Enrico Berlinguer e Santiago Carrillo (foto libera da diritti tratta da Wikipedia)
Quella sera a Livorno
11 Luglio 2025
(Marco Ceccarini) Livorno, 11 luglio 2025 – Esattamente cinquant’anni fa i segretari di due grandi partiti comunisti occidentali, l’italiano Enrico Berlinguer e lo spagnolo Santiago Carrillo, lanciarono un’idea suggestiva quanto ardua: realizzare il socialismo nei Paesi capitalistici attraverso la progressiva attuazione di riforme economiche e sociali nel rispetto delle regole democratiche.
Era la sera dell’11 luglio 1975. A Livorno, in una piazza della Repubblica stracolma di uomini e donne di ogni età, all’indomani della grande avanzata elettorale del Pci alle regionali di giugno, Berlinguer e Carrillo parlarono di pace, della necessità di liberare la Spagna dal franchismo e sul piano internazionale di avviare una fase per superare, all’interno del movimento marxista, la cosiddetta via nazionale al socialismo e proporre un socialcomunismo europeo in grado di affermarsi attraverso la via parlamentare.
In Spagna il Pce era ancora clandestino, messo fuorilegge dalla dittatura di Francisco Franco, mentre in Italia, dopo il golpe del 1973 in Cile contro il socialista Salvador Allende, erano ormai chiari i rischi della polarizzazione politica e di conseguenza era necessaria un’ampia convergenza democratica per garantire al Paese la stabilità che serviva per affrontare le sfide politiche ed economiche del momento.
A partire dall’analisi della delicata situazione mondiale, vedendo che in Europa il terrorismo di differenti matrici stava portando un attacco reale ai principi democratici, considerato che il Pci aveva quasi raggiunto le dimensioni della Dc, secondo Berlinguer era il momento di cercare una convergenza con la stessa Dc ma anche con il Psi per sconfiggere il terrorismo che creava nel Paese paura ed instabilità sociale, mentre sul piano internazionale, secondo il leader comunista, occorreva trasformare in proposta transnazionale quanto il Pci aveva preso ad elaborare dopo la rottura con il Pcus e il blocco dell’Est consumata nel 1968 dopo la condanna dell’invasione della Cecoslovacchia e la repressione della Primavera di Praga guidata da Alexander Dubček da parte dell’esercito sovietico.
In questa situazione nazionale ed internazionale, assieme al democristiano Aldo Moro, suo interlocutore privilegiato, Berlinguer stava sviluppando la strategia del compromesso storico che aveva come scopo l’avvio della collaborazione tra Pci e Dc al fine di unire le due grandi anime del popolo italiano, quella laica e quella cristiana, per creare una più ampia base di consenso per la gestione del Paese. L’affermazione di un’idea di comunismo democratico in grado di differenziarsi dal modello sovietico, trasformando in proposta europea la coraggiosa posizione espressa dal Pci di Luigi Longo nel 1968, era pertanto premessa e al tempo stesso conseguenza di quanto veniva elaborato, seppure in modo autonomo, a livello nazionale. La strategia del Pci, di cui Berlinguer era stato protagonista fin da prima che nel 1972 divenisse segretario generale, a livello internazionale puntava al superamento dei due blocchi figli dela guerra fredda, Est ed Ovest, proponendo un governo mondiale per la pace, intesa come fattore di sviluppo. Parallelamente, sulla strada già tracciata da Palmiro Togliatti e da Longo, rivendicaca una terza via al socialismo in Italia e in Occidente fondata sulla democrazia e la libertà, cosa che lo aveva posto e lo poneva in contrasto con l’Unione Sovietica.
La denominazione eurocomunismo, a Livorno, non fu utilizzata. Essa fu data alla proposta di Berlinguer e Carrillo dalla stampa internazionale qualche mese dopo, tra il 1975 e il 1976, quando al progetto aderì anche il Pcf di Georges Marchais che in quel momento era al go_verno della Francia a sostegno del presidente socialista Francoise Mitterand. Ma i contenuti dell’eurocomunismo furono già esplicitati quella sera di mezzo secolo fa a Livorno. L’adesione del Pcf e di altri partiti comunisti minori dell’Europa occidentale, da lì a poco, risultò importante sul piano strategico ma non mutò il senso della proposta ormai concepita.
L’obiettivo dell’eurocomunismo incarnava l’originale e coraggiosa prospettiva di costruire il socialismo nella democrazia attraverso la libera scelta dei popoli. Il suo scopo era rompere il legame con l’Unione Sovietica, o quantomeno alleggerirlo fortemente, per farsi parte integrante di una nuova sinistra paneuropea che, sorgendo dalle teorie marxiste-leniniste, attraverso la contaminazione con la socialdemocrazia e con il cristianesimo sociale, puntasse alla costruzione di un socialismo dal volto umano, per dirla con le parole di Dubček, in cui i diritti economici e sociali dovevano essere garantiti ed ampliati assieme ai diritti civili, nel quadro di una sempre crescente partecipazione popolare alla gestione della cosa pubblica e delle risorse economiche.
La convergenza in questo ambizioso progetto di molti partiti o movimenti comunisti o di ispirazione comunista fa capire come, per quanto oggi possa sembrare strano, l’idea di un marxismo venato di socialismo umanitario intermedio tra il marxismo-leninismo e la socialdemocrazia, in quel momento, non sembrasse affatto irrealizzabile. L’eurocomunismo, nel rifiutare il socialismo sovietico, portava in sé istanze riformiste e cristiano-sociali ed intendeva essere il punto di partenza di una trasformazione delle società occidentali in senso socialista. Il superamento della società capitalista era visto anche come superamento della subalternità europea agli Stati Uniti d’America. L’accettazione del sistema parlamentare multipartitico e il confronto democratico erano alla base di un progetto di largo respiro che proponeva un modello politico-ideologico di natura transnazionale.
Senza voler sminuire la figura di Carrillo, di cui va anzi riconosciuto il coraggio di aver condiviso una sfida così ambiziosa e anche un po’ visionaria da capo in esilio di un partito clandestino, nonché il merito di essere stato uno dei maggiori autori della spallata inferta da lì a poco al regime ormai al tramonto del dittatore Franco, è innegabile che il centro propulsore dell’eurocomunismo sia stato l’Italia. I comunisti italiani, in quegli anni, erano in ascesa e non temevano i confronti elettorali. Inoltre pensavano sinceramente che le società occidentali, con il loro sistema capitalistico ammorbito dalle riforme innestate di concerto dai grandi partiti di massa nel tessuto sociale e politico, fossero pronte a sostenere una ulteriore trasformazione sociale e politica nell’ambito delle democrazie parlamentari.
L’adesione all’eurocomunismo di partiti di diversi Paesi, ad esempio quelli di Olanda, Gran Bretagna e Austria, così come di alcuni in Centro e Sud America, Asia e perfino Oceania, dimostrò che la proposta era credibile e ritenuta possibile a livello planetario. Essa rappresentò la prospettiva in cui credettero milioni e milioni di comunisti in Italia e nel resto d’Europa ed è probabile che, se non vi fosse stata la caduta del Muro di Berlino con il conseguente crollo del sistema dei Paesi dell’Est, l’eurocomunismo sarebbe potuto divenire la stella polare della battaglia politica di un movimento socialcomunista internazionale di stampo non sovietico. Era un sogno, forse. Ma un sogno che da quella sera di Livorno in poi, per tutta la seconda metà degli anni Settanta e gran parte degli anni Ottanta, sembrò non solo teoricamente ma anche pragmaticamente possibile e per certi versi auspicabile.
Ultimi post di Redazione (vedi tutti)
- I Cinque Stelle livornesi con Conte: “Meloni condanni l’attacco Usa al Venezuela” - 5 Gennaio 2026
- A Protti la Livornina d’Oro e l’amore della città: “È il massimo che potessi avere” - 3 Gennaio 2026
- Salvetti saluta il 2025 illustrando gli obiettivi raggiunti e le dieci cose belle - 23 Dicembre 2025



>