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29 Settembre 2020

Convegno diocesano: i giovani per un Cristianesimo vissuto, che si sporca le mani


(Monica Cuzzocrea) Livorno, 4 ottobre. Il convegno diocesano è iniziato con un momento di preghiera per dare inizio al mese dedicato alle Missioni. Don Rosario Esposto ha presentato la testimonianza del suo viaggio a Dodoma quest’estate dove ha battezzato 29 bambini. “Un ambiente molto semplice e essenziale – ha raccontato – dove non c’era il battistero ma una semplice bacinella per tutti. Noi spesso dimentichiamo questa grazia ricevuta. Per loro la Messa è una fortuna e per partecipare a quella delle 7 partono da casa alle 5 di mattino e dopo la Messa tutti si fermano a catechismo. Noi possiamo portare il nostro contributo alla crescita di queste comunità africane – ha detto – dobbiamo essere molti chicchi di grano per diventare un’unica Ostia”.
Al termine della veglia missionaria il Convegno è entrato nel vivo del tema con la riflessione del Vescovo, Simone Giusti, accompagnata da una serie di slides che hanno illustrato la condizione di molti giovani oggi. I risultati delle indagini sociologiche, la crisi dell’età adulta e quindi la crisi dei modelli; la presenza di un dualismo tra quelli che bevono e si drogano e quelli che partecipano alla GMG o si impegnano nel volontariato. A fronte di questo la necessità di un impegno in prima persona per far tornare alla ribalta quei valori che sono alla base di una vita sana. “Il rischio – ha detto monsignor Giusti – è che riusciamo a parlare in modo perfettamente teologico di Gesù, ma non sappiamo farlo incontrare. Il criterio dell’osservanza non esiste più, vale quello della preferenza e della significatività interiore, che diventa irrinunciabile. La dimensione affettiva e comportamentale si deve accompagnare a quella cognitiva. La formazione è tanta, ma non abbiamo un sistema educativo: generiamo persone che sanno qualcosa ma non sanno vivere” – ha sottolineato. “Dobbiamo dunque interrogarci su come migliorarci. Devo continuare a donarmi ma in modo diverso. I ragazzi hanno bisogno di valori e non di regole: la completa accettazione delle regole viene vista come una limitazione se non nasce dall’interno. Dobbiamo dare i mattoni per costruire la casa non dire come devono fare. Non ci interessano i numeri, ma vogliamo generare giovani cristiani. Dobbiamo dunque interrogarci sulle modalità. La chiesa è vista come una montagna di divieti, la liturgia spesso è poco significativa, la Messa viene vista come un rito, priva di interiorità. Anche nella Fede quello che conta è l’esperienza è la riflessione che si è fatta su di essa. I ragazzi vogliono un cristianesimo vissuto, che si sporca le mani”.
Dai dati risulta che la religione viene lasciata sullo sfondo della vita quotidiana. Da 16 anni in poi è una situazione piatta bisogna arrivare a 35-40 anni per un ritorno in chiesa con i Battesimi dei figli. “Ma non tutto è perduto – ha detto il vescovo Simone – L’Italia è il Paese che ha la più alta frequenza dei giovani in Chiesa e il 75 per cento dice di credere in Dio e il 60 per cento dice di essere cattolico”. E dell’aldilà che cosa ne pensano i giovani? Le risposte sono molto nebulose o addirittura non entrano in merito, questa è la conseguenza di una Chiesa che non sa parlare della Resurrezione e narrare la speranza escatologica. “Dobbiamo cogliere i segni che pongono domande sulla vita eterna. Le nostre Chiese devono diventare luoghi di spiritualità. I giovani cercano Dio e noi dobbiamo domandarci come farglielo incontrare”.Il convegno è proseguito con la suddivisione in gruppi secondo alcune specifiche tematiche legate all’universo giovani. (Foto di Antonluca Moschetti)