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lunedì 24 Febbraio 2020

Un anno fa ci lasciava Massimo Masiero, il nostro direttore


Livorno, 18 gennaio 2020 – Un anno fa, il 18 gennaio 2019, ci lasciava il giornalista Massimo Masiero, direttore responsabile di Costa Ovest ed Amaranta, entrambe edite dall’associazione culturale Articolo 21 di Livorno. Il gruppo redazionale di Costa Ovest, primo quotidiano on-line fondato a Livorno, lo ricorda pubblicando, nell’anniversario della scomparsa, i ricordi ed i contributi di Angela Simini, Donatella Nesti, Simone Consigli, Antonietta Squillante e Marco Ceccarini.

(Angela Simini) E’ trascorso un anno, un lungo anno da quando, la mattina del 18 gennaio 2019, il giornalista Massimo Masiero ci ha lasciati. Nel dolore per la perdita di una persona cara, nell’amarezza perché aveva concepito il giornalismo come attività regolata un’etica professionale e come raramente si vede praticare. Per me, che avevo già lavorato come giornalista pubblicista per altre testate, era forse la prima volta, o certamente una delle poche, che associavo la figura di un giornalista a quella di un signore, signore nell’animo, signore nella ricerca della verità, signore nei modi, eppur tanto semplice e alla mano. La mia collaborazione col quotidiano online Costa Ovest, fondato dal giornalista Marco Ceccarini, del quale Massimo era il redattore capo. E’ iniziata nel 2009 e ha proseguito sempre più intensa, per cui ho avuto modo di sperimentare la sua grande competenza maturata in anni di lavoro, di ricerca e di curiosità.

Nato a Venezia nel 1939, era iscritto nell’elenco dei Pubblicisti dal 1969.

“Da allora – ci racconta la moglie Gabriella – si è dedicato al giornalismo con una grande passione, era innamorato del suo lavoro che ha svolto senza mai risparmiarsi come redattore alla Nazione, al Telegrafo, redattore di Altra Città , corrispondente di Avvenire ed Europa, corrispondente da Pisa per l’Ansa ed addetto stampa per la Fondazione Pisa, collaboratore del Popolo, del Corriere di Livorno, della Ballata, e, quando era giovane, del Tirreno. In seguito era diventato prezioso direttore responsabile di Amaranta e di Costa Ovest, al quale dedicava tutto il suo tempo, come se fosse una creatura sua”.

E con passione si aggiornava, si può dire che le notizie le captava per aria ed immediatamente ne dava annuncio. Instancabile. Si interessava di cultura, ma anche di questioni sindacali e sociali, aveva a cuore lo sviluppo di Livorno che seguiva da vicino e con competenza. Quasi a dire “pensiero e azione”, dove però il senso stesso della verità e dell’onestà faceva da filtro.

Per meglio chiarire, se uno dei mali dilaganti nella nostra società è la pubblicazione delle parole captate ai politici e ai Vip, ma scorporate dal contesto, a seconda della finalità che si vuol dare all’assunto in questione, come si vede in tanta stampa, sofisticata per giunta e nei talk show televisivi, Massimo non si affidava alla prima impressione, alla prima affermazione, ma verificava con obbiettività il senso delle parole. Era un centrista democratico, rispettoso delle opinioni altrui. Non è mai stato tranchant nei suoi giudizi, ne’ ostentava la cultura che aveva, che era ricca e vasta. “Massimo si interessava delle storie della Livorno Vecchia, di cui rimangono i suoi scritti”, racconta ancora la moglie, che prosegue: “Ha ricercato gli esordi del cinema a Livorno e ha parlato della Macchina della Meraviglia, la prima macchina cioè per fare cinema, scoperta dai Fratelli Lumiere e posta sulla Spianata dei Cavalleggeri nel 1896”. E di altre storie ci racconta la signora Masiero, che si erano concluse tragicamente nel Lazzeretto di Livorno.

L’impegno sociale di Masiero era grande e lo praticava senza millantarsi, tant’è che non ne sapevamo niente. Con semplicità e costanza, e con la collaborazione della moglie, ha operato presso il Laboratorio della Pav, organizzava le feste degli Aquiloni. era podista nella squadra Aig Quattro Mori che terminavano nella pubblicazione di un libro e in un allestimento della Mostra e coordinava il Premio Montenero.

Sono tanti e tanti gli esempi che ci ha lasciato, soprattutto durante la lunga malattia, quando, appena superato un intervento, si rimetteva al tavolino e scriveva. In fondo era lui che ci dava coraggio e che ci confortava. Una miniera di risorse affettive per la famiglia, per i figli Andrea e Gabriele, che ha seguito le orme paterne nel giornalismo, per la moglie che così traduce il grave momento che vive: “Il dolore mi accompagna sempre, il vuoto che lascia è infinito e al vuoto non so abituarmi”.

Caro Massimo, anche a noi tutti manchi, come giornalista e come amico.

(Donatella Nesti) Un anno fa ci lasciava Massimo e non posso fare a meno di riflettere su cosa ne avrebbe pensato di tutto quello che è avvenuto nel nostro Paese in questi incomprensibili, indecifrabili dodici mesi. Quando ci incontravamo alle conferenze, o anche tra gli scaffali della Coop, non potevamo fare a meno di commentare gli avvenimenti culturali e politici e soprattutto di come veniva gestita la nostra città . La nostra frequentazione si era intensificata con l’esperimento del Corriere di Livorno, dove lui era sempre presente e dove lavorava anche il figlio Gabriele. Il giornale, durante la sua breve vita, aveva trovato in Massimo un coordinatore capace e molto informato. Fallita quell’esperienza ci siamo ritrovati a fianco nella redazione di Costa Ovest. La sua presenza è stata importante, i suoi consigli preziosi, grande la sua disponibilità. Lo ricordo come un uomo gentile e cortese, un vero gentleman d’altri tempi. Ci incontravamo prima delle festività natalizie alla Baracchina Rossa e lui arrivava sempre con un piccolo dono. Mi parlava della famiglia e non faceva cenno del male che lo stava consumando, ma era curioso di sapere le novità della stagione cinematografica, conoscendo i miei interessi di cinefilia.

Ciao Massimo ci sei mancato e continui a mancarci. Dovunque sei, continua ad assisterci nella nostra piccola-grande impresa.

(Simone Consigli) Devo a Massimo Masiero il fatto di scrivere per Costa Ovest. Mi ricordo perfettamente come ci conoscemmo. Io stavo attraversando un periodo di transizione a livello professionale, dopo aver dato le dimissioni da collaboratore de Il Tirreno avevo appena concluso un’esperienza come addetto stampa di Cristiano Toncelli per la tornata elettorale che vide vincitore Filippo Nogarin e ne stavo per intraprendere un’altra negli uffici dell’Uisp Livorno, mentre stavo scrivendo una biografia per una nota famiglia di partigiani livornese.

Conobbi Massimo nel supermercato in cui lavoro, dato il mio status di pubblicista. Mi ricordo che scambiammo due battute sul prezzo delle banane, della prima fascia, e di quelle bollinate, famose e molto, dicemmo forse troppo più costose. Mi venne spontaneo parlare di apparenza e di sostanza e visto che la conversazione fluiva, riuscimmo a raccontarci un po’ di cose e fu poi Massimo ad invitarmi a collaborare con Costa Ovest e io dissi subito di sì. Per i pochi anni che l’ho conosciuto, Massimo è stato il mio direttore. Da lui ho imparato molte cose, prima fra tutte la libertà d’azione come giornalista e il conseguente senso di responsabilità che ne deriva. Non ricordo contraddittori con lui, bastavano poche righe o parole per intendersi, il mio ricordo è di un uomo profondo e diretto, senza fronzoli, ma anche con un bel sorriso e un sano senso dell’ironia.

(Antonietta Squillante) Caro Massimo, non ho avuto modo di chiederti scusa. Lo faccio ora. Ti avevo chiamato poco tempo prima, in un momento certo di estrema sofferenza per te, per chiederti se ti era piaciuto un mio breve articolo e se lo avresti pubblicato su Costa Ovest. Tua moglie mi stava spiegando che non stavi bene e non potevi venire al telefono, ma tu sei venuto lo stesso, in un gesto di generosità così naturale in te, e nel salutarmi mi hai detto che potevo rivolgermi a Marco Ceccarini. Sapevo del male di cui soffrivi, ma altre volte eri riuscito a venirne fuori e così mi è venuto spontaneo dirti che, dopo una pausa di meritato riposo, ci saremmo risentiti perché volevo sottoporti un progetto che mi frullava in testa da un po’ di tempo. Ecco, ti chiedo scusa per essere stata così inopportuna, anche se a mia discolpa posso dire che non ero a conoscenza del tuo aggravamento che di là a poco ti avrebbe sopraffatto. Mi sento di poter dire che il rispondermi, in quel particolare momento, sia stato un gesto di cortesia, certo, ma anche di affetto, perché sei sempre stato una persona gentile e che, nonostante tu fossi una firma apprezzata e conosciuta del giornalismo, avevi conservato il piacere del dialogo e del confronto con gli altri soprattutto verso le giovani leve che vedevano in te un maestro.

Ti ho conosciuto nel 1988, quando Il Telegrafo tentò l’avventura di riprendere le pubblicazioni a Livorno, e tu eri tra le firme più accreditate insieme a Beppe Mascambruno, a Pino Miglino, ad Antonio Fulvi ed altri. Ricordo anche una giovanissima Paola Nappi, la sfortunata giornalista livornese, che iniziò la sua brillante carriera proprio nella sede del giornale, in via Marradi. Un’avventura, quella del Telegrafo, durata solo un anno per poi riprendere vita nel 2017.

Verso noi giovani apprendisti stregoni non mancavi di esprimere parole di apprezzamento e di incoraggiamento, quando secondo te era il caso di pronunciarle.

Ebbene, dopo una lunghissima parentesi, mi hai accolta nelle fila di Costa Ovest e, nonostante il male si fosse già manifestato, ho avuto subito prova che non avevi perso la passione per il tuo mestiere e che per questo non ti risparmiavi la fatica di seguire il lavoro di redazione e di commentare le notizie del momento. Fino all’ultimo. Solo così, dicevi, un giornale on-line poteva acquisire lettori e, soprattutto, mantenerli nel tempo.

Ciao Massimo, e grazie di tutto.

(Marco Ceccarini) Ho conosciuto Massimo Masiero nella primavera 1988 o giù di lì, forse 1989, alla Villa Pendola di Antignano, dove era in corso una mostra sui cartelli della famosa campagna elettorale del 1948, quella per intendersi del motto “in cabina Dio ti vede, Stalin no” e del Fronte popolare del Pci e del Psi schierato contro la Balena bianca della Dc, mostra alla quale io ero intervenuto come giovane ed inesperto cronista del Tirreno e lui come più navigato giornalista della Nazione. La pensavamo diversamente, ovviamente, ed altrettanto ovviamente non nascondemmo, reciprocamente, le nostre idee, le nostre convinzioni. Ma nacque ugualmente un’intesa, una simpatia, un’amicizia. Ed amicizia è stata, nonostante la differenza di età, fino a quando, un anno fa, Massimo ci ha lasciati.

Le vicende della vita ci hanno portati a percorrere strade ulteriormente diverse. Io, uscito dal Tirreno, ho preso a lavorare, dopo aver superato un regolare concorso pubblico, per i servizi giornalistici della Regione Toscana, lui ha invece continuato con la Nazione e poi con Europa e con il Corriere di Livorno, finché nella primavera 2009, quando Costa Ovest, allora già esistente da dieci anni, ha fatto la svolta on-line, divenendo il primo web quotidiano di Livorno e provincia, ricevetti una sua telefonata. Massimo, che aveva lasciato o stava per lasciare il Corriere, mi chiese se poteva scrivere sul giornale che avevo fondato e che stavo trasformando in giornale on-line. Dissi subito di sì, con entusiasmo. E senza mai uno screzio, senza un’incomprensione degna di tal nome, abbiamo collaborato per dieci lunghi anni.

L’intesa professionale tra me e Massimo Masiero era altissima. Bastava una mezza telefonata o un sms per capirsi ed individuare la strategia da tenere. Così, per me, fu del tutto naturale, nel gennaio 2016, passare a lui la direzione di Costa Ovest quando, per motivi personali, dovetti prendere quella decisione. E scelta più appropriata, col senno del poi, non potevo fare.

Leale, corretto, onesto intellettualmente e non solo, Massimo Masiero è stato per me, professionalmente ed umanamente, un punto di riferimento importante, imprescindibile, fino a quando è venuto a mancare, ironia malvagia della sorte appena un mese prima di quando l’Ordine dei giornalisti, che già lo aveva convocato, lo avrebbe premiato con una medaglia per i suoi cinquant’anni di iscrizione. Un riconoscimento cui lui, che era stato anche dirigente d’azienda, oltre che giornalista, teneva tantissimo. Perché lui, dentro, era soprattutto un vero giornalista, un cronista d’altri tempi, un uomo che riconosceva al volo le notizie e sapeva raccontarle.

Caro Massimo, ci manchi, Manca la tua arguzia, il tuo buonsenso, il tuo essere equilibrato, nonostante la pure forte identità che non eri disposto a barattare e che giustamente non hai mai barattato e tanto meno svenduto per mere questioni od opportunità di comodo.

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