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lunedì 14 Ottobre 2019

Maltrattava i coniugi che doveva accudire, condannata a tre anni la badante rumena


Livorno, 9 febbraio 2019 – Aveva trasformato la casa dove avrebbe dovuto accudire due persone anziane, marito e moglie, entrambe affidate alle sue cure in una sorta di prigione domestica in cui i due erano costretti a subire le sue angherie quotidiane. Per questo, a causa di accertati maltrattamenti aggravati tesi a rendere “più penosa e mortificante” la vita dei due coniugi, la badante Doina Iancu, 62 anni, arrivata in Italia dalla Romania, è stata condannata con rito abbreviati a tre anni di reclusione.

Secondo quanto accertato dalla Polizia, che ha messo a disposizione della Procura alcune intercettazioni ambientali e ben sei video registrati all’interno dell’abitazione, tutto materiale che è risultato fondamentale per la condanna della badante, l’anziana signora, ultraottantenne e malata di Alzheimer, veniva chiusa anche per ore dentro un letto ospedaliero con le sponde alzate ed offesa, maltrattata, presa per i capelli, strattonata, mentre il marito, sdraiato su un divano poco distante, non poteva far altro che restare in silenzio ed assistere immobile a quanto faceva la badante, impotente, oltre che impossibilitato ad accudire la moglie.

A far scattare le indagini era stata la denuncia di due operatori sanitari della cooperativa Humanitas che un paio di volte alla settimana andavano dagli anziani per qualche ora al fine di portarli fuori o farli svagare un po’. Si erano accorti, i due operatori, che entrambi i coniugi, ma soprattutto la moglie, avevano sgraffi e lividi sul corpo.

A distanza di un anno e mezzo dal blitz della Polizia che ha liberato dalle violenze marito e moglie, il giudice per l’udienza preliminare, Marco Saquegna, ha depositato le motivazioni della sentenza, condannando appunto la Iancu per maltrattamenti aggravati.

La badante rumena ha cercato, in qualche modo, di motivare il perché del suo comportamento, facendo riferimento a “le difficoltà della gestione di una problematica assistita” ma secondo il giudice “i problemi familiari non hanno nulla a che vedere con la denigrazione della vittima, con l’uso quotidiano di violenza fisica e veemenza verbale nei suoi riguardi”.

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