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20 Aprile 2026

Il cortocircuito dello Stato


(Marco Ceccarini) Livorno, 31 marzo 2026 – Due episodi, avvenuti nella stessa settimana, offrono un quadro eloquente della sicurezza in Italia. Il primo si è verificato in una scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo: un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante, Chiara Mocchi, mentre trasmetteva l’aggressione in diretta su Telegram. Il secondo riguarda il Senato, impegnato nella discussione di un nuovo decreto sicurezza composto da trentatré articoli con nuovi reati, pene più severe e sanzioni per i genitori, ma con scarsa attenzione alla prevenzione e alla povertà educativa.

Come evidenzia l’avvocato Roberto Cataldi, esperto in questioni di sicurezza sociale, si tratta di due vicende solo apparentemente distanti. Da un lato, un gesto estremo che interroga sulle condizioni sociali e psicologiche di un minore; dall’altro, una risposta istituzionale che privilegia l’inasprimento delle pene rispetto agli interventi preventivi. Ne emerge un dialogo implicito tra realtà e politica. In questo contesto, colpisce la reazione del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha sollecitato una rapida approvazione delle norme repressive senza soffermarsi sul funzionamento dei servizi territoriali, dalla neuropsichiatria infantile agli assistenti sociali. Un richiamo ancora più significativo considerando che il decreto era già in vigore da settimane, senza aver impedito l’episodio.

Si consolida in questo modo una logica ricorrente: più attenzione alla punizione che alla prevenzione. Una strategia che riflette un arretramento dello Stato sul piano sociale, accompagnato da un rafforzamento della risposta penale, mentre restano marginali gli investimenti nei servizi educativi e di supporto.

Il decreto attualmente in esame al Senato rappresenta una scelta politica precisa: di fronte alla complessità dei fenomeni sociali, si privilegiano strumenti immediati e visibili come l’inasprimento delle sanzioni. È il terzo intervento d’urgenza in tre anni, dopo quelli del 2023, incluso il cosiddetto decreto Caivano, senza che sia stato ancora definito un disegno organico.

A ciò si aggiungono criticità tecniche: la produzione normativa, spesso accelerata e frammentaria, presenta lacune e incoerenze segnalate da diversi organi istituzionali. Ma il nodo principale riguarda l’equilibrio del sistema penale. Le pene sono tradizionalmente calibrate sulla gravità dei reati; intervenire su singole fattispecie senza una revisione complessiva rischia di alterare il principio di proporzionalità, fondamentale per garantire coerenza e giustizia. In tale contesto si inserisce quella che molti definiscono una deriva “panpenalista”: la tendenza a rispondere a ogni emergenza con nuove norme penali, spesso più orientate a rassicurare l’opinione pubblica che a risolvere i problemi. Il rischio è trasformare il diritto penale in uno strumento di comunicazione politica.

Nel frattempo, le criticità strutturali persistono: la neuropsichiatria infantile è in difficoltà, le carceri restano sovraffollate e le scuole faticano a svolgere un ruolo di presidio sociale. Il sistema continua a intervenire soprattutto nella fase repressiva, senza rafforzare la prevenzione né il percorso intermedio. La sicurezza, però, si costruisce prima che nei tribunali: nasce nei territori, nei servizi e nelle scuole, dove è possibile intercettare il disagio e prevenirne gli esiti violenti. Quando queste reti sono deboli o assenti, il diritto penale arriva inevitabilmente troppo tardi.

Rimane infine una domanda cruciale: dove erano le istituzioni, e la comunità nel suo insieme, mentre quel ragazzo maturava il proprio percorso di marginalità? Prima della scelta individuale della violenza esiste una responsabilità collettiva fatta di assenze, ritardi e mancate risposte. Poco prima dell’aggressione, il tredicenne aveva scritto su Telegram di voler “prendere in mano la situazione”, espressione che riflette solitudine e mancanza di alternative. Il tema, dunque, non riguarda solo la sicurezza, ma il modello di società: una società che rischia di intervenire solo quando è ormai troppo tardi.

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