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18 Maggio 2022

Una scena del film Don't look up (foto fornita da Nesti)

Al cinema ed online i film da non perdere


(Donatella Nesti) Livorno, 3 gennaio 2022 – L’autorevole Corriere della Sera ha incoronato “Don’t look up” il film dell’anno, sia di quello appena concluso sia di quello appena cominciato, mentre altri lo definiscono un film pasticcione nonostante il cast stellare. Il perché del giudizio positivo sta in quella frase pronunciata dalla presidente degli Usa interpretata dalla superlativa Meryl Streep ”Sapete quante riunioni sulla fine del mondo abbiamo fatto? Crisi economica, armi nucleari, intelligenza artificiale ostile, inquinamento atmosferico, siccità, carestie, epidemie, crescita demografica, buco nell’ozono….”.

Inventando un disastro immaginario, la cometa in rotta verso la Terra, il film riesce a raccontare e persino a farci ridere delle varie emergenze che ci sovrastano. A partire dalla più grave: il discredito della politica e dell’informazione. Leonardo DiCaprio è protagonista insieme a Jennifer Lawrence e intorno a loro attori come Cate Blanchett e Ariana Grande.
Una scienziata quasi stagista scopre che entro sei mesi una potente cometa si schianterà sulla Terra, in oceano e i maremoti successivi sommergeranno tutto. Viene allertatala Nasa – che risponde, anche se blandamente – e poi subito la Casa Bianca, che in un primo tempo non ne vuole sapere e minimizza. Il regista Adam McKay alludendo al riscaldamento globale, ha dichiarato «Volevo che pubblico si interrogasse sulla più grande minaccia all’umanità mentre rideva». Per molti il film è una metafora simbolo della pandemia, con la conseguente lotta tra scienza, politica mediocre, antiscientisti convinti, speculatori, no-vax, virologi televisivi, tuttologi…

Il film di Paolo Sorrentino, “È stata la mano di Dio”, presentato alla Mostra di Venezia ed ora su Netflix, è nella short list delle 15 pellicole internazionali che si giocheranno l’accesso alla serata degli Oscar il prossimo 8 febbraio, quando ne rimarranno solo 5. Sorrentino parla al cuore e si immerge nei sentimenti intimi, familiari rendendo universale la storia personale di Fabietto alter ego del regista. In “È stata la mano di Dio”, Paolo Sorrentino torna nella Napoli della sua gioventù per raccontare il turbolento racconto di formazione di un ragazzo, una storia resa ancora più intensa dal legame personale con il passato del suo stesso autore. È una storia più personale e decisamente più emozionale di tutte quelle che ha raccontato in precedenza. È un’immersione in una memoria viva, in un bellissimo mondo imperfetto che non sarebbe potuto durare. Ma è anche la struggente descrizione dell’impulso ad andare avanti, a creare, a cogliere qualunque sconcertante occasione si presenti, anche in mezzo a un immenso dolore.
Siamo negli anni ’80. A Napoli tutti parlano in modo febbrile di Maradona, l’illustre leggenda del calcio che pare possa, quasi per miracolo, arrivare in città per giocare nella sfavorita squadra locale.

L’aria è densa di promesse e l’adolescente Fabietto Schisa la respira a pieni polmoni. Se a scuola appare come impacciato ed emarginato, la vita comunque gli sorride. I suoi genitori sono volubili, hanno i loro difetti, ma si amano ancora. Le loro famiglie sono chiassose, a volte travagliate e tuttavia molto divertenti. I pranzi sono interminabili, i drammi famigliari vanno in scena ogni giorno, la risate sono incessanti e il futuro sembra ancora molto lontano. Poi, un inspiegabile incidente capovolge ogni cosa. E, come fece un tempo Sorrentino negli anni della sua gioventù, Fabietto deve trovare un modo per sfuggire alle profondità della tragedia e venire a patti con lo strano gioco del destino che lo ha lasciato in vita. Con un passato andato distrutto e nonostante tutto un’intera esistenza davanti a sé, traccia la rotta del suo percorso attraverso la perdita e verso il nuovo.

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