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17 Gennaio 2021

“Frida Kahlo, viva la Vida!”, con la splendida Elisa Ranucci


(Angela Simini) Livorno, 19 aprile 2018. Sola sul palco! Sola col suo lungo monologo di oltre un’ora. Sul palco un letto, una poltrona, un cavalletto con colori e pennelli, uno specchio colmo di collane ed anelli. Alla parete tre veli di tulle sui quali vengono proiettati i quadri di Frida Kahlo. E, nelle vesti di Frida, Elisa Ranucci, bellissima, impressionantemente assomigliante a Frida, molto brava.
Così, al Nuovo Teatro delle Commedie, è rievocata la vita drammatica, ma intensamente e disperatamente vissuta dalla pittrice messicana (1907- 1954 ), che ha usato i colori smaglianti della sua tavolozza per tradurre le lunghe sofferenze fisiche e le immagini fervide della sua fantasia, nelle quali si rifugiava e trovava conforto e stimolo per andare avanti ed accettare l’esistenza. Il monologo, tratto dal libro di Pino Cacucci “Viva la Vida !” e liberamente rielaborato dal regista Beppe Ranucci, ha come titolo “Frida Kalho. Viva la Vida !”, titolo che ne costituisce anche la chiave di lettura.
Nella sala ancora buia, prima che si sollevi il sipario, il suono della pioggia si annuncia come la simbolica colonna sonora che scandirà la pièce e l’esistenza della pittrice: “Sono nata con lo scroscio della pioggia battente … e la Morte, la Pelona mi ha subito sorriso danzando intorno al mio letto … Ho vissuto da sepolta ancora in vita , prigioniera di un corpo che agognava la morte e si aggrappava alla vita” . Si connotano così i due poli entro cui si dibatte Frida: grandi passioni, grandi amori rubati alla malattia, all’infermità, alle degenze in ospedale.
Un racconto impressionante, dove poesia e dramma di fondono in un suggestivo mix, grazie all’abile penna di Beppe Ranucci che, dirigente scolastico, attore, scrittore e consumato uomo di teatro, ha saputo cogliere le giuste nuance di colori e di toni per offrire a Elisa un testo agile e denso di pathos, autentico pathos che non indulge mai al sentimentalismo o alla frase di effetto. Pochi tratti di penna per toccare l’incidente in autobus che distrugge la vita di Frida, il 17 settembre 1925, realistici e fantastici insieme. “E io ero una ballerina coperta di sangue e di oro”, la polvere d’oro che un passeggero portava con sé. Un lungo corrimano di ferro le si era infilato in un fianco ed usciva dalla vagina, non avrebbe potuto più avere figli, il suo corpo, ferito e frantumato, la costringe ad una Via Crucis di interventi chirurgici, di ingessature, di immobilizzazioni, durante i quali scopre la pittura stando sdraiata a letto “sigillata dentro bare di ferro e di gesso”. L’amore per la vita e per l’arte, ma soprattutto per il pittore Diego Rivera, affascinante donnaiolo, la salvano. Quando il suo “grasso e lurido rospo” la tradisce, lei lo ripaga della stessa moneta. Sono tanti gli amori di Frida per gli uomini, alcuni molto importanti, ed anche per le donne. E questo a dire quanto è stato difficile e complesso il monologo che Elisa Ranucci ha sostenuto con buona tenuta per oltre un’ora, con fiati lunghi e dosati sui contenuti, unico personaggio sulla scena: tutta la sua vita è passata davanti agli occhi degli spettatori, letteralmente catturati dalle immagini che il racconto suscitava. Un linguaggio colorito e realistico, ma non sguaiato e volgare, la proiezione dei quadri della pittrice sul palco, le canzoni di Chavela Vargas che hanno sottolineato i momenti più intensi dello spettacolo e lo hanno reso più eloquente e più pregevole. Uno spettacolo di gran livello culturale ed artistico! asimini@alice.it