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30 Settembre 2020

Renzi, Orban, l’Europa e la rivoluzione ungherese


(Massimo Masiero) Ironia della storia. Scontro rinnovato tra il premier ungherese Viktor Orban, che ha alzato i muri contro l’invasione dei migranti in suolo magiaro, e il premier italiano Matteo Renzi, che predica l’accoglienza. Proprio mentre le agenzie battevano la notizia, cinquant’anni or sono i nonni e gli antenati del leader ungherese erano protagonisti della storia dell’Occidente. Combattevano, nella strade di Budapest per liberarsi dall’occupazione sovietica, contro i carri armati della Stella Rossa, inviati per sopprimere la rivoluzione. Orban ha accusato Renzi di essere nervoso perché l’Italia ha un deficit di bilancio in aumento e tanti migranti che costano. La risposta dell’italiano è stata sferzante: niente difficoltà, ma è invece l’Europa, quindi anche l’Ungheria, che deve rispettare la quota migranti sottoscritta nei patti o l’Italia metterà il veto su qualsiasi bilancio non prevede oneri e onori uguali per tutti.
Ma è proprio di quella rivolta soffocata nel sangue che si è dimenticato il leader nazionalista ungherese e dei suoi avi che insorsero ad armi impari nel tentativo di conquistare quella libertà, poi negata e raggiunta, dopo il 9 novembre 1999 giorno della caduta del muro di Berlino, ma che costò la morte di Imre Nagy, il presidente socialista che voleva sganciarsi dal regime sovietico, e che fu imprigionato, processato, condannato e ucciso nel 1958, dopo che il paese fu “normalizzato”. Forse Orban si è dimenticato del passato storico e delle condizioni di vita di quegli anni novanta per l’Ungheria e i paesi, che rialzavano la testa dopo la lunga purga sovietica. Anni ormai lontani, ma che hanno visto riaffiorare con l’arrivo dei migranti antiche paure e il timore di un ritorno ad un passato di stenti da combattere con la “guerra” ai profughi novelli “invasori”, presentatisi ai confini senza tanks come il potente esercito sovietico. Il nazionalismo è stato un rifugio immediato, cavalcato a briglia sciolta dal premier difensore dei sacri confini della patria. Orban è stato il mito da seguire per parte di quella popolazione minoritaria, che ha votato a favore del premier al referendum, che peraltro con il 43 per cento non ha raggiunto il quorum ed ha segnato la sua sconfitta. Orban e il suo elettorato si rifiutano di accogliere duemila profughi, che sono la quota parte prevista dai trattati comunitari non mantenendo fede agli impegni sottoscritti. In alternativa un eventuale voto negativo sul bilancio dell’Ungheria sarebbe indigesto per l’economia di quel paese, che nell’Europa ha trovato i suoi anni migliori. Il ricordo dei tempi bui, può aver fatto riaffiorare vecchi fantasmi al premier conservatore, che, mostrando i muscoli, tenta di far apparire i risultati del referendum come una vittoria, mentre in realtà l’opposizione si rafforza e scricchiola il consenso nei suoi confronti. I migranti possono diventare veramente il vero pericolo per il suo futuro politico. E i riflessi saranno negativi proprio in questi giorni in cui torna d’attualità il 50° anniversario della rivoluzione ungherese del 1956 con testimonianze e racconti di quei venti giorni, 23 ottobre – 11 novembre, che dimostrarono come un piccolo paese socialista di 9 milioni di abitanti poteva sconfiggere, anche se per pochi mesi, la potenza dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Ed è altrettanto vivo il ricordo di quel mattino del 4 novembre, alle ore 4 di quell’alba grigia, 6mila carri armati con la Stella Rossa dalle pianure del confine dilagarono sferragliando fino a Budapest, dove furono contrastati dai cittadini armati di vecchi fucili e armi sottratte ai soldati sovietici. Oltre tremila i morti, 20-25mila i feriti e dopo la restaurazione di Janos Kadar, la fuga di 250mila abitanti, che si rifugiarono e furono accolti dai paesi dell’Europa occidentale e dall’America. E ancora torna alla mente l’Ungheria che il Primo Maggio 2004, festa dei lavoratori, ottenne l’adesione all’Unione Europea. L’attesa era stata lunga perché solo dopo il 9 novembre 1999, giorno della caduta del muro di Berlino, i russi lasciarono il paese. E infine i giorni nostri, anno 2016, ecco un’Ungheria integrata a parole nella nuova madre Europa, che sente invece matrigna, come i populisti di altri paesi, sferzata dal vento dell’ultranazionalismo, che in parte guarda nostalgica ai tempi dell’Impero Asburgico,e resta incantata da quattro metri di filo spinato e lame d’acciaio, che dovrebbe proteggerla dal nuovo nemico: uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra dei loro paesi disastrati e alla ricerca di una vita serena e pacifica. Forse il paese non è ancora quello che vorrebbe Orban, altrimenti il sacrificio di Imre Nagy sarebbe stato invano.