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3 Marzo 2024

Il convegno su Coccioli (foto Costa Ovest)

Aspettando la targa al Famedio, Livorno ricorda Coccioli con un convegno in Corea


(Anna Viola) Livorno, 31 ottobre 2023 – Un bel convegno è stato organizzato a Livorno dall’associazione Don Nesi di Corea per rendere omaggio a Carlo Coccioli, scrittore di fama internazionale, del quale è caduto quest’anno il ventennale della scomparsa, avvenuta a Città del Messico il 5 agosto 2003.

Stefano Romboli, animatore dell’associazione Don Nesi, ha chiamato al confronto due esperti di letteratura, Giorgio Bernard ed Antonio Celano, oltre al giornalista Marco Ceccarini, che Coccioli conobbe ed intervistò in più occasioni quando, alla metà degli anni Novanta, prese casa in Venezia per tentare un improbabile ritorno nella città in cui era nato il 15 maggio 1920 e dove aveva vissuto l’infanzia.

Doveva essere presente anche l’assessore alla Cultura del Comune di Livorno, Simone Lenzi, già curatore di un’edizione italiana di “Documento 127”, incentrato sul suo itinerario di conversione all’Ebraismo, ma impegni istituzionali lo hanno trattenuto a Roma. Lo scrittore ed editore Gordiano Lupi, titolare di Foglio Letterario, è stato invece bloccato dal maltempo a Piombino.

Il Rotary Club Livorno, presente in sala con il past president Gianluca Rossi, ha chiesto al Comune di poter apporre, in onore e memoria di Coccioli, una targa al Famedio di Montenero. Entro breve la commissione Toponomastica esaminerà la proposta. Poiché, secondo quanto emerso nel corso dell’evento svolto in Corea, l’idea della targa al Famedio non sarebbe affatto dispiaciuta allo stesso Coccioli, l’auspicio è che l’idea del Rotary possa essere accolta e realizzata.

Omosessuale, padre adottivo di Javier che vive in Messico, partigiano e medaglia d’argento al valore militare, capace di scrivere correttamente in italiano, francese e spagnolo, traduttore di sé stesso, da bambino Coccioli seguì in Libia il padre Attilio, ufficiale dell’esercito italiano, trascorrendo l’adolescenza a Tripoli e in Cirenaica. In seguito tornò in Italia con la madre Anna, prima a Firenze e poi a Fiume per motivi di studio, ma la seconda guerra mondiale interruppe ogni progetto. Dopo l’8 settembre 1943, ossia dopo l’armistizio seguito alla caduta del fascismo, si unì alle formazioni partigiane sull’appennino Tosco-emiliano. Catturato dai tedeschi, evase dalla prigione di Bologna. Ciò gli valse, a guerra finita, la medaglia al valore militare.

Nell’immediato secondo dopoguerra, si laureò in Lingue e letterature araba ed ebraica presso l’Istituto orientale di Napoli. A questo periodo risalgono le prime esperienze letterarie che, dopo “Il cielo e la terra”, romanzo d’esordio uscito a Firenze nel 1950, lo portarono nel 1952 alla pubblicazione a Parigi di “Fabrizio Lupo”, che l’autore non tradusse in italiano fino al 1978, romanzo che al momento della prima uscita fece grande scalpore per il racconto in termini espliciti da parte del protagonista, un giovane cattolico, della sua omosessualità. Proprio a causa di ciò, dopo aver già abbandonato l’Italia, Coccioli dovette abbandonare anche la Francia per trasferirsi in America Latina e negli Stati Uniti prima di scegliere definitivamente il Messico, dove ha scritto le sue opere più importanti, da “David” nel 1976, col quale conquistò la finale del Premio Campiello in Italia, a “La casa di Tacubaya” nel 1982, a “Piccolo karma” nel 1987 ed a “Budda” nel 1990, in linea con quella ricerca di Dio che lo ha portato, nel corso della vita, a passare dal Cattolicesimo all’Ebraismo e da questo all’Induismo e infine al Buddismo.

Tradotto in una ventina di lingue del mondo, Coccioli è assai più conosciuto in America Latina e in Francia che in Italia, come ben dimostra il fatto che il suo nome, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, è stato diverse volte accostato al premio Nobel per la letteratura. Iniziative come questa, in cui alcune esponenti del circolo Letture ad Alta Voce hanno anche recitato dei brani tratti da opere coccioliane, possono dunque aiutare il recupero culturale di questo autore che Pier Vittorio Tondelli definì “lo scrittore assente”.

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