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30 Settembre 2020

David Fedi l’uomo, Zeb il pittore. Un libro ricorda la scomparsa


(Gino Fantozzi) Livorno, 17 luglio. Sono nove anni da quando David Fedi, conosciuto anche come Zeb, è scomparso nel nulla. Nove anni nei quali non si è fermata la ridda di ipotesi sul perché e sul come, questo ragazzo un poco strano con il cappellino verde e i pantaloni larghi alla militare, non ha dato più traccia di sé. Ed insieme alle chiacchiere, alle congetture anche le più fantasiose è cresciuta piano piano anche la voglia di scoprire chi fosse veramente. E’ certo di lui, se chiediamo per strada, ci viene risposto subito: certo che lo sappiamo, quello che scriveva sui muri. Cioè di lui, almeno nell’immaginario collettivo, è rimasta la figura di “graffitaro”, meno quella di pittore.
E dobbiamo essere grati al Comune di Livorno se alla fine del 2016 ha allestito una grande mostra delle sue opere al museo della Villa Fabbricotti, come sempre il Comune di Livorno ne allestì un’altra, una ventina, e forse più di anni fa, dedicata proprio alle sue scritte sui muri; ma se allora furono in molti a scandalizzarsi sul perché si usavano soldi pubblici per un “imbratta muri” ora, per fortuna, si vuol approfondire l’anima pittorica e la sua vasta produzione, come pure di salvare quello che è rimasto dei suoi giudizi pasquineschi che di tanto in tanto rilasciava alla città. Infatti già allora, ai tempi della prima mostra, aveva fama nazionale come uno degli esponenti più conosciuti della cosiddetta “street-art”.
Con la mostra del 2016 si è voluto, ed a ragione, rendere giustizia a David Fedi soprattutto per la sua attività artistica legata alla pittura. Perché David era soprattutto un pittore, e a titolo di esempio si ricorda che questo giovane aveva potuto esprimere, tra le tante performance, una sua personale esposizione di quadri a Milano con un catalogo firmato addirittura da Luca Beatrice, uno dei critici d’arte più conosciuti nel campo dell’arte contemporanea, aveva poi partecipato al Miart di Bologna, e ad una collettiva a Ginevra.
David infatti aveva insieme alle tante passioni sportive (bicicletta, surfing, nuoto e perfino il biliardo) come punto fermo ed imprescindibile la pittura. E da anni si misurava, cosa alquanto rara per una città come Livorno che è orgogliosa dei suoi post macchiaioli, con la pop art americana (e a questo proposito, per inciso, sarebbe anche il momento di riflettere sul significato e sulla presenza, soprattutto dal dopoguerra ad oggi di tanti pittori che hanno collegato la loro attività a riferimenti più o meno espliciti con le avanguardie europee e americane, cercando di affrancarsi dal post macchiaiolo e dal figurativo tradizionale). I riferimenti e le influenze, come è stato scritto sull’arte di David, sono da ricercarsi in due colossi del novecento, tra loro distanti ma non meno pregnanti: Amedeo Modigliani e Roy Liechtestein. Ed infatti non è raro trovare tra le sue opere riferimenti deformati e personalizzati di figure come quelle rintracciabili in opere famose dei due artisti. Ma David negli ultimi anni diventa soprattutto il pittore che utilizza l’immagine dei fumetti, in particolare del Diabolik delle sorelle Giussani, per entrare nella figura fino a stravolgerla quasi a volerla strappare o almeno strapparne la maschera. A questo punto nasce anche il “graffitaro” come ricerca, come provocazione, come se il “parlare con i muri” fosse un mezzo più immediato per raggiungere il pubblico (“quello che non viene alle mie mostre”, dirà), e di questa attività ne rimarrà quasi prigioniero in quanto alla fine di lui si parlerà solo di questa attività e si identificherà come proprio quello che scrive sui muri.
La mostra e il libro edito da Sillabe sono invece due momenti importanti che hanno riacceso (ed anche puntualizzato e qualificato) l’interesse del pubblico per questo livornese, che come dice la sorella Eva, parlava e scriveva livornese e che sicuramente nelle sue radici culturali c’era ancora qualcosa che si ritrova in quella Livorno vera che sta scomparendo velocemente e che non si mischia con le stanche consuetudini della “livornesità” di maniera.
Gino Fantozzi, autore del libro “Zeb chi sei”, Ed. Sillabe