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29 Novembre 2020

Attrezzarsi per affrontare il futuro


(Gino Fantozzi) – Ricordo che negli anni settanta e in parte nel decennio successivo, in Italia fiorivano le ricerche sulla forza lavoro, sull’offerta e sulla domanda di lavoro, sul lavoro nero e sul doppio lavoro. In particolare l’Università di Ancona con Fuà e Frey, ma anche Pisa con Taliani. Allora impegnati a fondo nella ricerca e nella conoscenza, erano anche la Cisl (in particolare quella di Milano) e la Cgil. Ricordo le lezioni “magistrali” di Bruno Trentin sulla organizzazione del lavoro e sui “produttori”, i contributi di Gian Primo Cella e Bruno Manghi, e di sociologi come Bruno ed altri sulla scuola e sulla disoccupazione intellettuale.
L’Italia investita dalla ristrutturazione industriale, dal decentramento produttivo, dalla innovazione tecnologica, si interrogava sul fenomeno e sui riflessi che questo complesso processo aveva sui lavoratori e sugli studenti. Furono anni di proposte importanti per la riforma della scuola (il dibattito sul superamento dell’impronta gentiliana e per una scuola moderna più orientata al lavoro, ecc. ecc.) ma anche per la produzione legislativa (la legge sulla riconversione industriale, sulla formazione professionale, sulla disoccupazione giovanile, ecc.). Certo con l’occhio di poi furono fatti molti errori e tante le mancate realizzazioni, ma quel dibattito a tutto tondo, che investiva i partiti (soprattutto a sinistra PCI e PSI, ma anche la DC) e i sindacati, appassionava la comunità di studio, come pure anche i luoghi di lavoro (il dibattito sulle 150 ore e il ruolo attivo dei sindacati a livello aziendale). E potrei andare avanti citando ad esempio la nascita di psichiatria democratica e il ruolo innovatore di Basaglia, e tante altre esperienze, o il tentativo prima bolognese poi addirittura nazionale del decentramento amministrativo, nella scuola e nel territorio (i decreti delegati per la scuola, i consigli di quartiere nelle città).
Eppure erano anche gli “anni di piombo” dove per la prima volta nella storia repubblicana una forza armata attentava allo stato e al sistema, ma ebbe, credo anche grazie a quel clima positivo di conoscenza e di coinvolgimento attivo di tanti intellettuali (che allora svolgevano ancora un ruolo significativo nella società) una risposta adeguata .
Se dovessimo dare un giudizio estremamente sintetico di quella rivoluzione di idee, potremo dire che c’era un vero e proprio tentativo di creare un nuovo umanesimo, più cosciente del suo stato e soprattutto del valore della conoscenza, base del sapere e anche del governo della cosa pubblica.
Torno ancora una volta a segnalare che a mio parere successivamente, l’affievolirsi della spinta propulsiva della sinistra nei paesi europei, il suo mancato rinnovarsi di fronte ad un capitalismo rinnovato ma sottovalutato nelle sue implicazioni politiche (chi si ricorda delle famose curve di Cambridge ad u rovesciata sui mutamenti quantitativi degli addetti ai diversi settori produttivi?) che minava alla radice i criteri di rappresentanza e di rappresentatività dei diversi soggetti sociali, ha lasciato il passo alla destra. Ma insieme all’aumento della domanda di servizi da parte dei cittadini e al mutamento graduale dei loro bisogni individuali e collettivi, anche gli stati nazionali europei hanno sofferto fortemente di impasse e di inefficienza.
E quest’ultima riflessione è quella che ha reso possibile, coniugata con una sempre maggiore incapacità della sinistra tradizionale a porsi come soggetto in grado di dare risposte nuove, il nascere del ribellismo e dei cosiddetti populismi.
Da questa sintetica analisi, di per se sicuramente incompleta, nascono a mio avviso alcuni elementi di ulteriore riflessione che potrebbero aiutare un processo critico che porti alla costituzione di movimenti o rinnovamenti veramente progressisti.
E’ importante promuovere e sostenere la ricerca sociale per aggiornare e correggere la consapevolezza sociale ed istituzionale dello stato evolutivo dei diversi soggetti.
E’ necessario oggi più che mai che la sinistra abbandoni ogni schema di analisi supponente basata su antichi criteri di uguaglianza e di bisogno, perché calibrati su una critica sociale superata in quanto superato è quel modello sociale dal quale sono nati.
E’ necessario che lo stato si ridimensioni e si aggiorni rispetto al nuovo assetto sociale (in sostanza si “flessibilizzi” come flessibili sono le società); che ritorni centrale il ruolo insostituibile dell’istruzione e della formazione anch’esso basato su criteri nuovi; che diventi prioritario il rapporto transnazionale come risposta organizzata alla globalizzazione (alla globalizzazione dell’economia si risponde con una internazionalizzazione dei rapporti istituzionali che regolano le dinamiche negative e speculative) e combatta la tendenza perdente al ritorno dei nazionalismi; che si rifletta a fondo sulla “società dell’informazione” sugli usi e sugli abusi manipolativi dei sistemi informativi telematizzati.
Queste a mio avviso possono essere alcune direttrici sulle quali costruire un nuovo patto sociale e soprattutto un nuovo soggetto in grado di dare risposte nuove e progressiste alla società che si riconosce sempre meno in programmi e in iniziative che non capisce in quanto basate su analisi superate. fantozzigino@gmail.com