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venerdì 23 Agosto 2019

Il pianeta immigrazione a Livorno


(Gino Fantozzi) Livorno, 28 febbraio – Quando si parla di immigrazione ci introduciamo in una dimensione poco conosciuta che spesso mette paura e che diventa, in qualcuno, addirittura la prima causa di insicurezza nel vivere quotidiano. Ma quanti sono gli immigrati a Livorno e soprattutto chi sono, come vivono e con quali risorse?
Innanzitutto quando si parla di immigrati occorre fare una prima distinzione tra immigrati cosiddetti “regolari”, quelli cioè che giungono in Italia con regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro o di ricongiungimento familiare e che secondo la legge Bossi-Fini sono individuati attraverso l’accesso ad un bando del Ministero degli interni e in quantitativi proposti dalle province nel quadro di contingenti sostenibili stabiliti volta per volta dalle regioni. Questi immigrati, e’ bene specificare, non sono quindi quelli che in condizioni disperate arrivano nel nostro Paese con i barconi. Questi soggetti, nella Provincia di Livorno si aggirano sul 7 e l’8 per cento della popolazione residente, quindi tra i 23 mila e i 27 mila, sparsi in tutto l territorio. Sono in particolare di origine Senegalese, Nordafricani (soprattutto Tunisini e Marocchini), Albanesi, e Cinesi (quest’ultimi in notevole crescita negli ultimi anni). Vivono del loro lavoro e devono per legge essere impiegati secondo le norme contributive e fiscali previste dal nostro sistema giuridico.
La seconda branca riguarda invece i cosiddetti “richiedenti asilo” (comunemente detti profughi), persone cioè che fuggono dai loro paesi di origine per motivi di guerra o di persecuzione (secondo una specifica classificazione ONU). Questa condizione deve essere legalmente riconosciuta a ciascuno dopo apposito esame di una commissione ministeriale, il cui iter inizia con l’ingresso in Italia, secondo il trattato di Dublino, o su ricorso dell’interessato al Tribunale (sempre secondo la legge Bossi Fini). In maggior parte sono proprio quelli che giungono con i barconi dalla Libia e provengono dal medio oriente (Siria per esempio) o da regioni dell’Africa o dell’Asia, paesi comunque dove imperversa la guerra civile o la persecuzione religiosa, come il Niger, la Costa d’Avorio, il Mali, il Pakistan, il Bangladesh o la Somalia.
A Livorno i richiedenti asilo sono circa 600, e sono accolti in strutture gestite da diversi enti o associazioni come l’Arci, la Caritas, il Cesdi, la cooperativa gioco-città, la cooperativa San Benedetto, la Misericordia, i Padri Trinitari ed anche soggetti privati profit (ad esempio gli attuali gestori dell’ex albergo Atleti) i quali sono ammessi a partecipare alla gestione dei centri attraverso i bandi periodicamente emanati dalle Prefetture.
Questi richiedenti asilo vivono e vengono ospitati in strutture ove viene loro offerto il sostentamento e l’assistenza sanitaria (il primo anno è gratuita poi decade) come pure la scuola di lingua italiana. I finanziamenti di questi interventi vengono dalla Unione Europea e dallo Stato per un ammontare di 33,80 euro giornaliere per ciascun profugo. con questi soldi vengono pagati anche gli operatori e i sorveglianti. Nella sola Arci di Livorno, per esempio, lavorano all’accoglienza circa 20 persone qualificate e tutte assunte a tempo indeterminato.
Gli arrivi dei richiedenti asilo ha visto nell’ultimo anno un calo del 30 per cento a livello nazionale grazie agli accordi sottoscritti tra il governo italiano e il governo libico avviando un processo di continua diminuzione. L’accoglienza di questi soggetti è garantita in Italia da 3.000 comuni su un totale di 8.200. Questo significa che se aumentasse la disponibilità dei comuni e se continuasse ancora il calo degli arrivi sui barconi, la presenza dei richiedenti asilo sarebbe davvero meno impattante sul territorio, con il duplice vantaggio sia per i profughi che per i cittadini.
Quando si parla di immigrazione si va subito, e spesso a ragione, ai “clandestini”. Ma da dove vengono i clandestini? Sostanzialmente due sono le situazioni che determinano la clandestinità: la perdita di lavoro che ha reso possibile da parte degli immigrati regolari il permesso di soggiorno, e di norma dovrebbe durare il periodo di disoccupazione fatto salvo il loro impiego nel lavoro nero; oppure tra i richiedenti asilo giunti in Italia, che dopo due anni non ottengono lo status definitivo di rifugiato politico. Questo può accadere non solo per il mancato riconoscimento dei requisiti ma anche per motivi burocratici come i notevoli ritardi con i quali il ministero dà questi riconoscimenti. Nella provincia di Livorno si parla di circa 10 mila soggetti in queste condizioni su un totale di 338mila cittadini italiani residenti (quindi il 2,95 per cento).
E’ chiaro che questi soggetti sono debolissimi, facili al richiamo del lavoro nero e dello sfruttamento come nei casi più estremi dell’utilizzo da parte della delinquenza organizzata di tipo mafioso radicata spesso nelle stesse etnie, come la mafia nord africana.
La questione quindi in generale non appare catastrofica come viene rappresentata ma richiederebbe sicuramente una gestione più oculata, più controllata e soprattutto più celere in termini burocratici onde permettere anche, quando ci sono le condizioni, di ricorrere ai rimpatri. Ma soprattutto una maggiore distribuzione sul territorio degli immigrati renderebbe il problema più gestibile e controllato nell’interesse dei cittadini italiani ma anche degli stessi immigrati.

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