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26 Settembre 2020

Catalogna, Brexit, Scozia, Lombardia e Veneto: intervista a Ennio Succi, storico e economista


(Ruggero Morelli) Livorno, 5 novembre. Catalogna, Brexit, Scozia, Lombardia e Veneto, per tacere d’altre, che hanno tentato la via della indipendenza e qualcosa di simile. Ne abbiamo parlato con Ennio Succi, storico ed economista. Succi infatti ha pubblicato sul suo blog un ampio saggio, “nazione-e-nazionalismo-dietro-catalogna-e-spagna/ – un ampio saggio riprendendo le tesi di tre storici molto autorevoli.http://analisi.myblog.it/2017/10/05
Parole e concetti che di recente hanno occupato la discussione politica :migranti, muri, nazionalismi, sovranismi, razzismi. Perchè ?
Concettualmente la Nazione è una realizzazione di natura storica, ma, approfondendo, è anche la “casa” nostra, il luogo dove sentirsi protetti e dove possiamo far venire o meno ospiti e amici, serrare o aprire porte e finestre, cambiare i mobili, ristrutturare la cucina.
Lo si fa, da sempre, in relazione a come interpretiamo la sua Storia: serriamo tutto se consideriamo che la Nazione sia sempre esistita e sia legata a un popolo solo, fisso nella sua composizione. La apriamo e la mutiamo volentieri, invece, se pensiamo che sia inevitabile prodotto di incroci, scambi, creazioni e anche di invenzioni.
Quindi ogni sorta di “assalto” a questa casa ci trova predisposti con questi due stati d’animo. Se ci arriviamo preparati accettiamo gli ospiti con garbo e delicatezza, se ci colpisce improvvisamente ci sentiamo spaesati, non contenti di noi stessi ed ostili nei riti di ospitalità. Il problema è che noi siamo cresciuti con le parole del “Marzo 1821” di Manzoni, ove mentre si canta il diritto di ogni popolo a conquistare e difendere la propria libertà, di fatto, i componenti necessari a una nazione unita, cioè i confini (le Alpi e il mare), la difesa fatta da un solo forte esercito e l’unità linguistica, coincidono forzatamente con una storia unitaria, un comune sentire e una sostanziale omogeneità etnica. In pratica gli intellettuali ci raccontavano che l’Italia – lo spirito italico, il popolo italico – già esistevano nel passato ben prima che gli indigeni percepissero la necessità di determinarsi politicamente.
Questa idea vale non solo per l’Italia, ovviamente, ma per qualsiasi nazione. Di fronte ai fenomeni citati diviene inevitabile capire l’oggetto “casa”. Cosa pensiamo sia veramente? Quando è nato? Oggi, abbiamo la stessa idea del Manzoni? E lui da dove l’aveva ricavata? Abbiamo creato l’Onu, la Comunità europea, l’Unesco per unire i popoli dopo le guerre del secolo scorso, ma sembra proprio che si vada verso la fine di questa epoca. E’ così?
Questo pensare il proprio luogo natio e di dimora, come vedi è presente lo spirito dello “stato di natura”, come a qualcosa di innato e soprattutto ereditato, entra in conflitto con le sovrastrutture create dalla libertà di comunicazione, di movimento, dall’agire economico e dalle contraddizioni che generano tutte queste azioni, in termini di diseguaglianze, concentrazioni di ricchezza, miseria, schizofrenia informativa. Kant direbbe che non bisogna mai mollare e cercare di operare per migliorare. Le organizzazioni che citi nascono in questo spirito di tensione dopo secoli di storia, ed in una logica produttiva che, oggi, sta cambiando il proprio centro geo-economico dagli USA all’Asia centro Orientale. Quando rifletto su questo fatto mi ritornano in mente la dottrina Monroe, quinto presidente USA, che nel 1823 chiuse il nuovo continente e lo plasmò alle potenze coloniali dichiarando apertamente “l’America agli americani” e proclamando la propria supremazia su tutto il continente americano. Era il tempo del passaggio geo-economico dall’Inghilterra agli Stati Uniti, iniziava l’epoca della finanziarizzazione dell’economia inglese e il galoppo produttivo USA con il proprio ampio mercato di sbocco interno. Associo a questo evento, circa un secolo dopo, i “Quattordici punti”, nome dato ad un discorso pronunciato dal presidente Woodrow Wilson l’8 gennaio 1918 davanti al Senato degli Stati Uniti, ove Wilson stesso delineò i principi base dell’ordine mondiale seguente la prima guerra. Gli Stati Uniti, difesi dai due oceani erano da tempo la prima potenza economica mondiale, rimasta immune dalla catastrofe della guerra. Nel discorso caldeggiò una “pace senza vincitori”, nella convinzione che una pace imposta ai vinti avrebbe germinato un’altra guerra. Doveva, invece, essere una pace fondata sull’eguaglianza delle nazioni, l’autogoverno dei popoli, la libertà dei mari e terrestre, la riduzione generalizzata degli armamenti. Per questo doveva cessare la diplomazia “segreta” e istituito un confronto serio ed aperto fra le nazioni. Un concetto di nazione, però, che aveva il sapore mazziniano dell’”autodeterminazione dei popoli” con l’istituzione della “Società delle Nazioni”. Sappiamo come è andata a finire. Gli Stati chiusero le porte, la Germania fu strozzata dalle volontà francesi, il relativo deflagrare della Seconda guerra mondiale. Naturalmente semplifico, ma è un semplificare che serve a far capire che, oggi, la “casa Occidente” ha lo stesso dilemma: o chiudere porte e finestre, o aprirle, onde evitare un conflitto mondiale di incalcolabili effetti. Non credo che ci sia mai l’ultima spiaggia, ma approdi da raggiungere in maniera più o meno dolorosa, senz’altro. A noi la scelta.
Gli Usa, la Gran Bretagna, l’Olanda, la Germania e l’Austria hanno dimostrato di voler salvaguardare le loro comunità e temere le migrazioni che fino a ieri avevano provocato e favorito. Su che cosa si fonda la loro nuova politica?
La Storia conta ed inevitabilmente si ripresenta. In origine, fra gli stati citati, io non trascurerei la stessa Spagna. Fu l’Olanda ad assumere l’egemonia mondiale ed a far permeare il proprio modello e concezione di gestione nel mondo. Grande capacità produttiva, finanziatore della Spagna ormai in decadenza, con il suo centro finanziario prima ad Anversa e poi Amsterdam, con lo spostamento delle reti commerciali dalla via della seta alle rotte del mar Baltico, assurge a potenza internazionale di primo livello che su insegnamento portoghese non colonizza territori, ma crea un’economia diffusa con roccaforti che andarono dall’Africa all’India fino all’Asia peninsulare. Il suo dominio formò le “Grandi Compagnie” strumento di penetrazione economica micidiale e feroce. Il nuovo assetto politico economico era delineato ed incominciò la finanziarizzazione del proprio modello produttivo, con la formazione della borsa di Amsterdam nell’ultimo quarto del XVI secolo, che si sviluppò anche grazie alla nascente potenza industriale inglese. Il sistema olandese, portato avanti dalla Gran Bretagna, riprese gambe con l’ergersi della produttività inglese che lo implementò saldando i propri interessi con lo sfruttamento su larga scala geografica dei vari territori in cui operò. Basti pensare allo sfruttamento dell’India, dell’Africa, della stessa Cina. In questo contesto si arrivò ad avere un PIL inglese che era pari a 6 volte di quello del resto del pianeta, la culturalizzazione di una superiorità razziale per la grande forza dimostrata in ogni campo, dovuta all’innesto della scienza e della tecnologia. Non si muoveva foglia, nel mondo, senza che l’Impero diffuso inglese non desse assenso. In Europa, intanto, succedeva di tutto, dalla rivoluzione francese, la fine dell’impero ottomano, la spartizione degli stati ad esso sottomessi fra Russia, Austria e Germania, che sotto la guida della Prussia iniziava il suo percorso di unità e di decollo economico in uno stato accentratore, ma efficace e compatto. I nazionalismi degli stati slavi del sud incrinavano l’arretrata monarchia austriaca che, dopo decenni di dominio dimostrò di non saper salire sul treno delle innovazioni produttive, rimanendo ancorata ad una forma imperiale ormai solo sulla carta, lenta, disgregante e ottusamente attaccata a formalismi e durezza del potere. Ognuno di questi stati ha affermato la propria potenza o fine nella concezione schmittiana del nemico, cioè la propria identità è sorta nell’affermare la presenza di qualcuno da battere. La Francia contro l’Inghilterra e la Germania, l’Inghilterra con il mondo intero per l’ampiezza planetaria dei suoi possedimenti, la Germania contro la Francia e la Russia, la Russia contro tutti, persino la Cina. Ognuno di questi, in una lotta senza quartiere, sia che risultasse vincente o meno ha perfezionato i propri perimetri, li ha solidificati con sedimenti culturali e sociali fino ad affermare le proprie idealità delle antiche discendenze. Ci sono letture sulla formazione dell’allora CEE ove nelle riunioni dei nascenti organismi, non si riusciva a stabilire una unità di lingua da usare in comune, e c’è voluto del tempo per accettare l’inglese, e con molta fatica, tanto che, dopo la Brexit, si è ripresentato il problema e qualcuno ha di nuovo iniziato ad usare la propria lingua nazionale. Le case non sono affatto aperte, e se non fanno i conti con le proprie sfaccettature architettoniche, ad ogni piè sospinto le serrature aumentano. Oggi sono i migranti, domani la mobilità del lavoro, fino alla rielaborazione ufficiale delle differenti origini antiche per affermare una propria Storica superiorità o prelazione sulla realtà. Ma se questo fosse vero – ovviamente “se” – , perché hanno diritto a una nazione i Bosniaci e non i Corsi, i Lituani e non i Baschi? In ognuna di queste rivendicazioni, fallimentari o di successo poco importa, uno dei motivi posti in cima ai proclami è sempre il dato di fatto dell’esistenza di un popolo e in seconda istanza la sua Storia. Ma allora, davvero basterebbe rispondere alle domande: che cosa? E da quando? No, c’è ben altro.
Dalla lettura dei trattati degli storici più autorevoli tu hai tratto la convinzione che le nazioni, gli stati e le comunità non sono fenomeni naturali ma creazioni delle iniziative di alcuni. Come è stato possibile? Questo processo d’invenzione è un processo studiato a tavolino, politico oppure antropologico, quasi naturale, cosciente?
Allora, “studiato a tavolino”: in una certa misura sì, perché gli inventori del discorso nazionale, coloro che lanciano il movimento nazionale sono degli intellettuali molto consapevoli. Molto spesso sono degli scrittori, gente che deve vendere i propri libri. E c’è un processo per cui ad un certo punto ci sono degli intellettuali che tra fine ‘700 e inizio ‘800, non dipendono più dal mecenatismo delle famiglie, ma devono stare sul mercato; devono scrivere delle opere che in qualche modo vengano comprate. Intellettuali di primo ordine, che vedono nel tema nazione un tema caldo e capiscono che se scrivono dei romanzi o dei melodrammi o se fanno delle pitture che si impegnino intorno al discorso nazionale, trovano il loro mercato. Ecco, le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, quella è un’operazione geniale. Foscolo è uno con le toppe ai pantaloni, nel senso che è uno che sta cercando il suo destino, senza un soldo; è una persona intelligentissima, di grandi qualità intellettuali, ma è un poveraccio. Deve cercare di scrivere libri che vendano. Allora ha l’intuizione di capire che se parla della nazione italiana e delle sofferenze della nazione italiana e se le mette in sovrapposizione con una storia che narri un amore romantico, forse fa un’operazione che funziona. E fa un’operazione che funziona: le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, oltre ad essere studiata a scuola, fa parte del canone letterario italiano ed è un best seller all’epoca, un libro che esplode. Così tanti altri, tante altre opere letterarie di questo periodo. Che vuol dire? Vuol dire che il discorso nazionale attira l’attenzione. Attira l’attenzione di tutti quelli che sono insoddisfatti, perché parlare di nazione significa parlare il linguaggio dell’eversione all’inizio del XIX secolo. Poi, effettivamente, risponde anche a un bisogno di identità, si danno degli elementi che consentono di collocare se stessi da qualche parte; una parte che, dicono gli intellettuali, è ricca di futuro. Se si lavora politicamente per la nazione, se si cerca di costruire degli stati nazione, il futuro politico sarà più roseo. Il messaggio inizialmente è questo: se sto male forse trovo qualche soluzione ai miei problemi, qualunque essi siano. Sono inseguito dai creditori, non trovo lavoro, sono disoccupato, faccio un lavoro che non mi piace assolutamente, una delusione d’amore. Qualunque cosa abbia, forse lì qualcosa che risolve la mia condizione di vita riesco a trovarla. Osservazione: ma l’opera del Foscolo forse raggiunge appena un 15% della popolazione. Già un 15 % della popolazione, è vero, quelli che sanno leggere. Però attenzione: ci sono fasi distinte nei movimenti nazionali: c’è una fase che riguarda la costruzione estetica della nazione e mettiamoci le “Ultime lettere di Jacopo Ortis” in questa casella, poi c’è il movimento politico vero e proprio. Dopo Foscolo arriva Mazzini e le sette dei carbonari. Quando si formano dei movimenti politici, l’obiettivo del movimento politico, come la Giovine Italia di Mazzini, non è quello di vendere dei libri o dei numeri di giornale, ma di andare a fare propaganda. Fare propaganda vuol dire incontrare non solo quelli che sanno leggere le “Ultime Lettere di Jacopo Ortis”, ma andare nei porti a Genova o a Livorno o a Napoli, andare nelle taverne dei porti, andare a contattare le persone che non sanno leggere e scrivere, parlarci, fare propaganda diretta. La Giovine Italia ha una efficacia straordinaria; ma mica solo la Giovine Italia, le sette carbonare sono straordinariamente importanti, perché riescono a pescare le persone anche che non sanno leggere e scrivere. Poi c’è tutta la dimensione iconografica, le immagini soprattutto, le stampe in bianco e nero che illustrano gli aspetti delle cose che gli intellettuali nazionalisti stanno cominciando a raccontare. Sono stampe che circolano largamente, c’è un mercato molto, molto vasto, un campo da studiare; ci sono archivi importanti che fanno vedere quanto circolano immagini che hanno come riferimento il tema nazionale o i simboli nazionali. Però facciamo un passo avanti per spiegare che non c’è una bacchetta magica che inventa un oggetto tale che diviene talmente seducente da attrarre milioni di persone nel continente europeo. All’inizio del XIX secolo cambia il quadro del politico che da una dimensione in cui la sovranità sta nelle mani di un solo soggetto, che fa provenire questo potere dal divino, passa il comando a una dimensione di massa, per cui la sovranità appartiene a tutto il popolo della nazione. Quando il campo del politico si allarga così tanto che coinvolge le persone più disparate, ove ci stanno l’avvocato, l’intellettuale, la gentil donna, il bracciante, l’artigiano, una quantità infinita di persone, come si fa a coinvolgere dentro al politico tutti? Come si fa a farli sentire parte agente di quel politico? È necessaria, perché ciò accada, l’invenzione di una nuova politica. Questa nuova politica, che trova nel nazionalismo la sua espressione propulsiva, all’inizio dell’Ottocento, è una politica radicalmente contrapposta alle concezioni illuministe. Tanto l’illuminismo parlava alla ragione, tanto gli illuministi volevano scrivere dei raffinati trattati ai loro pari, intellettuali colti come loro, tanto all’inizio del XIX secolo si comincia a parlare un linguaggio politico che non vuole fare appello alla ragione, ma vuole fare appello alle emozioni, al cuore. Questa è una prospettiva completamente nuova di guardare al politico della contemporaneità. Quando dico epoca contemporanea parlo del XIX e XX secolo e quando parlo del XX secolo parlo del fascismo e nazismo e comunismo, ma anche di quello che viene dopo, pure oggi. Sono convinto che anche noi siamo ancora vittime di questa forma di sortilegio, nel senso che ogni tanto pensiamo alla politica cercando di sforzarci di essere razionali, ma quante volte pensiamo alla politica perché ci batte il cuore, perché il sangue ci ribolle nelle vene, perché un personaggio politico ci fa arrabbiare, perché un altro lo strozzeremo volentieri, o perché quel simbolo ci sembra seducente, ancor prima di aver capito bene il perché? La una nuova politica proprio perché ha bisogno di parlare a molti milioni di persone deve far smuovere l’anima prima ancora di far ragionare. Dopo arriva anche il ragionamento, ma in prima battuta bisogna che l’emozione domini il campo del politico. L’altro elemento del nazionalismo politico è l’accento posto sulla “estetica della politica”. Cioè, quanto possono essere importanti manufatti estetici, oggetti che servono per passare il tempo libero, dal punto di vista politico? Quanto le “Ultime Lettere di Jacopo Ortis”, i romanzi storici da Ivanohe, di Walter Scott, in avanti, o quanto può essere importante un melodramma? Ad esempio il melodramma e l’opera lirica all’inizio XIX secolo erano popolarissimi non solo tra i colti, ma anche tra le persone che non sapevano leggere e scrivere, e molte opere liriche hanno come oggetto temi di risonanza nazional patriottica, o temi politici che vogliono suscitare emozioni. Poi sono importanti le statue; quante statue di epoca ottocentesca popolano le nostre città? Per noi sembrano cose banali oggi; ormai vedere Garibaldi o Mazzini o Vittorio Emanuele, non ci dice più niente, perché non appartengono più al nostro orizzonte politico immediato, ma nell’Ottocento non era così. Non so se la gente si sia mai concentrata su quante lapidi ci siano nelle città europee, o quante immagini si possono vedere per strada che fanno riferimento a questioni di carattere nazional patriottico. È una cosa diversa scrivere un romanzo che cerca di essere seducente, di stare sul mercato quindi, per essere comprato dalle persone e far passare al tempo stesso un messaggio politico, dallo scrivere un trattato di politica. Il trattato di politica lo leggono in quattro. Questo è il motivo per cui, un intellettuale puro del Risorgimento italiano come Carlo Cattaneo non conta niente nell’Ottocento italiano, mentre Massimo D’Azeglio, che scrive un romanzo come Ettore Fieramosca, è un personaggio popolarissimo; scrive un romanzo che sta sul mercato e fa passare un messaggio politico.
Quale attività culturale dovremmo promuovere per superare i ”confini’ dei nazionalismi, sovranismi e razzismi?
Il concetto di patriottismo che si costruisce nel XIX secolo con il Risorgimento è, dunque, molto legato all’idea di “nazione”, all’idea, ad esempio, che esiste una nazione italiana e che è necessario fare qualcosa perché essa abbia un’espressione politica che non aveva. Oggi reputo che dovremmo orientarci verso un tipo di patriottismo diverso che non si basi tanto sull’idea di nazione, ma che piuttosto si basi sull’idea di “Costituzione”, cioè sul senso di appartenenza ad una comunità politica tenuta insieme da un “patto collettivo”, che è quello scritto nel testo costituzionale. Il problema più grosso, e lo si è visto nell’ultimo referendum, è che pochi conoscono la Costituzione e la rispettano troppo poco.
Essendoci in Europa bellissime costituzioni, deve essere fatto ogni sforzo per farle conoscere ai rispettivi cittadini, in quanto oltre ad essere molto belle, sia nell’impianto dei valori che in quello istituzionale, hanno garantito le libertà di tutti . Inoltre è opportuno che tutti quanti, a tutti i livelli, manifestino concretamente lealtà nei confronti delle loro costituzioni in modo formalmente esplicito, poiché esse sono il vero patto che ci lega. Senza niente togliere ai vari “Risorgimento” europei, c’è da dire che essi appartengono ad un contesto politico e culturale che è molto distante dal nostro. Basti pensare che in Italia chi va a votare dopo la costituzione dello Stato Unitario è il 2% del totale della popolazione, quindi molto pochi, per di più maschi adulti alfabetizzati e ricchissimi. Il che significa che i maschi poveri non votano, ma le donne neanche; dunque questi aspetti ci devono risultare lontani, per cui il Risorgimento e il nazionalismo che lo caratterizza come una delle principali forme politiche, va avvicinato con attenzione critica, osservandolo con rispetto, ma cogliendo anche tutte le contraddizioni che in quel processo stanno. Se il patto che unisce i cittadini nei vari stati europei è la rispettiva Costituzione, mi pare ovvio che su questo percorso vada disseminato il seme dell’approfondimento e della partecipazione costruttiva nella assunzione in toto della Costituzione europea, l’unico vero accordo patriottico che può far superare, almeno in quest’area geo economica e politica, ogni confine, assurgendo nei suoi valori come antidoto ai nazionalismi, ai sovranismi e ad ogni tipo di razzismo, sia interno che esterno. A tal proposito non può essere sufficiente la cerimonia svolta a Roma, trasmessa in eurovisione, del 29 ottobre 2004, per la firma del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa. Mi pare un assurdo parlare di Europa e non coinvolgere i suoi cittadini nel patto che li lega nel loro percorso di vita. Porte e finestre sono ancora serrate. ruggeromorelli@libero.it