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29 Settembre 2020

Lo stato innovatore di Mariana Mazzucato e i riflessi sull’economia locale


(Gino Fantozzi) Livorno – Tre anni dalla sua uscita in lingua inglese in Inghilterra e negli USA, a due da quella italiana, il libro di Maria Mazzucato, economista italiana che insegna in Gran Bretagna all’Università del Sussex , “Lo Stato innovatore” è considerato dal “Sole24ore” uno dei libri più importanti del mondo pubblicato negli ultimi anni . Il saggio svolge una interessante analisi del rapporto tra sviluppo innovativo e ruolo dello stato e del settore privato, individuando proprio nell’intervento statale il motore primario delle principali innovazioni. L’innovazione è infatti alla base di ogni sviluppo economico (e conseguentemente anche sociale) sia in occidente che nelle più avanzate economie del mondo (in particolare dell’estremo oriente: come Giappone e Corea del sud).
Contrariamente a quel che si pensa, sostiene la Mazzucato, non è vero che nelle più grandi economie di mercato lo stato arretra il suo ruolo e la sua presenza, semmai la potenzia facendosi carico di quei progetti di ricerca e innovazione a più alto rischio, non appetibili dal settore privato, salvo poi consentire proprio a quest’ultimo di godere di tutti i benefici dei risultati ottenuti e tutto questo lo fa spesso senza ricavare il giusto indennizzo secondo il concetto della “socializzazione dei rischi e della privatizzazione dei guadagni”.
In questo quadro nasce spontanea la riflessione sul ruolo dello stato, ma con alcune differenze importanti rispetto al quadro proposto a suo tempo da J.M. Keynes. La più evidente è quella che: l’intervento dello stato innovatore (lo stato cioè che si fa carico di programmi di R&S ad alto rischio) non si basa sugli interventi di natura monetaria (manovra del saggio di interesse e politiche fiscali) per risolvere la caduta della propensione al risparmio e alla trasformazione di questo in investimento.
Nella proposta della Mazzucato rimangono a mio avviso alcuni aspetti sostanziali non risolti (e se per questo neanche dai keynesiani più o meno puri) e cioè quelli relativi:
alla dimensione temporale dell’investimento-reddito (il famoso rapporto tra breve e medio/lungo periodo nelle politiche economiche); a considerare lo stato, quando la dimensione degli interventi governativi è sempre più influenzata da variabili esogene dovute alla globalizzazione dei mercati (allargamento dei mercati e della concorrenza su variabili importanti come costo del lavoro, costo dei consumi ambientali, ecc.), e per quanto riguarda il nostro Paese dai vincoli comunitari (per i quali gli interventi tipicamente keynesiani sono appannaggio della BCE come il costo del denaro e del fiscal compact come direttiva europea); in virtù di quanto sopra le disponibilità dello stato in termini di investimenti sono limitate dalla politica di Austerity imposta della Germania e dai Paesi del nord-europa, per cui lo stato ha difficoltà ad aumentare gli investimenti in R&S che comunque anche se necessari sono ad alto rischio; appare evidente che una politica da stato innovatore si configura più come una politica da situazione non di crisi. Infine, un argomento che poco ha a che fare con Keynes ma che è importante è quello riguardante i vincoli comunitari ai cosìdetti aiuti di stato e quindi all’intervento pubblico in favore di singole imprese come nel caso del possibile sostegno (evidenziato in tutti i case studies citati dalla Mazzucato) ad iniziative di R&S.
E’ implicito nel discorso della Mazzucato, il concetto di politica centralizzata per lo sviluppo e l’innovazione, niente da eccepire, la programmazione top-down è sicuramente necessaria in questo ambito. E quindi la riflessione e la implicita proposta dello stato innovatore appare estremamente collegata alla proposta della Scuola di Sant’Anna, denominata New Deal 2.0, nella quale si definisce un algoritmo assai argomentato di intervento volto alla qualificazione dello sviluppo in senso innovativo.
A mio avviso restano però alcuni punti importanti che si legano soprattutto alla trasferibilità delle tesi della Mazzucato e della scuola di Sant’Anna quando si deve trattare del governo dello sviluppo in territori in situazione di crisi, come quello di Livorno per esempio, nei confronti del quale la proposta del Sant’Anna sembra porre particolare attenzione come evidenzia la sua presentazione alla Giunta regionale toscana. Innanzitutto la capacità di spesa degli enti territoriali, è certamente limitata, anche se l’aiuto non sempre può essere di ordine finanziario (od esclusivamente finanziario), in secondo luogo deve comunque avvenire nel quadro di una strategia più generale, regionale se non addirittura nazionale, in terzo luogo, sempre a mio avviso, non deve escludere forme di intervento di tipo botton-up, molto più efficace per lo sviluppo e il potenziamento/qualificazione di settori ad alto contenuto di lavoro (labour intensive), che in certi territori, vista l’alta percentuale di disoccupazione (e magari in presenza di limitata professionale dell’offerta di lavoro) debbono essere incentivati. Indubbiamente, per quanto rilevato fino ad ora, questi interventi, come le iniziative locali per l’occupazione, devono integrarsi ed essere complementari con quelli riguardanti le politiche innovative, come pure (come ormai da anni vado dicendo e scrivendo) debbono essere profondamente ristrutturati nelle procedure e nelle finalità (obbiettivi più qualificanti). Oltretutto poi, come è noto questi interventi botton up prevedono un ruolo alto delle istituzioni locali ma un loro basso investimento finanziario.

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