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martedì 18 settembre 2018

Giovanni Fabbri, medico e livornese da non dimenticare


(Marco Ceccarini) Livorno, 23 agosto – Corre oggi, giovedì 23 agosto, il trigesimo della scomparsa di Giovanni Fabbri, noto ed apprezzato ortopedico livornese. E proprio oggi, in occasione del trentesimo giorno, desideriamo tracciare un ricordo più preciso, rispetto a quanto fatto il mese scorso, di questo medico nato a Livorno nel 1952 e laureato in Medicina a Pisa nell’aprile 1978, che è stato uno dei pilastri della scuola ortopedica livornese. Una scuola di grande prestigio, detto per inciso, della quale Fabbri, che subito dopo la laurea aveva conseguito l’abilitazione alla professione di medico e che già nel 1979 fu assunto all’ospedale di Livorno, è stato un esponente di spicco.

Erano anni di grande fermento, quelli a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, non solo per l’ortopedia ma per la medicina in generale. Erano gli anni in cui, a Massa, un cardiochirurgo siciliano, Gaetano Azzollina, dava lustro alla medicina italiana con i suoi trapianti di cuore che facevano ombra a quelli eseguiti dal sudafricano Christiaan Barnard  a Città del Capo ed a quelli dello statunitense Michael DeBakey a Houston. Ma erano anni di grande fermento anche per l’ortopedia, e in particolare per l’ortopedia livornese che, con l’invenzione del famoso “chiodo” per iniziativa del primario ortopedico Domenico Vinditti e del suo vice Michele Benini, salì agli onori delle ribalte scientifiche nazionali ed internazionali.
Attraverso una pubblicazione dal titolo “Proposta di un chiodo endomidollare a pressione o coartante”, edita da Minerva, Vinditti e Benini proposero alla comunità scientifica quella che può essere a tutti gli effetti definita la “invenzione livornese”, ossia il “chiodo per le fratture”, uno strumento innovativo per la cura delle fenditure e delle lesioni ossee. La sua introduzione rappresentò una vera e propria svolta nell’evoluzione del metodo di guarigione delle lesioni scheletriche degli arti, anche gravi, con la conseguenza che, da allora in poi, nel percorso terapeutico non c’è stata più l’immobilità dell’arto interessato ma la possibilità di seguire una rieducazione dinamica e funzionale.

Il giovane Fabbri arrivò nel reparto ortopedico dell’ospedale di Livorno proprio in quel contesto, ricco e dinamico, dove non solo si curava ma anche si effettuavano sperimentazioni e ricerche cliniche. E lui, dimostrando fin da subito grandi capacità, si presentò come un prezioso collaboratore. Tanto che Benini, che svolgeva la mansione di aiuto primario, avendone intuite le doti, lo prese sotto la sua supervisione per affinarne capacità e competenze.
Anche dopo la prematura scomparsa di Benini, avvenuta nel 1982, Fabbri continuò a lavorare, con abnegazione e capacità, nel reparto di ortopedia dell’ospedale livornese, incrociando colleghi come Paolo Paoli, Gianfranco Lamberti (proprio colui che sarebbe diventato sindaco, ndr), Metello Falaschi, Elio Tarquini, Pierluigi Balma, sia sotto la direzione di Vinditti che di Mario Spinelli. La ricerca clinica, per Fabbri, proseguì difatti anche in quello straordinario laboratorio che, con Spinelli, si concentrò sulla chirurgia della spalla e del piede.

Le doti umane e professionali di Fabbri sono state sempre riconosciute dai colleghi delle varie equipe in cui ha lavorato, da Gennaro Forcella a Gianfranco Paganelli, da Pietro Pagella a Paolo Gabellieri, oltre che Vinditti e Spinelli, fino ad arrivare ad Antonio Augusti, del quale è stato anche il principale collaboratore, anche se per poco, perché Augusti è arrivato a Livorno nel 2011 e Fabbri nel 2012 lasciò la sua città per andare a dirigere la sezione di ortopedia dell’ospedale di Portoferraio all’isola d’Elba.

Fabbri è rimasto rimasto responsabile della sezione ortopedica dell’ospedale elbano fino a quando, nel dicembre 2016, ha dovuto lasciare l’incarico a causa della malattia che, un mese fa, lo ha tolto all’affetto dei suoi cari, della moglie Annamaria e dei figli Nicola e Luca, quest’ultimo pure lui medico ortopedico. Ma che non lo ha tolto al ricordo dei livornesi e della comunità medica. Il suo impegno, il suo sacrificio talvolta esercitato anche in condizioni lavorative non sempre agevoli, come ha tenuto a specificare il dottor Balma, non possono essere dimenticati. E non lo saranno. Livorno non può dimenticare.

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