000 lire al metro quadro contro le 18.000 lire stabilite dall’ufficio Tecnico del Comune”, come fedelmente si riporta in “Italian eclectic”.

La costruzione del Palazzo Grande fu un iter dunque molto complesso sulla cui trasparenza si discute ancora oggi. La configurazione definitiva della piazza fu ratificata dopo ben quattro varianti al Piano di ricostruzione, nell’anno 1950. Sulla vicenda si pronunciò anche una commissione istituita dalla Società Immobiliare, formata dagli architetti Piacentini, Foschini e Michelucci, con lo scopo di “sbloccare” l’iter amministrativo. Questo fu il giudizio sul progetto di Luigi Vagnetti: “Il collegio ha espresso il parere ch’esso corrisponde ai presupposti di decoro che l’ubicazione comporta, e che, anzi, sia manifesto dal progetto stesso come la preoccupazione di realizzare un edificio di grande decoro sia il tema dominante dello studio. Sotto tale aspetto il progetto merita quindi di essere realizzato nell’interesse stesso della città di Livorno”.

La Giunta dunque approvò, era il gennaio 1950, e dovette rinunciare alla realizzazione di un edificio a valenza esclusivamente pubblica, avvallando il progetto della Società Immobiliare, che con l’indirizzo commerciale non potè fare altro che garantirsi un buon reddito.