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23 Gennaio 2021

Livorno e il Museo della Città: la storia per guardare al futuro


(Massimo Masiero) Livorno, 2 maggio 2018. “Un museo straordinario di storia universale della città, con una antica biblioteca e una chiesa contenitore d’arte contemporanea, uno sguardo laico e sacro, che ci dice che Dio esiste”. E’ il significativo graffio di parole pronunciate da Vittorio Sgarbi per illustrare il Museo di Città, inaugurato lunedì 30 aprile, nei rinnovati e funzionali spazi dei Bottini dell’Olio. Una festa che si è svolta nel cuore del quartiere de “La Venezia” seicentesca, nello spazio allestito tra le antiche mura dei depositi oleari e della chiesa sconsacrata del Luogo Pio, con il sole pomeridiano che accentuava il giallo delle pareti. E la tanta gente livornese assiepata e partecipe, pure emozionata, appena un brusìo, ad ammirare lo spettacolo dedicato alla livornesità, breve e intenso, che preludeva al taglio del nastro tricolore del sindaco Filippo Nogarin (nella foto da sin:Nogarin e Sgarbi) pure lui emozionato da quei momenti, in cui si percepiva di vivere, un po’, di storia della Livorno di ieri e di oggi. Perché il Museo, lo ha detto il sindaco, è da vivere nella quotidianità ed è dei cittadini. La festa di musica, danza e poesia con brani di Pietro Mascagni e poesie di Giorgio Caproni e Giorgio Fontanelli è iniziata con “Diventa ciò che sei”, il grido scandito dai bambini dei Laboratori teatrali della Fondazione Goldoni e del Nuovo Teatro delle Commedie. E’ proseguito con le corali cittadine, dirette da Laura Brioli, che hanno cantato “Gli aranci Olezzano” da “Cavalleria Rusticana”. Ha concluso Bobo Rondelli, idolo locale, poche incisive parole per cantare da par suo Piero Ciampi: “Un pianto che si scioglie, la statua nella piazza. La via che si sceglie è il sogno di una pazza”, direttore Riccardo Pagni, provocando emozioni e scroscianti applausi. All’interno performance dei gruppi della compagnia di Virgilio Sieni e nello spazio d’arte contemporanea concerto del Quasibarocco Ensemble dell’istituto Mascagni.
In tutto seimila metri quadrati, la spesa 6,5 milioni di euro, altri 650mila per l’arredamento e 390mila per la biblioteca adiacente, circa 7,5 milioni in tutto. Non è un grande museo, non è un contenitore di numerose e eccessive quantità, non c’è tanto di tutto e di più, che induce alla visita da concludere di corsa. I seicento pezzi esposti, lo rendono estremamente gradevole e attraente, di una qualità che va assaporata lentamente e con attenzione. Illustra la storia di Livorno dal periodo romano ai nostri anni, tutta da centellinare e assaporare. E’ suggestivo perché crea emozioni dimenticate nei livornesi di scoglio, mentre il visitatore di foravia e il turista mordi e fuggi hanno l’occasione di trascorrere utilizzando il proprio tempo disponibile in una “full immersion” che appaga piacevolmente curiosità, volontà e conoscenza per una città dal glorioso passato, che è stata preminente nel Mediterraneo e nella Toscana, aperta a religioni e etnie diverse e all’accoglienza. Livorno, lo ha ricordato il pastore valdese Daniele Bouchard, che vent’anni or sono appose una targa sulla chiesa della piazza del Luogo Pio a ricordo della libertà religiosa, “ora che soffiano venti di paura nel mondo”. Nel percorso museale quest’aria di convivenza ecumenica, sancita dalle “leggi livornine” dei Medici è rappresentata da opere delle chiese cattolica, armena, greca e ebraica. Il Risorgimento è rappresentato dallo scrittoio e dal poncio di Garibaldi dalle divise e dalle camicie rosse, dalle armi da fuoco dell’epoca. Episodi e storie da scoprire e da ricordare, che si collegano ai testi e ai cimeli esposti. Lo ha sottolineato Francesco Belais, assessore alla cultura, in poche parole perché l’emozione e la commozione rendevano difficile il lungo parlare. Ha ricordato come il Tavolo delle Religioni, creato a Livorno anni or sono, ha collaborato e contribuito a riprodurre il clima di accoglienza e come sia anche il Museo delle collezioni cittadine. Quella archeologica e numismatica di Enrico Chiellini che risalgono all’età etrusca e romana; l’archeologica subacquea con le anfore sul fondale di sabbia e ceppo d’ancora provenienti dal relitto “Ardenza”; quella delle stampe iconografiche di Oreste Minutelli sull’evoluzione nel sei e settecento, quando la città era Porto Franco senza dazi e dal commercio libero, con fotografie del folclore e testimonianze del passato. E ancora il bozzetto del monumento dei Quattro Mori attribuito a Piero Tacca, i modelli della Fortezza Vecchia e del Pentagono di Bernardo Buontalenti, che disegnò la città nel XVI secolo, la Pianta di città e porto di Antonio Piemontesi. Poi il ‘700, e l’arrivo dell’attività tipografica e dell’editoria con la prima edizione uscita dai torchi di Marco Coltellini, “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, e la terza ristampa dell’ “Encyclopedie ou Dictionnaire raisonnè des Sciences, Arts et des Metiers di Diderot e D’Alembert, pubblicata dell’imprenditore Giuseppe Aubert. Gli spazi della Livorno delle Nazioni e quelli dedicati all’Arte Sacra cattolica con affreschi risalenti al ‘300 dell’Eremo della Sambuca con la campana, preziosi e rari incunaboli, la “Crocifissione” di Neri di Bicci (XV secolo), opere del ‘400 toscano, crocifissi, calici, paramenti e codici miniati a carattere religioso. E ancora l’Iconostasi greco-ortodossa della Santissima Trinità, i testi ebraici e la riproduzione dell’antica Sinagoga, andata distrutta nell’ultima guerra mondiale, testimonianza della comunità ebraica livornese e della chiesa Armena.
L’800 e lo sviluppo architettonico della città: stampe e quadri dell’epoca con fotografie dalla costruzione dei primi edifici fine ottocento ai fabbricati in stile liberty e alla devastazioni della guerra. Un percorso che prosegue fino ai primi anni del ‘900: opere grafiche di Enrico Pollastrini, Giovanni Fattori, Plinio Nomellini, Ulvi Liegi, Leonetto Cappiello, Moses Levi e Gastone Razzaguta. Poi Aristide Sommati ritratto da Amedeo Modigliani. Una sezione dedicata a Pietro Mascagni: il musicista livornese è rappresentato da manoscritti, libretti d’opera e materiale delle sua vasta produzione.
Una fermata d’obbligo per la storia più recente è la prima bandiera rossa della sezione del Partito Comunista Italiano, custodita in una teca, cucita dalle compagne livornesi, subito dopo la scissione dal Partito Socialista Italiano e al Teatro San Marco, poco distante dal Museo della Città, si dichiarò aperto il primo congresso del Partito Comunista d’Italia, aderente alla III Internazionale. Era il 21 gennaio 1921.
Spazi dedicati alla satira politica e di costume. Esposte le tre false teste di Modì, due opera di tre studenti livornesi e l’altra d’un artista contestatore della critica ufficiale d’allora, stimate autentiche da critici e esperti, raccolte in fondo al Fosso Mediceo, dove la leggenda narrava fossero state gettate da un irato Modì, deriso dagli amici artisti. La vicenda, luglio 1984, quando i tre giovani allarmati dalle conseguenze del gesto, riprodussero una testa con il black decker in una trasmissione televisiva, proiettò Livorno alla ribalta delle cronache mondiali, gettò nello sconforto e nel ridicolo noti esperti d’arte e passò alla storia come la “beffa di Modì”. Una sezione è dedicata a “Livorno e il cinema”, con affiches di pellicole ambientate in città, tra cui spiccano le scene sulla strada panoramica del Romito del “Sorpasso” di Dino Risi, “Le notti bianche” di Luchino Visconti e il “Ben Hur” del 1925, i recenti film di Paolo Virzì. Spezzoni proiettati una saletta del museo in un agile filmato di Marco Sisi. Una rassegna dalla quale non poteva mancare la classica cucina labronica, con gli altrettanti classici piatti del mare scoglioso che bagna la città: il “cacciucco” dalle cinque “c”, le “triglie”, il baccalà anche se non di mare nostrano e poi il ponce, la torpedine, dalle idealità della Caterina de’ Medici alle contaminazioni recenti con i sapori ebraici, francesi, inglesi, russi.
Lo spazio multimediale dalle pareti luccicanti e tappeto scintillante, invita il visitatore a percorrere e conoscere in breve la città immergendosi in una divertente passeggiata
Le sezione d’arte contemporanea, curata da Mattia Patti, nella chiesa sconsacrata della Vergine Assunta e di San Giuseppe, detta del Luogo Pio, scrigno di grande impatto visivo, collegata al museo, espone opere del secondo Novecento, provenienti dal Museo Progressivo d’Arte Contemporanea di Villa Maria, poi chiuso. Caratterizzò la stagione alla Casa della Cultura, restaurata, ora Cisternino della Città, luogo d’incontri e eventi, dal 1951 al 1955 fino al 1967 con il Premio Modigliani. Attirò a Livorno valenti pittori e scultori, che cedettero le loro opere a prezzi simbolici alla città.
Percorso agile e in progressione di una collezione che propone una Livorno moderna e versatile. Il “Grande rettile” di Pino Pascali è l’opera di maggior impatto dell’artista scomparso: la cresta alta sul corpo bianco giacente sul pavimento accoglie il visitatore. Completa la galleria “Hiroshima n.2” di Tancredi, “La corsa di Alma” di Emilio Isgrò con altre opere di Enrico Castellani, Mario Nigro, Piero Manzoni, Claudio Parmieggiani, Mino Trafeli, Giuseppe Uncini.
Il Polo Culturale Luogo Pio – Bottini dell’Olio, contiene il nuovo Museo della Città e la Biblioteca Labronica. La storica e artistica struttura è stata oggetto di un importante intervento di recupero e riqualificazione da parte del Comune di Livorno, nell’ambito del programma della Regione Toscana Piuss, Piani integrati di Sviluppo Urbano Sostenibile “Livorno città delle opportunità”, operazione iniziata nel 2013 e terminata nel 2018. Info: http://museodellacitta.comune.livorno.it/museo