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29 Settembre 2020

Dopo l’alluvione: la rivolta dei “rii” e l’arroganza dell’uomo


(Massimo Masiero) Livorno, 30 settembre. La città giace, si fa per dire, su un reticolo di rii, grandi e piccoli, da sempre. Scendevano dalle colline verdi a ridosso delle prime abitazioni, rigogliosi e ricchi d’acqua. Erano meta di passeggiate, di escursioni ecologiche, di scoperte imprevedibili dell’ambiente circostante, per la bellezza dei loro habitat, per il fascino che suscitavano le macchie e le boscaglie mediterranee. Si facevano belli di proporre la “cristallina” purezza delle loro acque e il mutare del verde dei loro argini al mutar delle stagioni. Erano quaranta-cinquanta anni fa. Pochi e contenuti i casolari nelle vallicelle che attraversavano e le ville ottocentesche già posizionate dall’antica borghesia mercantile livornese. Troppo belli quei paesaggi da cartolina con le colline appena a un tiro di schioppo. Non c’era ancora il Parco delle Colline, di cui si favoleggiava già allora, che divenne realtà con le altre amministrazioni, realizzato in seguito sulla carta, descritto in pagine e pagine di progetti stupendi redatti da urbanisti , ecologi e ambientalisti. Mai concretizzati. Oggi questo patrimonio tutto livornese è gestito dal vicino Parco delle Colline Metallifere.
Paesaggio ammirato e appetito dall’edilizia. Assaltato con il favore delle leggi che lo permettevano. E quei corsi d’acqua? Sempre lì a farsi belli, a guardare, modesti umili e un po’ anche orgogliosi di essere affiancati da tante nuove case più o meno vicine alle loro sponde. Gli anni passavano, gli insediamenti continuavano e con loro gli abitanti di quelle belle villette, che avevano a cuore, allora, la pulizia degli argini. I tempi però cambiarono poco a poco. I rii erano violati, stuprati dall’incuria dell’uomo. Si sentivano offesi perché diventati contenitori di canne e arbusti tranciati e abbandonati sugli argini, poi di elettrodomestici, mobili, plastiche dimenticati anche negli alvei. Con la siccità erano diventati rigagnoli non più limpidi e rigogliosi, ma secchi, a volte puzzolenti. L’intervento dell’uomo nella città, sempre più golosa di spazi da edificare aveva voluto nasconderli nelle corsa vicino al mare, con altro cemento. Li avevano “tombati” , i cementificatori. Lo avevano fatto con arroganza e decisione, in fretta e furia, senza guardare in faccia a nessuno perché lo potevano fare con le leggi che glielo permettevano e guai a parlare di “palazzinari”. Non lo erano e non lo volevano essere, perché arricchivano la città di belle sembianze architettoniche. Così quei rii, i loro nomi tutti li conoscono (Maggiore, Ardenza, Felciaio i più grandi) hanno continuato ad essere oltraggiati fino a che l’uomo ha approvato nuove leggi, che hanno vietato l’utilizzo del territorio, se non per piccoli ampliamenti e accorgimenti più o meno consentiti. Ma ormai il danno era fatto. E’ arrivata anche la siccità imprevista, favorita dai cambiamenti climatici e dalla scelleratezza dell’uomo. E in questa fine estate torrida, improvvisa, anche la “bomba” d’acqua. Tre ore appena in una notte di settembre. I rii hanno respirato con affanno, sono stati investiti dall’ondata gigantesca calata dalle colline. Hanno cercato invano di contenerla, negli argini malandati, solo curati e puliti quanto possibile dagli abitanti, ma è stato inutile. E’ straripata con furore nelle “vallicelle” vicine. Quel fiume gigantesco di fango e detriti è uscito dagli argini. Ha investito tutto quello che ha incontrato e lo contrastava: abitazioni, giardini e orti, auto e mobili. Ha sradicato alberi, distrutto i ponti a terra e a mare, in pochi minuti. Ha anche ucciso otto persone, dal bambino più piccolo agli anziani, nella più grande tragedia ambientale, che la città ricordi. Ora quei rii ammalati saranno guariti, i loro argini puliti. I danni a case e cose saranno riparati dall’uomo, solidale e pronto come non mai da giorni, ad aiutare i colpiti dall’alluvione in una gara spontanea di partecipazione. Arriveranno i rimborsi a cittadini e imprese. Gli interventi sono già in corso. Le polemiche, anche politiche, pure. Il nuovo piano di Protezione Civile è il protagonista assoluto di questi giorni. Lo sarà per settimane. Sostituisce il precedente del 2011, scaduto cinque anni dopo, riveduto e corretto nel 2016, approvato a vari livelli ( Giunta Comunale, Provincia e Regione), pronto a gennaio 2017, il regolamento inviato al consiglio comunale per l’approvazione. Mai attuato e applicato. “Chi poteva immaginare che sulla città si abbattesse l’alluvione”. “Perché non si è intervenuti per la manutenzione dei corsi d’acqua?”. E’ stato detto. Il sindaco nei mesi scorsi aveva trasferito il precedente capo della Protezione Civile all’Ufficio Mobilità. Il cui capo, a sua volta, era stato nominato al vertice della Protezione Civile. Il nuovo Piano prevede procedure e comportamenti. Se ne discuterà ancora, forse presto. La Magistratura intanto sta facendo il suo corso con i cinque esperti, nominati nei giorni scorsi. Hanno effettuato sopralluoghi sul territorio colpito e interrogato anche gli uomini della Protezione Civile per far luce su quanto accaduto e eventuali responsabilità.
I rii (nella foto Rio Ardenza) sono tornati, miti e tranquilli, ad accogliere e far scorrere le loro acque, in attesa che sia completata la messa in sicurezza per poter essere ancora amici dell’uomo.