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16 Gennaio 2021

Lettura un po’ forzata, ma nel complesso buona, per Cavalleria e Suor Angelica


(Angela Simini) Livorno, 22 ottobre 2019 – Con un gran pienone di pubblico, che ha ripetutamente applaudito, a dir il vero più in Cavalleria rusticana che in Suor Angelica, il dittico ha convinto gli spettatori!

L’illustrazione e la scelta di regia e costumi, esaurientemente condotta dal maestro Daniele Salvini, ha facilitato nella lettura dei due atti unici realizzati dal regista Gianmaria Aliverta in modo non tradizionale e che si sono susseguiti in ordine diverso rispetto a quanto annunciato nel titolo: Suor Angelica ha aperto la serata ed a quella è stata idealmente collegata la vicenda di Cavalleria.

Quale è stato il trait d’union tra le due storie? La sottomissione della donna ai costumi di una società lontana, nel tempo e nello spazio, la punizione spietata dello scandalo, il sentimento religioso malamente inteso, il pregiudizio, l’emarginazione. In parole più chiare, l’amore vissuto al di fuori del vincolo matrimoniale che relega Suor Angelica in convento fino alla privazione del figlio appena nato, appare anche come il possibile antefatto di Cavalleria, l’amore al di fuori del vincolo sacramentale, cioè tra Santuzza e Turiddu, con la conseguente emarginazione della peccatrice. E fin qui, niente da dire, anche perché è universalmente riconosciuta al regista la libertà di interpretare una piece, ma certamente non di stravolgerne l’impostazione. E non ci si riferisce solo ai costumi e agli ambienti, ma soprattutto alla rispondenza tra contenuto e musica.

L’opera lirica, rispetto al romanzo e al cinematografo, possiede un quid che non ti consente di uscire più di tanto dal tracciato ed è la musica. Che si voglia o no, la musica parla, e non tenere conto dell’intonazione di una partitura significa creare una incongruenza tra dramma e intonazione.

Suor Angelica è un’opera drammatica, sì, ma anche fortemente intimistica, non una aperta denuncia sociale: c’è anche questo aspetto, ma lo si deve dedurre e comunque sempre nella considerazione che la musica dice l’ultima parola.

Una stessa struttura claustrofobica include i due atti con le due storie, una scenografia con immagini e simboli religiosi che connotano costantemente la scena, che diventa allusiva ed indicativa di uno spazio in cui non si vede il limite tra sacro e profano, tra la sfera intima e privata e quella pubblica. E c’è anche il passaggio di un coltello tra Suor Angelica, che peraltro deve morire avvelenata secondo il testo e non tagliandosi le vene, e Santuzza, protagonista di Cavalleria, che vuol creare un’atmosfera di verismo di sangue in cui vengono immersi i due atti unici.

In Cavalleria non si esce mai all’aperto, dove invece ci accompagna la musica stessa, così piena di colori e sapori mediterranei. Alcune scene sono risultate di sicuro effetto, come la Messa di Pasqua, ma la lettura dei due atti unici è risultata nell’insieme complessa e forzata.

L’allestimento comunque ha mostrato serietà di impegno: l’Orchestra Filartmonica Pucciniana diretta da Daniele Agiman ha dato ottima prova, buona la prestazione del Coro Ars Lyrica, ben articolato ed amalgamato. Un plauso particolare agli interpreti: la livornese Valentina Boi, Suor Angelica, voce fortemente drammatica e potente, ha dato risalto al personaggio, ma ha accentuato troppo gli aspetti del dramma verista nella gestualità e nell’emissione vocale. Molto brava Donata D’Annunzio Lombardi, che ha interpretato con grande senso drammatico Santuzza, con la quale si è misurato il tenore Aquiles Machado, nelle vesti di Turiddu.

Altri interpreti di rilievo sono stati Sergio Bologna nelle parte di Alfio ed Anastasia Boldlyreva, che ha tenuto la scena in Suor Angelica nel ruolo della Principessa, Zia della protagonista, e in Cavalleria nel ruolo di Mamma Lucia, nel quale ha mantenuto parte della rigidità interpretata nel primo atto.