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3 Dicembre 2020

Teatri livornesi, tra storia e memorie di personaggi antichi


(Angela Simini) Livorno, 24 marzo – Può bastare lo spazio di un’ora per riappropriarsi di una fetta della nostra storia cittadina ed entusiasmarsene ? E’ quello che riesce a realizzare il musicologo e Presidente del Circolo musicale Galliano Masini, Fulvio Venturi, nella Sala Mascagni del Teatro Goldoni in una serie di incontri finalizzati all’illustrazione dei teatri di Livorno e alle loro vicende storiche, arricchiti di filmati e foto d’epoca. E la voce in quasi città si è sparsa se la sala è sempre piena, sempre attenta e motivata. Dopo anni di studi e di ricerche di documenti, spartiti, foto, interviste, Venturi padroneggia una raccolta impressionante di reperti e di dati, dei quali conserva eccezionale memoria e che ha organizzato in tante pubblicazioni.
Ma vediamo come sono impostati questi incontri, che hanno il grande merito di far comprendere quale è stato l’atteggiamento dei livornesi difronte al fenomeno artistico e quale è stata la gestione dei teatri, quest’ultima non sempre oculata e coerente. E c’è anche un altro fattore che rende vivaci, piacevoli, divertenti o drammatiche le ricostruzioni del Venturi: si ripresentano alla memoria persone quasi dimenticate o rimosse, aneddoti e immagini di teatri distrutti che aprono una voragine di ricordi della Livorno bombardata.
Per maggior chiarezza, le notizie riguardanti le prime due conferenze, alle quali la scrivente non era presente, sono state desunte e riassunte dal bellissimo libro del Venturi “L’opera lirica Livorno 1658-1847” sottotitolato “ dal Teatro di San Sebastiano al Rossini”.
Per i suoi teatri numerosi e attivi, Livorno era chiamata “Città dei teatri” ed era una piazza ambita dai cantanti e musicisti più prestigiosi. Il primo teatro fu inaugurato nel 1658 come Stanzone delle Commedie, finché, in seguito a lavori e riaperture, non fu chiamato teatro di San Sebastiano, restaurato ed arricchito varie volte di palchi e di panche imbottite in platea. Fu lo stesso Ferdinando II dei Medici ad avviare l’attività del teatro pubblico, al quale seguì Cosimo III, il cui figlio Ferdinando, l’ “Orfeo dei Prinicipi”, dette grande impulso al teatro nel quale dal 1661 ebbe sede l’Accademia dei Dubbiosi ( in seguito troviamo citazioni sporadiche dell’Accademia degli Aborriti e quella Armonica, nel 1994 fecero loro comparsa gli Avvalorati).
L’organizzazione degli spettacoli era affidata ad associazioni private, le Accademie, che, dopo aver ottenuto l’autorizzazione granducale, contattavano un impresario al quale affidavano una somma di denaro per i vari allestimenti. L’industria dello spettacolo a Livorno era fiorente per la presenza di ricche comunità di Armeni, Ebrei, Greci … che contribuirono a promuovere la cultura della città e grazie alla grande liberalità dell’amministrazione nei loro riguardi. Da segnalare che al San Sebastiano si fecero rappresentare alcune commedie di Carlo Goldoni che, giunto in Toscana, incontrò a Livorno il Medebach nel 1748. Ma nel 1779 l’imprenditore Pietro Gaetano Bicchierai, che aveva acquistato il San Sebastiano, chiese di poter erigere un nuovo teatro a Livorno, il Granduca accolse la domanda, ma ordinò la demolizione del precedente. “Il glorioso “Stanzone” – scrive il Venturi in Opera Lirica a Livorno- fu avviato al cambio d’utilizzo e sottoposto a lavori per trasformare i suoi vani in civili abitazioni”. E questo fu l’ultimo atto dello Stanzone.
Avvincente, ma anche drammatica, la storia del Teatro degli Avvalorati, del San Marco e del Rossini, che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, o furono distrutti o solo danneggiati, ma finirono per essere del tutto demoliti.
Il Teatro degli Armeni, posto in via dell’Orto, ed in seguito chiamato “degli Avvalorati”, fu inaugurato il 1 aprile 1782 con un’opera di primo ordine e con autori che giungeranno ad una fama internazionale: “L’Adriano in Siria”, commissionata al giovane Luigi Cherubini su libretto di Metastasio. La rappresentazione ebbe grande successo, grazie anche alla prestigiosa compagnia di canto. Ma, nonostante il fausto inizio e tanta fortuna successiva, nella seconda metà dell’Ottocento il teatro entrò in crisi. Non tutte le rappresentazioni ebbero fortuna, gli incassi diminuirono, infine nel 1880 fallì l’Accademia degli Avvalorati. Si riuscì tuttavia ad allestire qualche stagione di buona qualità, quella del carnevale 1886/7 con la produzione di Lucia di Lammermoor, nel 1889 si dettero “I pescatori di perle” di Georges Bizet, in seguito ci fu un “Barbiere di Siviglia” in cui cantò il celebre soprano di fama internazionale, Ernestina Bendazzi. Nella stagione del carnevale 1991/2, il teatro ebbe la ventura di ospitare “L’Amico Fritz” di Pietro Mascagni, in prima assoluta a Livorno, dopo che aveva debuttato a Roma solo due mesi prima, il 31 ottobre. Ci fu ancora una Cavalleria Rusticana, accompagnata dal Campanello di Donizetti. E ricordiamo anche un altro successo: nel 1893 una produzione di Lohengrin segnò l’incontro dei livornesi con la musica di Wagner, che in Toscana era andato in scena solo a Firenze. Il 1895 vide sulla scena la Manon Lescaut di Giacomo Puccini, alla presenza dell’autore e fu un trionfo, ma il Lohengrin allestito nella stessa stagione fu un fallimento. Altri sporadici successi non salvarono il teatro da una progressiva decadenza, tanto che, dopo tanta gloria, il teatro fu trasformato in sala cinematografica. Il Comitato Estate Livornese cercò nel 1933 di risollevare l’attività teatrale dell’Avvalorati allestendovi la commedia di Dario Nicodemi “La Nemica” , con Wanda Capodaglio, Luigi Cimara e Jole Cecchi. Fu un successo, ma non ebbe seguito. Il 28 maggio 1943, durante la seconda guerra mondiale, l’edificio fu danneggiato e mai più recuperato, oggi, dove sorgeva il teatro, passa il viale degli Avvalorati.
A questa brillante esposizione del Venturi, ricchissima di particolari (alcuni inediti) e frutto di ricerche su cronache e documenti d’epoca, si farà seguito con altre relazioni.
asimini@alice.it