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24 Settembre 2020

Lampedusa, l’isola dei dannati sospesa tra Inferno e Paradiso


(Sandro Lulli) Lampedusa – Ed eccomi sulla mia iole “Fuocoammare” sospeso tra Paradiso e Inferno, tra l’incanto di una costa mozzafiato e un’acqua di mille tonalità di blu e le immagini raccapriccianti che mi vorticano in testa di morti annegati che si muovono sul fondo del mare come in un macabro acquario: ed è come se li avessi lì a due metri i volti terrorizzati, i denti bianchi che sbucano dalle bocche spalancate e contratte in smorfie di dolore, gli occhi che escono dalle orbite, le braccia che si agitano, i corpi che annaspano e vengono inghiottiti dalle sabbie mobili liquide; le mani scure aperte che cercano le mani della salvezza degli Angeli vestiti di bianco: sono degli uomini della Guardia Costiera, ma anche _ senza mascherine e tute _ quelle callose dei pescatori. E li vedo quei gommoni grigi e sgonfi come balene spiaggiate che non reggono più il peso degli innocenti condannati a morte; li vedo i barconi che oscillano come i pugili che incassano il colpo del ko e cercano di opporsi a una caduta alla quale non potranno sottrarsi. Motori in avaria, stive ormai piene d’acqua e gasolio, piscine della morte per chi non ha retto alla sete, alle epidemie, alle violenze dei trafficanti di vite. E remando nel silenzio rivivi anche quelle scene a cui hai assistitito decine di volte ma alle quali _ come dice il dott. Pietro Bartolo, uno degli eroi di Lampedusa _ non puoi mai abituarti: è quando i migranti vedono i salvatori e prendono ad agitarsi, allungarsi, protendersi e allora dalle motovedette (e dai pescherecci) gli gridano in inglese: “ State calmi!, Fermi!, Siete salvi!, Dateci prima chi sta male, le donne, i bambini…”. E assisti al trasbordo di quei corpicini che passano di mano in mano, vengono fatti scivolare, inerti come bambolotti, dalle murate di quegli accrocchi in legno marcio. E loro muti, non un gemito,
un pianto: zitti, forti, coraggiosi, come quei bambini estratti dalle macerie del recente terremoto in Lazio e Umbria.
Insomma: siamo qui, tra Paradiso e Inferno; noi paladini della modernità (sic!), loro _ quelli che fuggono dalle dittature spietate, dalla fame, dalla guerra, alla ricerca di un futuro per riappropriarsi della dignità _ i dannati della terra.
La mia barca a remi scivola silenziosa come il volo di un gabbiano già da quaranta minuti mentre ripenso alla foto che ho appena fatto, prima di partire dal porto, con cinque o sei piccoli migranti, e al fatto che dopo gli scatti ognuno di loro è venuto a stringermi la mano e in quella stretta, in quegli sguardi e quei sorrisi puliti c’era affetto, riconoscenza, la consapevolezza di sentirsi considerati al pari di tanti altri ragazzi dell’isola. E la stessa reazione l’hanno avuta con il vice sindaco Damiano Sferlazzo (al quale ho donato anche maglia “io sono 141” e libro il sulla tragedia della Moby con dedica della collega Elisabetta Arrighi per la sindaca Giusi Nicolini, impegnata all’estero) e gli assessori Stefano Greco e Giuseppe Fragapane, tutti venuti a salutarci alla partenza.
Lasciato il molo di Pino Maggiore (un lampedusano generoso che ha lavorato per tanti anni tra Carrara, Massa e Lido di Camaiore) abbiamo preso a destra perché soffiava già lo Scirocco e nel caso avesse rinforzato ci saremmo messi al sicuro dietro Capo Ponente. Mentre vogo mi viene in mente che Scirocco prende il nome dalla terra da dove spira: la Siria. E anche lì c’è morte, devastazione, disperati in fuga: questi sono refoli che arrivano da zone devastate da bombardamenti folli e stragi d’innocenti.
Vito e Michela mi chiamano: “L’Isola dei Conigli è laggiù!”. Ed è laggiù _ anche con Loris Rispoli _ che abbiamo deciso di depositare i fiori avvolti nella maglia rossa “io sono 141” e adagiati su un giubbotto-salvagente, uno di quelli che se lo avessero i “dannati della terra” tante vite potrebbero essere risparmiate. Perché laggiù il 3 ottobre di tre anni fa, si sono inabissati 368 innocenti, ma comunque noi questi fiori li lasciamo in memoria di tutti; quelli che sono morti prima e dopo, e quelli che continuano a morire mentre l’Europarlamento (ha addirittura tre sedi, Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo…) non si è ancora accorto che ogni giorno si perpetua un autentico genocidio.
Sono le 11,40, le rose rosse si allontanano sospinte dalla corrente e non affonderanno mai perché le ho assicurate ben strette al giubbotto, noi si riprende a scivolare lungo le imponenti coste di quest’isola magica che se la guardate bene ha la forma di un cuore allungato, quasi i suoi 6500 abitanti fossero dei predestinati. Perché questa è veramente gente ospitale, ricca di slanci, non con quella falsa cortesia legata ad alcune zone turistiche: l’espressione “O’ scià” l’hanno inventata i lampedusani. Significa mio respiro, fiato mio, significa che ti vengono incontro, sono aperti verso coloro che arrivano dal mare, in qualunque modo arrivino. O’ Scià è anche un invito alla tolleranza, Claudio Baglioni qui ogni anno titola così il suo Festival per sensibilizzare sul problema dell’immigrazione. E “strada facendo” _ in omaggio al cantautore romano _ costeggiamo questo “cuore aspro” i cui strapiombi tolgono il respiro e dove alla base si aprono grotte misteriose, scavate dalle mareggiate catapultate dal Maestrale, che Vito e Michela vanno a visitare, mentre io continuo questo viaggio sul Mediterraneo della grande bellezza e della grande emigrazione, del sogno e dell’incubo, dei colori e del buio, della speranza e della disperazione.
Tre ore se ne sono andate. Sosta lunga, sospesi sul blu intenso, sovrastati da una natura che frastorna, quasi intimidisce. Michela mi passa altri sali, acqua e un’altra barretta proteica. Alziamo gli occhi, incredibile: sopra di noi pascolano decine e decine di caprette bianche come il latte, gli unici esseri viventi che vediamo dopo chilometri e chilometri. I ragazzi scattano foto, io mi sdraio su “Fuocoammare”, allungo le gambe già alle prese con i crampi. Poi via lungo Punta Alaimo, Punta Zio Salvatore, mentre adesso il vento è forte, pressa sulle spalle, fa resistenza sulle pale dei remi.
Da Punta Grecale in giù mare brutto per il mio “osso di seppia azzurrino”; onde sconnesse, ognuna in una direzione diversa: fa così il mare quando i venti girano in continuazione. Vediamo Cala Pisana, e laggiù in fondo, come il dito di una mano che sfiora l’acqua c’è Punta Sottile, doppiato quello inizieremo a sentire l’aria del rientro. Il sole ora è offuscato dalle nubi, il paesaggio s’incupisce. Già da da un paio di miglia tengo un bel passo. “Babbo, tra poco alla tua sinistra si vedrà la Porta D’Europa”, mi dice. Ed ha ragione l’hanno chiamata così. Ma per me l’Europa questa porta ancora non la merita, questa è la porta dell’Italia: noi salviamo, accogliamo, curiamo; noi ci prodighiamo, non erigiamo muri e barriere di filo spinato. Eccoci al porto naturale di Lampedusa, si vedono le casette colorate, sul promontorio svettano gli uffici della Guardia Costiera e sotto, ai moli, motovedette, pilotine, maxi-gommoni ognitempo perché c’è allerta, arrivi in vista. Polizia e Carabinieri stanno mandando uomini di rinforzo da Roma, Napoli e Palermo.
Ecco, siamo arrivati alle 16 di una domenica d’inizio ottobre. Il nostro “Mare al mattino” _ per rendere omaggio al libro di Margaret Mazzantini, un capolavoro sulla migrazione _ finisce qui. E lo dedichiamo alla gente di Lampedusa, alle sue istituzioni e a tutti i volontari che tanto fanno. E lo dedichiamo ai 12 mila che negli ultimi tre anni hanno visto il loro sogno di libertà inabissarsi a 120 metri di profondità, a quel bambino annegato e sballottato dai flutti sulla battigia, a quella mamma che ha partorito vedendo terra ed è volata via; a quelle madri che stringono al petto per giorni i figli morti facendo finta che siano vivi altrimenti gli scafisti glieli gettano in acqua. O’ Scià.