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lunedì 24 Febbraio 2020

Un secolo senza Modì


(Marco Ceccarini) Livorno, 24 gennaio 2020 – Esattamente cento anni fa, il 24 gennaio 1920, moriva a Parigi il pittore e scultore livornese Amedeo Modigliani, uno dei più importanti ed influenti artisti del Novecento, noto soprattutto per i suoi celebri ritratti di donne e per le sue sculture dai lineamenti allungati.

Amedeo Clemente Modigliani, questo era il nome completo, era nato a Livorno il 12 luglio 1884 in una famiglia ebrea borghese, ultimogenito di quattro figli, da Flaminio Modigliani ed Eugénie Garsin, il primo livornese anche se la famiglia era originaria di Roma, la seconda francese, di Marsiglia, ma di originaria di Livorno. Benché di matrice ebraica, entrambi i genitori erano atei ed entrambi appartenevano a famiglie, in quel momento, in difficoltà economica. In particolare, quando Amedeo vide la luce in via Roma, l’impresa del padre, costituita da alcune società agricole e minerarie operanti soprattutto in Sardegna, era in bancarotta. Il fratello più grande era Giuseppe Emanuele, avvocato, futuro deputato del Partito socialista. Gli altri fratelli erano Umberto e Margherita.

Cagionevole di salute, affetto più volte da tubercolosi e polmonite durante l’infanzia e la giovinezza, Modigliani mostrò fin da piccolo una grande passione per il disegno, riempiendo pagine e pagine di schizzi e ritratti, senza tuttavia convincere i genitori ad iscriverlo a una scuola di pittura o di disegno. Finché, all’età di 14 anni, durante una fase violenta delle malattie che lo affliggevano, riuscì a strappare alla madre Eugénie, detta Eugenia, la promessa di poter frequentare lo studio di Guglielmo Micheli, uno dei migliori allievi di Giovanni Fattori e uno dei pittori più in vista della città di Livorno, dal quale apprese le prime nozioni pittoriche e dove conobbe, in quel 1898, lo stesso Fattori, caposcuola dei macchiaioli, da cui fu enormemente influenzato. Si può dire che la sua prima formazione sia stata improntata dal Macchiaiolismo, da Fattori e da Silvestro Lega, che ne plasmarono l’innato spirito artistico.

Nel 1902, a 18 anni, Modigliani s’iscrisse a Firenze alla Scuola libera di nudo diretta da Fattori e collegata all’Accademia delle Belle arti, dove approfondì le tecniche pittoriche dei macchiaioli e degli impressionisti italiani, mentre l’anno successivo, nel 1903, si spostò a Venezia per frequentare l’Istituto per le Belle arti al fine di perfezionarsi nelle medesime tecniche. Ma in quella città, in occasione della Biennale, entrò in contatto e fu contaminato dall’Impressionismo francese.

Tornato a Livorno, convinto che Macchiaiolismo ed Impressionismo fossero solo le basi da cui elaborare il proprio concetto di pittura, Modigliani si convinse del fatto che, se voleva creare ed affermare un proprio stile, doveva lasciare l’Italia ed andare là dove ciò era potenzialmente possibile, ossia in Francia e in particolare a Parigi, che all’epoca rappresentava il punto focale dell’Avanguardia artistica mondiale. Quegli anni vissuti tra Firenze, Venezia e Livorno, ma anche le esperienze fatte con i viaggi effettuati con la madre Eugenia a Roma e Napoli, lo persuasero del fatto che non pochi giovani pittori italiani non avrebbero mai potuto esprimere a pieno le loro potenzialità perché il provincialismo culturale, pena l’emarginazione artistica, li avrebbe ancorati a modelli standardizzati o comunque non certo progressivi. Così, fedele alla convinzione che ne avrebbe caratterizzato tutta la vita, ovvero che l’unico obbligo di un individuo è quello di non tradire i propri sogni, decise di trasferirsi a Parigi. Aveva appena 22 anni.

Dopo un breve soggiorno a Londra e in Inghilterra, nel 1906 Modigliani arrivò a Parigi. Il suo obiettivo era approfondire le tecniche degli impressionisti francesi ed entrare in contatto con le avanguardie pittoriche. E così, in effetti, fu. Sistematosi al Bateau Lavoir, un edificio in cui esisteva una sorte di comune per artisti in cerca di gloria e fortuna, l’artista prese in affitto un piccolo atelier a Montmartre, dove conobbe personaggi come Pablo Picasso, André Salmon e Max Jacob, iscrivendosi ai corsi di pittura dell’Accademia Colarossi. In quell’ambiente intellettualmente stimolante, il giovane Modigliani, che a Livorno era chiamato Dedo e che lì fu ribattezzato Modì, lavorò alacremente, frequentando i pittori delle varie correnti ed esponendo al Salone d’autunno a Parigi.

In breve Modigliani venne attratto dalla pittura Soki ed influenzato dal lavoro di Henri de Toulouse Lautrec. Ma quello che ne cambiò la visione e l’espressione artistica fu l’incontro con Paul Cézanne, collocabile attorno al 1907, che lo introdusse all’Espressionismo. Nel 1908, a Parigi, esposte al Salon des Indépendents nella sala dei pittori Fauves.

Tra il Bateau Lavoir e Montmartre, che proprio in quegli anni si stava affermando come il quartiere degli artisti di Parigi, Modigliani iniziò a sviluppare il proprio linguaggio pittorico. Il “Busto di giovane donna” del 1908 può essere considerato il dipinto di passaggi verso un’età artisticamente più matura, così come “Il mendicante di Livorno” del 1909, dipinto a Livorno nell’estate 1909, può essere considerata la sua prima opera completamente cézanniana.

I mesi passati a Livorno nel 1909 rappresentano, nella vita di Modigliani, il tentativo di riallacciare in modo concreto il rapporto con la città di origine e in particolare con gli ambienti artistici e culturali. Evidentemente, però, le vicende non andarono come egli, forse, avrebbe desiderato. Un po’ a causa dell’incomprensione della sua pittura ormai influenzata dai Post-impressionisti francesi e in particolare da Cézanne, un po’ anche per la smania che egli aveva dentro di cimentarsi con situazioni ed ambienti nuovi e differenti, in quell’estate decise di tornare a Parigi. Risalirebbe a quell’estate l’episodio delle teste gettate nel fosso Reale quando Dedo, scoraggiato, decise di lasciare definitivamente la città dei suoi affetti più cari, alla quale sarebbe rimasto comunque legato per sempre e nella quale, in effetti, tornò

Tornato a Parigi, trasferitosi a Montmartre, in perenne competizione con Pablo Picasso, Modì morì di tubercolosi nella capitale francese a soli 35 anni, un secolo fa. Due giorni dopo, il 26 gennaio, la giovane moglie Jeanne si tolse la vita per la disperazione, lasciando orfana la figlia, anche lei di nome Jeanne, che era nata due anni prima a Nizza. Della piccola Jeanne, a dimostrazione del legame che Modì aveva con la sua famiglia e con Livorno, si occupò in via preponderante la famiglia Modigliani. La ragazza crebbe con i fratelli dell’artista passando gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza a Livorno, Firenze e Roma, prima di trasferirsi a Parigi sul finire degli anni Trenta, dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938, dove nell’estate 1984, in circostanze mai del tutto chiarite, perse la vita a seguito di un incidente domestico avvenuto alla vigilia di un viaggio a Livorno, nei giorni in cui si stava consumando la beffa dei falsi Modì.

Dalla fine del 1909 ai primi del 1920, in poco più di dieci anni, Modigliani riuscì a creare opere che ancora oggi incantano ed affascinano il mondo intero. Furono anni, quelli, di furiosa espressione artistica. Una lotta contro il tempo e contro la malattia che saltuariamente si riaffacciava. Il suo corpo, oggi, riposa al cimitero di Père Lachaise, il camposanto degli artisti.

Modigliani è diventato celebre, in particolare, per i suoi ritratti femminili caratterizzati da volti stilizzati e colli affusolati. Tra i soggetti ritratti dal genio livornese ci sono state varie sue amanti o compagne, come la scrittrice e giornalista inglese Beatrice Hastings a cui rimase legato sentimentalmente per due anni e la pittrice francese cattolica Jeanne Hébuterne che sarebbe diventata sua moglie, oltre a molti colleghi artisti che frequentavano Montparnasse, come Moïse Kisling, Diego Rivera, lo stesso Picasso. L’artista delle famose teste passò a ritrarre figure complete e nudi disegnati con linea ondulata, le sue opere più tipiche.

Al pittore e scultore livornese sono state dedicate diverse opere letterarie, cinematografiche e musicali, oltre a moltissime mostre, retrospettive, esposizioni in ogni parte del mondo.

La storia di Modì, compresa la rivalità con Picasso e il suo amore per la Hébuterne, è raccontata nel film “I colori dell’anima” di Mick Davis, anno 2004, che descrive, in versione romanzata, l’ultimo periodo di vita dell’artista. Nel 2014 è poi uscito “Due giorni d’estate”, un cortometraggio ispirato alla figura di Modigliani diretto da Luca Dal Canto. All’interno del filma appare anche un dipinto giovanile dell’artista, “Stradina di campagna”, realizzato nel 1898 ed oggi esposto al Museo civico Fattori di Livorno. La pellicola, presentata al Festival di Cannes, ha ottenuto decine di selezioni ufficiali e premi in festival internazionali di cinema. Ma anche un altro quadro di Modigliani è apparso in un film cinematografico. Si tratta di “Ritratto di Lunia Czechowska con ventaglio”, che si vede in una scena di “Skyfall” del 2012, film della serie 007 di Sam Mendes.

Il mondo dei libri ha posto attenzione alla figura di questo artista con una biografia romanzata di Angelo Longoni, uscita nell’ottobre 2019 per la Giunti, dal titolo “Modigliani il principe”. Nel testo, ripercorrendo le diverse tappe dell’esistenza di Modigliani, dalla fuga dalla città natale alla passione per le donne, emerge la figura di un artista solitario e schivo. Longoni, che si cala in prima persona nell’interpretazione dei sentimenti dell’artista, mette l’accento sulla vita e sugli eccessi. In precedenza, nel 1999, era stato Corrado Augias a dedicare un romanzo al pittore e scultore con il libro “Modigliani, l’ultimo romantico”, edito da Mondadori, incentrato sulla vicenda umana e artistica dell’artista. Le lettere di Modigliani ed i suoi principali scritti, invece, sono stati raccolti in “Le lettere”, curato da Elena Pontiggia, uscito per i tipi di Abscondita nel 2006. Risaltano in questo volume le missive, oltre che con la madre e in generale con la famiglia, con il pittore Oscar Ghiglia, che gli rimase amico e punto di riferimento artistico a Livorno.

La figura di Modigliani, infine, è presente anche nella musica. Dal rapper Dargen D’Amico, che ha dedicato un brano all’artista, al cantautore fiorentino Giulio Wilson, che ha realizzato un singolo che prende spunto dalla vita del pittore, molti musicisti e cantanti hanno trasformato l’arte o la figura di Modigliani in note musicali. In particolare il cantautore e strumentista Vinicio Capossela nel 1991 intitolò “Modì” il secondo album, dove vi è anche un brano che racconta la storia d’amore tra l’artista e la Hebuterne. “Ognuno sceglie i suoi eroi di gioventù, Modigliani è stato per me quello che per altri è stato Jim Morrison, il senso di ribellione e di libertà”, ha detto Capossela.

Oggi, com’è giusto che fosse, in occasione del centenario della scomparsa Livorno ha tributato e tributa a Modigliani una mostra di livello internazionale al Museo della Città, dal titolo “Modigliani e l’avventura di Montparnasse”, più tutta una serie di eventi ed appuntamenti che vanno da spettacoli teatrali a presentazioni di libri, da kermesse culturali ad appuntamenti musicali, passando perfino dall’emissione di un francobollo delle Poste Italiane con il primo annullo filatelico avvenuto a Livorno proprio oggi, 24 gennaio, in occasione del centenario.

Si è però detto, ed a parere di chi scrive non correttamente, che quanto organizzato in questi giorni rappresenta anche il modo di riconciliare la città con il suo figlio assai probabilmente più illustre, facendo riferimento, per questo, all’episodio dei falsi Modì e della conseguente beffa dell’estate 1984, quando il Comune di Livorno organizzò l’escavo del fosso Reale, in occasione del centenario della nascita, nel tentativo di trovare le pietre forse lanciate nel 1909 dall’artista di via Roma alla vigilia della sua definitiva partenza per Parigi. La burla messa in atto contemporaneamente e senza collegamento da tre studenti da una parte, al secolo Francesco Ferrucci, Michele Ghelarducci e Pietro Luridiana, come dal pittore Angelo Froglia dall’altra, è evidentemente ritenuta ancora oggi, da molti, un episodio negativo o comunque dal quale riscattarsi nel buon nome dell’artista e della città.

Ebbene, a modesto parere del sottoscritto, non è così. Le belle ed importanti iniziative di questi giorni sono preziose ed anzi fondamentali per rendere la giusta considerazione a un pittore e scultore che, nato a Livorno, è diventato patrimonio dell’umanità. Ma quanto accadde in quell’estate 1984 va vissuto, anch’esso, come espressione del modo di essere livornese, del quale anche Modigliani era intriso. La beffa con cui venne ridicolizzato il sistema dell’accreditamento artistico nazionale e mondiale evidenziò la fragilità e la superficialità di quello stesso sistema, oltre che la troppa fretta di esporre come trofei quelle pietre che si definirono “ritrovate” da parte di chi doveva gestire la commemorazione e garantire l’autenticità delle teste rinvenute nel fosso Reale. Come si può, a tal proposito, dimenticare l’esposizione nel Museo di arte progressiva e contemporanea di Villa Maria, ora non più esistente, allestita a tempo di record?

Ma la beffa dei falsi Modì, deve essere chiaro, non degradò la città e tanto meno l’artista Modigliani. Fu espressione di vivacità ed anche di intelligenza. Modì, probabilmente, avrebbe lui stesso riso dello scherno provocato ai saccenti dell’arte. Lui era un’artista, non un difensore dell’immagine di una città o di una casta. Ed avrebbe probabilmente ringraziato i tre ragazzi e il pittore di provincia per aver impedito, con la loro burla, di far accreditare come sue, come vere, tre pietre paracarro scolpite con il trapano ed invecchiate con la pipì o al massimo con delle resine sciolte in acqua di mare.

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