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mercoledì 18 Settembre 2019

Anche a Livorno il nuovo film di Almodòvar in concorso a Cannes


(Donatella Nesti) Livorno, 19 maggio 2019 – “Io non mi sento femminile per niente, anche se capisco la sensibilità femminile. Io odio le dimostrazioni omosessuali ovvie” . Così si esprimeva Pedro Almodòvar in un intervista rilasciata nel 1988 e riportata nel libro ”Folle folle Pedro” (ed Tredicilune) che val la pena di leggere o rileggere. In quello stesso anno Almodòvar dichiarava ”Penso che tra uomo e donna esista una totale incomprensione, non si sono mai capiti e non si capiranno mai, non è però negativo anzi può essere eccitante”.
Queste parole sembra possano sintetizzare alcuni dei temi che il grande regista spagnolo ha affrontato nel suo cinema che apparve agli inizi degli anni ’80 come un sole ad illuminare stati d’animo depressi dopo i terribili anni di piombo. A ripensare l’effetto esplosivo che fecero pellicole come ”Pepi Luci e Bom” ”Labirinto di passione” ”L’indiscreto fascino del peccato ”La legge del desiderio””Matador” con quel mix inimitabile di dramma e divertimento, di colore, passione, tradimento, esagerazione, kitsch non si può negare che il regista della Mancha abbia segnato uno spartiacque nella cinematografia europea. Alla fine degli anni ’80 era già un regista affermato e capace di riempire le sale con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” “Tacchi a spillo” fino alla consacrazione dell’Oscar con “Tutto su mia madre” ed altri capolavori come “Parla con lei” e “Volver”. Almodòvar-Banderas un binomio irrinunciabile con una pausa di circa vent’anni dovuta alla carriera Hollywoodiana di Banderas. I due amici sono tornati insieme nel 2011 con il cupo ‘La pelle che abito’ e nel 2013 con ‘Gli amanti passeggeri’. In quell’anno il regista dichiarò che il successo, la notorietà lo avevano allontanato dalla gente, dalla realtà. Quando da giovane lavorava alla compagnia telefonica era un attento osservatore di esistenze altrui che poi vennero trasferite nei personaggi paradossali dei suoi film. ”Allora origliavo le conversazioni, specie quelle delle signore,fino alla sfacciataggine, oggi ho un’idea più sfocata di come vive la gente. Il successo è la più grossa menzogna dei nostri tempi, la notorietà isola”.

‘Dolor y Gloria’ il ventiduesimo film di Pedro Almodòvar, sbarcato a Livorno al cinema Quattro mori nei giorni scorsi, è un ampio affresco autobiografico della vita del regista spagnolo. Lo stesso Almodóvar ha sostenuto, nel corso della presentazione del film al Festival di Cannes, che il “tasso di autobiografia [che] c’è in Dolor y gloria […] sul fronte dei fatti è il 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento. Il protagonista del film è Salvador Mallo (Antonio Banderas) un regista ormai in declino che ricorda con nostalgia tutta la sua vita: l’infanzia, quando la famiglia si trasferì a Paterna in cerca di una vita migliore; il primo grande amore a Madrid durante gli anni ottanta e il successivo dolore per la sua perdita; la consolazione nella scoperta della scrittura e l’amore per il cinema e il teatro che lo hanno aiutato a colmare un vuoto esistenziale, l’importante e problematico rapporto con la madre (Penelope Cruz).” Sia il personaggio che io viviamo il grande problema di credere di non poter vivere senza il cinema, proviamo il grande senso di smarrimento che può venire dalla crisi di ispirazione e anche dalla sensazione di non poter tornare sul set per dolori fisici e la depressione. È la mia paura più grande, convivo con questo fantasma. Quando nel monologo lui dice ‘il cinema mi ha salvato’ è esattamente quello che è successo a me”. Un film intimo e sincero quasi un commovente regalo che il grande regista fa ai milioni di spettatori che lo hanno seguito permettendo di entrare nel suo vissuto senza veli e seguire l’inevitabile evolversi del tempo che accompagna la vita di ciascuno di noi, una delle migliori interpretazioni di Banderas perfetto alter-ego del regista.

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