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29 Settembre 2020

Amarcord: 100 anni di Giro d’Italia. Bartali il pio, Coppi libero pensatore, nei ritratti di Curzio Malaparte


(Massimo Masiero) – Oggi il Giro d’Italia con i suoi cento anni di storia e di gloria parte da Alghero, la città dove s’incrociano ancora nel parlare lingue antiche, la catalana e la sarda, e i bastioni color ocra si specchiano sull’indefinibile azzurro del suo mare. Una cavalcata multicolore di corridori, cavalcanti luccicanti biciclette, rumorosamente fruscianti sull’asfalto, che li porterà per 203 chilometri di saliscendi nel paesaggio investito dalla primavera , dalla Riviera del Corallo alla Costa Smeralda fino al Olbia. Ne sono passati di anni da quando, nel 1909, il primo vincitore fu Luigi Ganna. Un secolo di vita con le sue gioie e i suoi dolori, la morte recente di Michele Scarponi, al cui nome sarà dedicato il Giro, e Stefano Pirazzi,30 anni,laziale, e Nicola Ruffoni, 26, bresciano non partiti perchè risultati non negativi al controllo antidoping, con i suoi campioni antichi e moderni, le loro rivalità e su tutti Bartali e Coppi o Coppi e Bartali (raffigurati nella storica foto della borraccia) come preferivano citarli le tifoserie, il pio toscano e il piemontese libero pensatore, che suscitavano entusiasmi e facevano palpitare i cuori di uomini semplici e di grandi firme, che ne hanno raccontato le gesta in pagine di giornalismo scritto e parlato. A questi due campioni, in questo giorno così carico di ricordi, dedichiamo i ritratti singolari di Curzio Malaparte, autore di Kaputt, Le Pelle, Maledetti Toscani, e altro (Prato 1898 – Roma 1957), comparsi nella rivista “Sport Digest”, dal titolo “Le deux visages de l’Italie: Coppi e Bartali”, nel 1949, periodo in cui lo scrittore viveva spesso a Parigi, ripubblicati nel 2009, nella deliziosa collana della Biblioteca Minima della Adelphi Edizioni di Milano, arricchiti dalla nota di Gianni Mura, altra grande firma dello sport italiano. In poche pagine è narrata “La nobile lotta tra due campioni e tra due volti immutabili del nostro paese”.
Andiamo allora a leggere Curzio Malaparte, che li descriveva quando erano ancora in vita.
“Entrambi figli del popolo, discendenti dai migliori ceppi del popolo italico (i toscani e i piemontesi sono considerati, a ragione, i più intelligenti tra gli italiani), rappresentano in qualche modo le due grandi correnti del pensiero italiano contemporaneo. Bartali appartiene a coloro che credono alle tradizioni e alla loro immutabilità, Coppi a coloro che credono al progresso. Gino è con chi crede al dogma, Fausto con chi lo rifiuta, nella fede, nello sport e nella politica così come in ogni altro campo. Bartali crede all’aldilà, al paradiso, alla redenzione, alla resurrezione, a tutto ciò che costituisce l’essenza della fede cattolica. Coppi è un razionalista, un cartesiano, uno spirito scettico, un uomo pieno d’ironia e di dubbi che confida solo in se stesso, nei propri muscoli, nei polmoni, nella buona sorte. Bartali non crede alla sorte. La sua fortuna si chiama Provvidenza. E’ Lei a governare ogni cosa sulla Terra, e quindi anche sulle strade. Gino è un ispirato, Fusto uno scettico. La casa di Bartali è la casa del buon Dio – scriveva di recente Pierre About – Da lui, tavola imbandita. La cucina è sempre popolata, i fornelli cuociono senza sosta, le camere degli ospiti non sono mai vuote. Solo l’altare dove recita le sue preghiere è rispettato. Là Gino entra in contatto con Santa Teresa di Lisieux, di cui possiede una bella statua”.
“Fausto Coppi non è protetto da una santa. Non ha nessuno in cielo, che si occupi di lui. Il suo manager e il suo massaggiatore non portano le ali. E’ solo. Solo sulla sua bicicletta. Non pedala con un angelo appollaiato sulla spalla destra. E’ un uomo. Un uomo nel senso più moderno e scientifico della parola. Bartali è un uomo nel senso antico, classico e anche metafisico della parola. E’ un asceta che in ogni istante mortifica e dimentica il corpo, un mistico che confida soltanto nel proprio spirito e nello Spirito Santo. Gino sa che, se il motore della Provvidenza perde anche un solo colpo, anche per lui può arrivare la disfatta. Bartali prega pedalando. Alza la testa solo per guardare al cielo. Sorride ad angeli invisibili. Fausto Coppi, invece, è un meccanico. Crede solo al motore che gli è stato affidato, vale a dire al suo corpo. Per tutta la tappa è lui a condurre: è solo lui, voglio dire, a condurre la macchina, il suo corpo. Dalla partenza all’arrivo, dall’inizio alla fine della corsa, non smette un solo istante di tenere sotto controllo quel motore preciso, delicato e formidabile che è il suo corpo. Pedala a testa bassa, gli occhi fissi su invisibili manometri. Sa che una perdita d’olio, un semplice colpo di testa, un accesso di tosse del carburatore, la sincope di una candela, possono costargli la vittoria. Coppi non teme l’inferno: teme il secondo posto nell’ordine di arrivo. Sa che Bartali forse arriverà per primo in paradiso. Ma che gli importa? Fausto Coppi vuole arrivare primo sulla Terra”.
Malaparte, maledetto toscano, penna verace al vetriolo, era conterraneo di Bartali, che confessava di amare più perché nati nella stessa terra, ma aveva per Coppi un’ammirazione altrettanto sconfinata. E di loro esaltò l’amicizia e il loro volersi bene.
“Questi due atleti perfetti, tra i più grandi che esistano, sono tanto diversi tra loro quanto possono esserlo due diverse rappresentazioni del mondo, due modi diversi di concepire l’universo e l’esistenza. Il duello tra questi due rivali, tra questi due nemici fraterni, è il più bello il più puro e il più nobile al quale sarà mai dato di assistere. Lo sport internazionale forse non vedrà mai più, l’uno di fronte all’altro, due campioni che incarnino a tal punto i due aspetti essenziali del mondo moderno”. Parole profetiche di un’epoca che divise l’Italia in bartaliani e coppiani, ma unita dall’orgoglio e dalla volontà di uscire dal buio periodo bellico. masierolivorno@gmail.com