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18 Maggio 2022

Carlo Bartoli (foto tratta dal sito dell'Ordine nazionale dei giornalisti)

Bartoli, il presidente dei giornalisti che ha legato il suo nome a Livorno: “Aiutare le aziende che assumono”


(Marco Ceccarini) Livorno, 10 gennaio 2022 – Per la prima volta l’Ordine nazionale dei giornalisti ha un presidente toscano. Si tratta di Carlo Bartoli, 66 anni, fiorentino, già presidente dell’Ordine regionale della Toscana e dell’Associazione stampa toscana, l’emanazione regionale del sindacato dei giornalisti italiani.

Laureato in Filosofia a Firenze, docente di Comunicazione giornalistica all’università di Pisa, Bartoli ha legato il suo nome anche a Livorno e alla Toscana costiera, essendo stato redattore, caposervizio e vicecaporedattore de Il Tirreno, quotidiano per il quale ha lavorato in svariate redazioni, avendone avuta in alcuni casi la responsabilità.

Bartoli è presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti dallo scorso 1 dicembre. Oggi, lunedì 10 gennaio, in occasione dell’avvio della nuova piattaforma telematica Formazionegiornalisti.it che supporterà l’adempimento della formazione professionale continua dei giornalisti italiani, pubblichiamo in esclusiva una sua intervista.

Dottor Bartoli, iniziamo da una nota personale. Lei è il primo toscano ad essere presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Che effetto le fa questo particolare primato?

“Nessuno in particolare. Quello che conta è mettersi al servizio della categoria”.

Una categoria che, a dire il vero, non sembra versare nelle migliori condizioni…

“Lo stato in effetti è preoccupante. Si è ormai intensificata la crisi con una evidente moria di testate e una drastica ristrutturazione del sistema tradizionale dei media a fronte della quale non è emerso nulla di alternativo in grado di produrre ricchezza. Eppure, volendo, qualcosa si potrebbe fare”.

Cosa, ad esempio?

“Occorrono interventi strutturali. Il problema non è solo finanziario. Occorre prevedere incentivi per le aziende che investono e soprattutto assumono. Oggi le uniche risorse vengono impiegate per aiutare gli editori a mandare in pensione i giornalisti più anziani. Così non si può andare avanti. Se non si comincia a fare un ragionamento capace di produrre un cambio culturale, è un problema. Bisogna riprendere il dialogo con le istituzioni, i partiti, le rappresentanze sociali, con gli editori”.

Insomma, bisogna attuare azioni coordinate di carattere legislativo, economico e politico per mettere al centro l’informazione. E’ così?

“Esattamente. Se non si riprende a ragionare in quel modo, è difficile uscire dallo stato di crisi che attanaglia il mondo del giornalismo”.

La Toscana fa eccezione?

“Direi di no. Anzi, la Toscana è davanti a tirare il gruppo delle situazioni di crisi”.

E del rapporto con internet, con i social, che dice?

“Bisogna rilanciare la lotta alle posizioni dominanti delle piattaforme, prevedere ed imporre la remunerazione di contenuti che transitano sul web, tutelare il lavoro giornalistico. Su questo punto ci aspetta una grande sfida”.

Sicuramente l’interazione tra media tradizionali e social caratterizzerà ancora di più l’informazione del futuro…

“Certo, i social possono essere uno strumento anche prezioso per i giornali ed i media, ma bisogna evitare che diventino un luogo dove posizionare link di ogni tipo in modo improvvisato e solo per motivi commerciali”.

Cosa ne pensa dei giornali finanziati dai lettori?

“Ci sono fette di cittadinanza, in molti Paesi europei, che investono soldi propri per finanziare dal basso progetti editoriali, il che è anche molto utile e bello, ma in Italia purtroppo non è così ed onestamente non vedo per questi progetti, almeno al momento, grandi prospettive”.

Veniano al mestiere del giornalista. Come è mutato in questi ultimi anni?

“Sicuramente l’avvento delle nuove tecnologie e dei social hanno trasformato anche il modo di fare informazione. Oggi è tutto molto più immediato, veloce, pensato e realizzato. Il giornalismo è molto cambiato negli ultimi venti o trent’anni”.

E per quanto riguarda la libertà del giornalista? Trova mutato anche questo aspetto?

“Sì, senz’altro. Lo spazio di libertà del giornalista rispetto al potere, ad esempio, si è ristretto. I centri di potere, oggi, riescono a condizionare di più i tempi, i modi e le forme dell’informazione”.

Secondo lei si può invertire questa tendenza?

“Se l’opinione pubblica comprende che la buona informazione va pagata, sì. E’ un cane che si morde la cosa. La scommessa è trovare modi per finanziare il giornalismo indipendente da ogni forma di potere, a cominciare da quello d’inchiesta, vero e proprio snodo del sistema informativo”.

Non potrebbe essere questo uno degli obiettivi dell’Ordine dei giornalisti?

“Lo è, in realtà. Ma non è semplice. La scarsa consapevolezza dei problemi produce purtroppo spesso risposte semplicistiche’’.

Per concludere, cosa auspica per la professione?

“Servono una legislazione stringente e una politica di sostegno all’innovazione in campo editoriale. Il resto viene di conseguenza”.

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