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sabato 23 giugno 2018

Nipoti connessi alla rete: è la sfida che migliora l’individuo


(Ruggero Morelli) Livorno, 11 marzo. I nostri nipoti – 10 / 15 anni – sono sempre connessi:generazione smartphone, così l’hanno chiamata alcuni osservatori.
Tanto vero che si è mosso anche Tim Cook (Apple) per ammettere che al proprio nipote proibisce di stare sui social a lungo e per consigliare che i ragazzi dovrebbero fare un uso moderato dei dispositivi per navigare su internet.
La recente pubblicazione di un’ampia ricerca della psicologa Jean M. Twenge ‘’Why today’s super-connected kids are growing up…’, ed.Simon Shuster, New York, è commentata dal professor Gilberto Corbellini che ci tranquillizza anche rispetto ad alcune conclusioni circa il ritardo nella maturazione.
I timori avanzati anche ai primi del 2017 da esperti inglesi che fecero consigliare ad una esponente del governo di limitare le ore che i ragazzi passano davanti al computer, erano e sono senza prove.
Anzi risulta che addirittura sono più sani, meno ribelli, consumano meno droga ed alcol, hanno meno pregiudizi razziali o di genere, ed anche che sono meno bulli.
Il professor Corbellini scrive che “negli ultimi 100 anni non c’è stata una generazione adulta che non abbia giudicato i più giovani come meno responsabili, più a rischio ed incapaci di migliorare il mondo. Ma quei pessimisti si sono sempre sbagliati, per ad ogni generazione il mondo è migliorato”.
Infatti chi sta mettendo a rischio il loro futuro, non sono loro stessi, ma esponenti come Trump della Generazione silenziosa, o dittatori come il nordcoreano o il turco ed integralisti religiosi di varia natura. Insomma possiamo confidare nell’autorevole opinione di Gilberto Corbellini.
Questo commento incrocia la tesi di Andrea Granelli dopo le rilevazioni del Sistema Excelsior di Unioncamere sui flussi di entrata dei lavoratori nelle imprese. Le competenze digitali, secondo i dati 2016 e 2017, sono quelle più ricercate: il 63 per cento. E la richiesta cresce col livello di studio desiderato dalle imprese: con la laurea è richiesta la competenza digitale quasi al 100 per cento.
Il panorama presenta aspetti apparentemente molto nuovi. Infatti non si tratta soltanto di abilità digitale e l’uso delle tecnologie internet, ma anche di usare linguaggi matematici ed informatici per organizzare le informazioni e gestire le tecnologie 4.0. Le imprese cercano queste competenze non soltanto nelle aree tecniche ma anche per quelle amministrative, servizi generali e di staff. E questo vale ancora di più per imprese che esportano e per quelle innovatrici.
Il problema che abbiamo di fronte è la difficoltà di reperire candidati con queste competenze. Non solo per carenza ma anche per la inadeguata qualità della preparazione dei candidati. Granelli ne deduce che “il digitale non è uno strumento ma sta diventando un modo di lavorare e una sensibilità nel guardare dove operiamo e viviamo”.
Si sarebbe quindi, al momento, lasciato ai fornitori di soluzioni digitali il compito di formazione come una sorta di mero addestramento all’uso. Occorre passare da insegnare gli specifici strumenti ad educare ad una comprensione profonda del digitale anche negli aspetti più problematici e talvolta oscuri. Come scrive Andrea Granelli nel suo libro “Nuovo breviario per vivere nell’era della Rete”, Franco Angeli,2018. Ed eccoci alla conclusione che ricorda l’esperienza di Adriano Olivetti e i recenti argomenti di Paolo Dario e del gruppo di scienziati della Scuola Sant’Anna: “La sfida non è soltanto tecnica ma anche culturale; le competenze umanistiche sono indispensabili per padroneggiare la rivoluzione digitale, per la capacità di riflettere, di esercitare un pensiero critico e di dare un senso alle cose ed alle azioni”. ruggeromorelli@gmail.com

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