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26 Settembre 2020

Beppe Ranucci e la sua Cavalleria Rusticana ad Effetto Venezia 2017


(Angela Simini) Livorno, 28 luglio. Il primo sipario di Effetto Venezia 2017 si è sollevato al Teatro Vertigo, che col Piccolo Teatro Città di Livorno e Il Centro Artistico Il Grattacielo, ha proposto un lavoro in piena sintonia con la kermesse labronica, nella città che ha dato i natali a Pietro Mascagni. Si tratta di una speciale edizione della novella del Verga “Cavalleria Rusticana” che, nel 1890, ridotta a libretto per melodramma, con la musica di Pietro Mascagni divenne un capolavoro della lirica, oltre ad essere già un capolavoro della novellistica e avvincente testo teatrale.
Lo spettacolo, che si è avvalso della regia di Beppe Ranucci, nome ormai consolidato e legato a produzioni di grande spessore culturale ed artistico, al quale si è aggiunto un cast di attori livornesi, a partire dal brillante e bravissimo Sandro Andreini, ha dunque debuttato con gli auspici migliori!
Nella prima serata di Effetto Venezia, con i consueti locali di ristoro aperti e tante attrazioni del teatro di strada (canto, band, suoni, colori), bancarelle e tanto altro ancora ( Caffé Letterari, le Stanze Livornesi) un gran pubblico ha affollato il Teatro Vertigo, che, posto nella vecchia Livorno, davanti allo storico Teatro San Marco, ha fatto da gran richiamo, complice anche la scelta dello spettacolo, appunto “Cavalleria Rusticana”, sottotitolato “Dramma scritto dal siciliano Giovanni Verga e messo in musica dal livornese Pietro Mascagni”. Andata in scena nel 1980 al Centro Artistico Il Grattacielo, sempre per la regia di Beppe Ranucci, la pièce riscosse un gran successo per l’originalità della rappresentazione e per l’utilizzo dei brani musicali, soprattutto di quelli sinfonici. Si è parlato di edizione speciale ed, in effetti, non siamo andati a vedere una replica delle gelosie, ormai ben note a tutti, di Santuzza e Alfio o delle scaramucce tra Lola e Santuzza, ma di un’impostazione finalmente chiara dei fatti, scevra da quelle impennate tante e tante volte fuorvianti dei registi di opera, e di una rilettura e approfondimento che il regista, presente anche sul palco con gli attori, ha saputo porgere con mano garbata al pubblico, quasi con modestia, suggerendo spunti di riflessione e di collegamento con la realtà attuale, dove la gelosia e la vendetta armano la parola e la mano. Quasi la coscienza dei fatti. A tal proposito si sottolinea un particolare che può sembrare scontato, ma che fa la differenza: ottima la dizione di Ranucci e molto bello il timbro della voce, cose che non guastano in un’ epoca in cui gli attori della nuova scuola, soprattutto quelli della televisione, conoscono la variante del parlar sottotono, per non dire del pispiglio. Il regista ha fatto un lavoro di fino sul testo, rendendo chiari passaggi che talvolta sfuggono, affidando ai personaggi di contorno battute che sembrano per far ridere e invece sottolineano in maniera efficace gli eventi. Molto bravo in tal senso Marcello Piquè ( Zio Brasi) che aveva il ruolo del “moderatore”. Ranucci ha introdotto, e questa è una novità non trascurabile, la scena del “duello” tra compare Alfio e Turiddu, che nel melodramma avviene dietro la scena. Una scelta decisiva a comprendere fino in fondo quanto poco cavalleresca sia lo scontro dei due personaggi che si fronteggiano, si sfidano realisticamente col coltello in mano e fanno realmente impressione, finché, Alfio, caduto a terra, ricorre ad un espediente che non gli fa onore, ma che va a inserirsi nel quadro veristico della vendetta, della gelosia e , ancor più, della difesa dell’onore: prende una manciata di terra e la tira a tradimento proprio negli occhi del rivale, al quale non risparmia tre coltellate scandite con i tre motivi per cui lo ammazza.
Quella di Ranucci è stata una elaborazione che mette a nudo il verismo ( talora squallido) dei fatti e dei personaggi, ben al di là di quella dimensione epica che il dramma di Mascagni conferisce alla vicenda con una musica travolgente e piena di passione, che comunque ha accompagnato lo spettacolo nei momenti determinanti, ma più in sottotono, quasi a far ascoltare la voce interiore dei personaggi o il pathos del momento. Interessante la scelta dell’aria di Lola alla fine del dramma, quasi a dire che il punto di partenza dell’opera è l’origine della fine.
Convincenti i protagonisti: una spanna su tutti Sandro Andreini, perfettamente in parte nelle vesti di compare Alfio, tipico siciliano col baffo nero e la coppoletta in testa, meno spaccone e più contenuto del “carrettiere” del dramma lirico, ma ugualmente determinato e implacabile. Hanno avuto buona tenuta anche Anna Arbore, spigliata ed efficace nel ruolo di Santuzza, Leonardo Barinci, che è apparso, proprio come vuole la sua dimensione letteraria, un Turiddu superficiale, ma buono nei suoi affetti verso la madre e verso Santa, Vanna Arreghini ha dato una veritiera lettura di madre dolente, la Gina Nunzia, e se l’è cavata anche Sarah Rondina nell’ingrata veste di Lola. Anche per quanto riguarda i personaggi non protagonisti, è bene spendere tempo e attenzione, perché sono stati scelti accuratamente tra attori livornesi di esperienza consumata, noti al grande pubblico, come il regista Luciano Lessi: Massaro Cola, Marcello Piquè (Zio Brasi), Giuliana Vivo: Comare Camilla, Daniela Salucci: Zia Filumena, Elisa Ranucci: Pippuzza. Si segnalano anche le comparse che danno la misura della serietà dell’allestimento e che provengono dalla Scuola di Recitazione del Centro Artistico: Anna Botta, Giulia Bracci, Anna Paola e Maria Pia Capitini, Federico Del Nista, Alessandro Matteini, Fabrizio Piquè, Massimiliano Turrini, Roberto Albano, Matteo Trovato.
La scena di questa edizione è risultata più sacrificata, per motivi tecnici, di quella realizzata da Sergio Seghettini al Grattacielo nel marzo scorso, ma in fondo lo spettacolo non ne ha risentito perché ha acquisito la caratteristica dell’universalità: quel che è avvenuto in un piccolo paese della Sicilia, avrebbe potuto avvenire in qualsiasi altro paesino dai confini angusti, ma, a guardar bene, oggi può avvenire e purtroppo avviene, seppur con modalità diverse, anche nelle grandi città.
Sono piaciuti anche i costumi, firmati da Francesca Ranucci e da Valentina Lessi, adatti alla situazione e all’ambiente. Efraim Pepe ha curato il suono e le luci, Francesca Ranucci ha svolto anche il ruolo di assistente alla regia. asimini@alice.it