Vai a…

Costa Ovest su Google+Costa Ovest su YouTubeCosta Ovest su LinkedInCosta Ovest su TumblrRSS Feed

lunedì 9 20 Dicembre19

Tra sogni e speranza in un futuro diverso il Pci è tornato a Livorno (seconda parte)


(Marco Ceccarini) Livorno, 29 novembre 2019 – La scissione del Pci, con la conseguente nascita del Pds e del Prc, provocò uno choc emotivo, tra i militanti comunisti, che un po’ alla volta, negli anni, sono stati sottoposti a una vera e propria diaspora.

Nel 1996 il Prc entrò nell’area di governo fornendo l’appoggio esterno a Romano Prodi, i cui esecutivi, però, il leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti, fece cadere per ben due volte, nel 1996 e nel 1998, subendo in quest’ultima occasione una significativa scissione interna con la fuoriuscita di un nutrito gruppo di dirigenti e militanti che nell’ottobre 1998 costituirono il Partito dei comunisti italiani, Pdci, guidato da Cossutta ed Oliviero Diliberto, che appoggiò i nuovi governi di Centrosinistra di Massimo D’Alema e Giuliano Amato, rispetto ai quali Rifondazione si schierò invece all’opposizione.

Lo schema che vedeva il Prc all’opposizione e il Pdci nell’area di governo durò una decina di anni. La sostanziale differenza tra i due partiti, a livello nazionale, consisteva nella diversa valutazione che essi facevano della possibilità che a governare il Paese, in caso di sconfitta del Centrosinistra, fosse il Centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Il giudizio politico sui Democratici di sinistra, sorti nel febbraio 1998 dal Pds, non era dissimile, ma i Comunisti italiani ritenevano prioritario non consegnare il governo del Paese alle Destre, mentre Rifondazione, pur ritenendo negativi eventuali successi elettorali del Centrodestra, non intendeva neanche dialogare con un partito, quello dei Ds, che si era reso responsabile di scelte ritenute dannose sia a livello nazionale che internazionale.

L’opposizione del Prc al Centrosinistra, tuttavia, si esplicava soprattutto rispetto al governo nazionale, anche se pure nelle città in cui la Sinistra comunista, come Livorno, era forte ed articolata, Rifondazione si collocava all’opposizione. In molte realtà locali e regionali, ad esempio a livello di giunta regionale della Toscana, anche Rifondazione partecipava con i Ds alla guida amministrativa. Il Pdci, da parte sua, era comunque critico nei confronti del Centrosinistra. Nel 2001, ad esempio, il partito di Cossutta si schierò all’opposizione anche a livello nazionale.

Le consultazioni del 2008, tuttavia, rappresentarono un punto di svolta negativo per i partiti sorti direttamente od indirettamente dal Pci. La coalizione La Sinistra e l’Arcobaleno, in cui Prc e Pdci erano confluiti con Verdi e Sinistra democratica, andò al di sotto di ogni previsione non superando la soglia di sbarramento e non eleggendo neanche un rappresentante alla Camera e al Senato. Tale sconfitta fu la plastica rappresentazione del baratro in cui erano ormai caduti i comunisti. Sd, per inciso, era la formazione politica che riuniva i diessini che non avevano aderito al Partito democratico sorto sul finire del 2007 dalla fusione a freddo tra Ds e Margherita.

In vista delle europee del giugno 2009 venne costituita la lista Anticapitalista che racchiudeva Rifondazione, Comunisti italiani ed altre sigle minori. Tali consultazioni videro la seconda sconfitta per i partiti comunisti, che ancora una volta non raggiunsero la soglia di sbarramento. Il Pdci convocò subito l’ufficio politico, dove Diliberto si presentò dimissionario. Ma l’ufficio politico respinse le dimissioni del segretario con l’eccezione di Marco Rizzo, europarlamentare uscente, già esponente di Rifondazione prima di passare ai Comunisti italiani. Alcuni dirigenti invocarono allora misure disciplinari contro Rizzo, accusato di aver sostenuto, durante la campagna elettorale, l’Italia dei valori e in particolare Gianni Vattimo, filosofo e ex esponente dei Comunisti italiani, motivo per cui, alla fine, venne espulso. Rizzo, agli inizi di luglio, annunciò la fondazione del movimento Sinistra popolare di stampo marxista leninista, che sarebbe poi diventato, nel gennaio 2012, Sinistra popolare Partito comunista, ed infine, dal gennaio 2014, semplicemente Partito comunista.

Sempre al fine di realizzare un fronte comune, nel dicembre 2009, Comunisti italiani e Rifondazione costituirono la Federazione della sinistra assieme ad altre sigle minori. Poteva essere, quella, una prospettiva interessante non solo per il ricompattamento del fronte ma anche per l’eventuale ricostituzione del Partito comunista italiano. Tale opportunità, però, non fu colta, non venne coltivata. Già nel novembre 2012 l’esperienza della Fds era chiusa.

Nonostante la disfatta elettorale del 2008 avesse chiaramente indicato che l’alleanza con formazioni di altra matrice ideologica non giovava ai partiti comunisti, in vista delle politiche del 2013, fallita la parentesi del Fds, Rifondazione e Comunisti italiani unirono le loro forze a quelle di un pulviscolo di altre sigle, tra le quali spiccavano l’Italia dei valori ed i Verdi, dando vita alla coalizione Rivoluzione civile, la cui piattaforma ideologica si ispirava all’ambientalismo e al legalitarismo inquadrati all’interno di una cornice vagamente segnata da riferimenti alla tradizione socialcomunista. Rivoluzione civile, che aveva al suo interno anche la Rete e gli Arancioni, mandò alla disfatta elettorale Antonio Ingroia, ex pubblico ministero antimafia di Palermo, non eleggendo neanche un parlamentare.

Con tutto ciò, come se non bastasse, l’errore è stato ripetuto in vista delle consultazioni europee del 2014 quando, in nome del socialismo democratico e dell’ecologismo, i partiti comunisti esistenti in Italia appoggiarono la lista L’Altra Europa che sosteneva Alexis Tsipras. Lo stesso è accaduto con Potere al Popolo e con La Sinistra.

La crisi dei partiti e dei movimenti comunisti, culminata nel non presentarsi più alle elezioni con i propri simboli ma sciogliendosi in eterogenee coalizioni di sinistra incapaci di porre al primo posto i diritti economici, ha rafforzato la diaspora portando, gradualmente, all’assottigliamento del potenziale elettorale dei due maggiori partiti comunisti esistenti in Italia, Prc e Pdci, che nelle more di questi passaggi hanno mutato profondamente i loro assetti.

In questo contesto, nel 2014, i Comunisti italiani si sciolsero per costituire il Partito comunista d’Italia, questa volta però non come sezione della Terza internazionale ma come progetto propedeutico alla rinascita del Partito comunista italiano. Al contempo, nel settembre 2014, sorse un’apposita associazione, denominata Per la ricostruzione del Partito comunista, cui il nuovo Pcdi dette subito il suo appoggio. E nel settembre 2015 lo stesso Pcdi lanciò la Costituente comunista. La strada, dunque, era segnata. Sulla base dell’appello lanciato dall’associazione, per iniziativa del Pcdi, di esponenti di Rifondazione comunista e di non pochi indipendenti, nel giugno 2016, il nuovo Pci ha visto la luce, non casualmente, a pochi chilometri dalla Bolognina.

Dal giorno della sua costituzione, il segretario nazionale del Pci è Mauro Alboresi. L’organizzazione giovanile è la Figc, federazione giovanile comunista italiana, il cui segretario nazionale è Nicolò Monti. A livello regionale, invece, il segretario è Marco Barzanti, mentre il segretario toscano della Figc è Marco Crespi. Il segretario provinciale di Livorno è Luigi Moggia. A livello nazionale gli iscritti sono circa undicimila, in Toscana più o meno duemila, a Livorno e provincia un centinaio.

“Il Pci a Livorno, in questi pochi anni dalla sua ricostruzione, è riuscito a mantenere e rafforzare, sia del punto di vista politico culturale che pratico, un nucleo dirigente di compagni in grado di garantire la continuità del lavoro sul territorio per la qualificazione e il rilancio della propria azione politica, intrecciando rapporti con le altre forze politiche ed associative della città, organizzando diverse iniziative sia in proprio che queste realtà”, spiega Moggia. “Il partito è riuscito ad affrontare, grazie all’impegno e alla passione dei propri iscritti, la fase elettorale delle scorse amministrative, fatta con mezzi economici di scarsa rilevanza, arricchendosi tuttavia nella conoscenza concreta dei problemi della città e facendo un buon salto di qualità nel lavoro politico quotidiano”.

Il Pci sostiene le fondamenta della Costituzione italiana e si richiama al patrimonio politico ed ideologico del vecchio Pci, da Gramsci a Berlinguer a Togliatti. Sostiene le idee di Karl Marx, Friedrich Engels e Vladimir Lenin, rifacendosi alla tradizione marxista leninista pur rivisitata in termini moderni.

Subito dopo la sua nascita, a difesa della Costituzione, il partito si è opposto al referendum sulle modifiche costituzionali proposte dall’allora governo di Matteo Renzi. E poco dopo, in occasione del Consiglio europeo tenutosi a Roma nel marzo 2017 per celebrare il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma da cui è originata la Comunità economica europea progenitrice dell’Unione, ha preso parte, assieme ad altre organizzazioni, tra cui i sindacati di base e il movimento No Tav, al corteo della piattaforma Eurostop contro l’euro, l’Unione Europea e la Nato.

Il partito è critico nei confronti dell’Unione Europea e dell’euro. In politica estera sostiene le posizioni del presidente russo Vladimir Putin, del presidente siriano Bashar al-Asad e di quello venezuelano Nicolás Maduro. Inoltre supporta il legittimo governo di Cuba guidato da Miguel Diaz Canel.

Il partito trova il suo fondamento e la ragione di esistere nello spettro politico delle ideologie e filosofie originatesi dal pensiero marxista. Niente ha a che vedere con la cosiddetta sinistra movimentista. Collabora a livello internazionale, tra gli altri, con il Partito comunista del Portogallo, con quelli della Francia e della Russia. L’iniziale alleanza con Potere al Popolo è stata lasciata cadere dopo il primo congresso nazionale svolto ad Orvieto nel luglio 2018, anche se alle recenti elezioni regionali in Umbria, nell’ottobre 2019, i due schieramenti hanno sostenuto il medesimo candidato, Emiliano Camuzzi, alla carica di presidente.

Nel gennaio 2019, in vista delle amministrative e delle europee, il Pci aveva aperto un confronto con le altre forze della sinistra radicale al fine di dar vita a delle liste unitarie. Tuttavia, dopo alcune settimane di dialogo, registrata una diversità di vedute, ha deciso di raccogliere da solo le firme, non raggiungendo però il quorum per la presentarsi alle europee, mentre a livello amministrativo, dove è stato possibile, il Pci ha corso solo. A Livorno il segretario provinciale, Moggia, come candidato a sindaco, ha sfiorato il 2 per cento dei voti.

Adesso il partito è impegnato nella preparazione delle elezioni regionali. Sono in corso trattative finalizzate a trovare degli accordi capaci di consentire la presentazione di una lista unitaria senza tuttavia rinunciare al simbolo. L’interlocutore privilegiato è Potere al Popolo, ma a Firenze non si escludono accordi con altri partiti della Sinistra comunista, a cominciare da Rifondazione.

A questo proposito Marco Barzanti, segretario regionale, spiega: “In Toscana stiamo lavorando per radicarci in ogni provincia e comune. Le difficoltà sono tante in un’epoca di abbassamento culturale e divisione dei lavoratori. C’è molta meno solidarietà tra le fasce deboli e tra i lavoratori. Bisogno ricostruire, dopo trent’anni di assenza, una cultura comunista e di classe contro lo sfruttamento dei lavoratori e la perdita dei diritti. Stiamo crescendo con un grande lavoro e sforzo delle compagne e dei compagni delle varie federazioni. Si sfiorano i duemila iscritti con un incremento del 25 per cento rspetto al 2018″.

Sulle elezioni, nello specifico, precisa: “In vista delle regionali stiamo valutando ogni possibilità. Noi abbiamo proposto di costruire un fronte comunista e di classe con i simboli nella scheda. Si parla di unità ma spesso nessuno la vuole realmente. Stiamo dialogando con Sì Toscana per capire se vi sono le condizioni per una nostra partecipazione. In ogni caso ci stiamo preparando per presentare il rinato Pci raccogliendo le firme”. E fa una valutazione sulla legge elettorale che impone, per entrare in Consiglio regionale, prima una dispartità di trattamento inaccettabile nella raccolta delle firme tra chi è già in Consiglio regionale e chi no, poi il superamento di quorum, 3 per cento per le liste singole 5 per cento per le coalizioni, effettivamente antidemocratico: “E’ una legge vergognosa che priva i partiti ed i movimenti minori della possibilità democratica di partecpare alla competizione elettorale. Sicuramente non staremo e non faremo mai accordi anche nei territori a differenza di altri con il Pd, che consideriamo un partito neoliberista e con politiche di Destra”.

In ogni caso, a trent’anni dalla Bolognina e dal terremoto che scosse l’universo comunista in Italia, quello che rimane, come evidenzia Patrizio Andreoli, è l’amarezza per avere distrutto il maggiore contraltare politico al potere finanziario ed industriale.

“L’attacco al welfare e ai fondamentali diritti democratici e del lavoro strappati in decenni di lotte, lo scatenarsi del liberismo più sfrenato, l’instaurarsi di una dittatura del capitale finanziario, hanno dimostrato come il patrimonio di idee e valori che furono alla base della storia migliore del Pci, meritavano un aggiornamento politico originale e coraggioso, ma non il loro abbandono e la loro distruzione”, chiosa Andreoli. Che conclude: “La barbarie sociale via via cresciuta in Italia e in Europa, oggi più di ieri, dimostra come la lotta di classe resti il motore della storia”. (2 – fine)

Foto del profilo di Redazione

About Redazione,