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28 Settembre 2020

L’incredibile vittoria del vecchio leader


(Franco Marconi) Livorno – Qualcosa di inaspettato e sorprendente è accaduto venerdì scorso, 28 ottobre, nel salotto televisivo di Enrico Mentana su La7, dove sulla riforma costituzionale si sono sfidati il premier Matteo Renzi e l’ex presidente del consiglio Ciriaco De Mita, 88 anni, di oltre quarant’anni più anziano dell’altro.
Chi scrive, come tanti, si aspettava che il giovane e brillante capo del governo, che ricopre anche la carica di segretario del Pd, facesse un sol boccone dell’anziano ex leader democristiano, che alla vigilia sembrava la “spalla” perfetta, la vittima designata di uno scontro che, se andava bene a De Mita, poteva diventare al cloroformio. E in effetti, in avvio, così è stato. O almeno, così è parso che potesse essere, con il giovane ex sindaco di Firenze subito a testa bassa per disarcionare l’avversario con battute ad effetto, interruzioni e provocazioni, tipo l’iniziale “ho l’impressione che tu non abbia letto la riforma”.
Ma il gioco è durato poco. L’ex primo ministro, nonostante la veneranda età, ha dimostrato di avere, oltre a una notevole base culturale, anche un’intatta capacità politica. Così, in breve, il comprimario ha preso il sopravvento e ha strappato la maschera dell’irriverenza all’avversario, a cui non è bastato più il ricco eloquio. Un po’ alla volta De Mita, indicato dal capo del governo come il simbolo del vecchio potere della Prima Repubblica, ha dissolto il furore renziano, prima rispondendo colpo su colpo e poi cominciando ad attaccare. A quel punto lo scontro è diventato impari. Ed è stata la Caporetto di Renzi.
L’ex sindaco di Firenze, con slogan ed ironie, ha tentato di tornare in sella, mescolando gli attacchi alla faccia tosta. Ma De Mita ha preso il largo: “Un Parlamento che vota settecento volte vuol dire che chi lo dirige è un incapace”. E poi, rispondendo all’accusa di aver abbandonato il Pd perché non ricandidato al Parlamento: “Tu non hai diritto di parlare di moralità. Io sono nato e morirò democratico cristiano mentre tu non so cosa sei. E’ scorretto mettere in dubbio la moralità politica. Il risultato è che tu, mettendo due culture nel Pd, hai provocato il silenzio. E’ un partito dove nessuno può parlare”. Lo ha definito anche “patetico” e ha ricordato di non aver mai condiviso l’unificazione dei Ds con la Margherita. Quindi ha aggiunto: “Le tue relazioni alla direzione del Pd dovrebbero essere pubblicate per mostrare a cosa è ridotta oggi la politica”.
Un colpo dietro l’altro il Vecchio ha preso a sberle il Bambino, lo ha zittito, tanto che, messo all’angolo, il premier ha abbassato il tono della sua proverbiale sfrontatezza, apparendo come un pugile suonato. E quando Renzi è andato in difficoltà, l’anziano maestro non si è accontentato del kappao tecnico ma ha voluto mettere la distanza di sicurezza, un po’ come una squadra che, trovandosi in vantaggio di due gol, pressa ancora, prima di riposarsi, cercando e trovando la tripletta che la mette al sicuro da improbabili rimonte. Così, già che c’era, il sindaco di Nusco, vestendo lui la maschera dell’insolenza, ha sferrato dei colpi micidiali: “Si vede che l’ora è tarda, ti stanchi presto”. E poi: “La lettura della storia che racconti è fatta tutta su di te. La politica, invece, è la scienza dell’organizzazione dello Stato. L’approssimazione ti rende arrogante e inconcludente”.
Renzi ha tentato di mettere all’angolo l’interlocutore sulle riforme: “Il problema è chi in questi anni ha parlato di riforme ma poi ne ha soltanto parlato per dare fiato alla bocca e non per arrivare alle conclusioni”. Ma De Mita, rivolgendosi a Mentana, ha messo dentro anche il quarto gol. Con aria sarcasticamente rassegnata, ha detto: “Credo sia irrecuperabile. Ha una tale consapevolezza del sé che non vede limiti alla sua arroganza”. E qui si è fermato. Ci mancava solo che trovasse qualche iperbole per paragonare il decisionismo renziano a quello di Benito Mussolini ai tempi del Fascismo e la cinquina era servita. Invece il quinto gol, De Mita, lo ha lasciato in canna.
In altre parole, quello che è avvenuto l’altra sera in tivù, dove si affrontavano due volti dello stesso mondo democristiano, quello del passato legato ad ideologie ed affari e quello modernista appoggiato dalle banche e dalla finanza internazionale, ha dell’incredibile. In due ore un anziano signore classe 1928, dimostrando una lucidità e una baldanza impreviste, ha messo sotto il giovane capo del governo, classe 1975, che inaspettatamente ha mostrato debolezza politica e caratteriale.
Il pensionato ha rottamato il Rottamatore. E il No al referendum sulla Costituzione, in quel caso, è uscito probabilmente rafforzato. Ma non perché l’anziano ex leader ha detto cose straordinarie, od è entrato più di tanto nel merito delle questioni referendarie, quanto perché, semplicemente, ha messo a nudo la poca chiarezza della politica dell’uomo che da quasi tre anni governa l’Italia e la reale carica involutoria della sua proposta di trasformazione costituzionale.