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4 Marzo 2021

Luigi Moggia, segretario locale del Pci (foto tratta da Facebook)

Moggia, Pci, sul centenario: “Un secolo fa il passaggio al socialismo era visto come un evento fatale”


(Marco Ceccarini) Livorno, 18 gennaio 2021 – Il 21 gennaio si avvicina e con esso si avvicina il centenario della fondazione del Partito comunista italiano, sorto come Partito comunista d’Italia, sezione italiana della Terza internazionale.

Tra pochi giorni, tre per l’esattezza, saranno cento anni da quel pomeriggio del gennaio 1921 in cui i comunisti e buona parte dei delegati massimalisti al diciassettesimo congresso del Partito socialista, che era in corso a Livorno, uscirono dal teatro Goldoni, pare cantando l’Internazionale, per andare al San Marco dove dettero vita al partito che doveva guidare la rivoluzione proletaria da molti ritenuta imminente, dopo la presa del potere da parte dei comunisti in Russia e il ‘biennio rosso’ in Italia.

Fondato da Antonio Gramsci ed Umberto Terracini, ma anche da uomini che in seguito ebbero percorsi politici assai diversi come Nicola Bombacci, Amadeo Bordiga, Onorato Damen, Bruno Fortichiari, solo per citarne alcuni, quello italiano è stato il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. E’ stato sciolto, sotto la segreteria di Achille Occhetto, con il congresso di Rimini del 31 gennaio 1991, dopo settant’anni durante i quali questo partito, sorto come avanguardia della classe operaia, è stato una straordinaria organizzazione di massa e il più importante partito della sinistra, pilastro della Repubblica e perno della democrazia italiana.

Al termine di un lungo percorso contraddistinto da battaglie politiche e legali, unioni e divisioni, il Partito comunista italiano è stato ricostituito a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, il 26 giugno 2016. Un luogo a dire il vero non scelto a caso, dato che San Lazzaro è a due passi dalla Bolognina, il quartiere periferico di Bologna dove Occhetto, il 12 novembre 1989, annunciò il superamento del Pci e la sua volontà di trasformarlo in una forza di stampo socialdemocratico. Proprio da lì, nel tentativo di incarnarne lo spirito e la prassi politica, riprendendone il nome e il simbolo, è stato pertanto ricostituito il partito che, oltre che di Gramsci, fu tra gli altri di Palmiro Togliatti, Luigi Longo ed Enrico Berlinguer, oggi guidato a livello nazionale da Mauro Alboresi.

A Livorno il primo segretario locale è stato Lorenzo Cosimi. Ma da tre anni è a capo della federazione provinciale Luigi Moggia, 43 anni, portuale polivalente, studente lavoratore laureando in Ingegneria. Con quest’ultimo, dunque, abbiamo fatto il punto sull’anniversario ripercorrendo la storia del partito rispetto al quale il rinato Pci, seppure in modo critico, si pone in continuità riconoscendo come propria l’intera sua tradizione politica, sia a livello nazionale che internazionale.

Moggia, tra pochi giorni saranno cento anni che il Pci è stato fondato. Cosa accadde e perché, un secolo fa, a Livorno?

“Il partito venne fondato come sezione italiana della Terza internazionale, quella comunista, sull’onda del ‘biennio rosso’ e dopo la rivoluzione d’ottobre che aveva portato i comunisti al potere in Russia. Fu in quel contesto, all’indomani delle rivolte operaie nelle grandi città industriali del Nord e dell’incipiente repressione fascista, che in Italia maturò la separazione, già latente, dell’ala di sinistra dal resto del Partito socialista”.

Voi, immagino, celebrerete il centenario?

“Certamente. Si tratta di un appuntamento fondamentale. Per il 21 gennaio, come federazione di Livorno, andremo in tarda mattinata al cimitero dei Lupi a rendere omaggio ai ‘grandi comunisti’ ed idealmente a tutti i militanti del Pci, poi nel pomeriggio deporremo come sempre una corona d’alloro al teatro San Marco, quindi in serata svolgeremo in videoconferenza un dibattito di riflessione critica dove, oltre ai saluti del segretario regionale Marco Barzanti e alle conclusioni del segretario nazionale Alboresi, vi saranno i contributi dello storico Alex Hobel e dell’economista Vladimiro Giacché”.

Il Partito comunista d’Italia nacque come risposta allo scarto ideologico esistente tra socialisti e comunisti in merito alla posizione assunta da alcuni settori del Partito socialista sugli scioperi e le sollevazioni di vaste porzioni del mondo del lavoro tra il 1919 e il 1920. Molti socialisti avevano condannato il ‘biennio rosso’. Qual è il suo giudizio storico di quel periodo?

“La concezione socialista secondo cui l’affermazione che la realtà della vita sociale è determinata dallo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione, veniva intesa come un piatto determinismo economico. Il passaggio dallo Stato borghese alla società socialista era considerato un evento fatale, non era visto come una trasformazione che, avendo le sue premesse oggettive nello sviluppo delle forze economiche reali, doveva però essere sollecitata a compiersi attraverso lo sviluppo di una lotta economica e politica che al socialismo, cioè alla conquista del potere da parte della classe operaia, fin dal inizio avrebbe dovuto mirare. Fu su questi contenuti che si materializzò la scissione di Livorno. Scopo del nuovo partito era guidare il processo rivoluzionario che doveva realizzare il governo del popolo. In seguito il Partito comunista italiano è diventato il grande partito dei lavoratori che ha contribuito a costruire la democrazia ed è stato uno dei protagonisti del dibattito parlamentare in Italia, ma un secolo fa, al momento della sua fondazione, tutto questo non era scontato, anche se nella componente ordinovista (facente riferimento al giornale Ordine nuovo di Gramsci, ndr) già erano presenti alcuni dei presupposti che, su terreni diversi, avrebbero contribuito allo sviluppo di quel partito”.

Il Fascismo negli anni Venti costrinse il partito alla clandestinità. Eppure proprio in quel periodo i comunisti gettarono le basi per la costruzione di un’organizzazione che avrebbe permesso loro di far fronte agli esili, ai confini, agli arresti, ai delitti…

“A partire dal 1926, anno che vide l’elezione di Gramsci a segretario ed anche l’elaborazione delle tesi di Lione (segnarono la fine dell’egemonia politica di Bordiga all’interno del partito, ndr) che rappresentarono un’importante svolta politica, il regime fascista costrinse il Pcdi alla clandestinità. Il partito ebbe, in quel periodo, una storia complessa e nient’affatto semplice pagando a caro prezzo la contrapposizione al regime. Gli anni Venti e Trenta, inoltre, furono travagliati anche all’interno dell’Internazionale comunista. Videro il dispiegarsi della politica del social-fascismo e in contrapposizione dei fronti popolari. La guerra di Spagna fu la prova generale dello scontro tra fascisti e comunisti e in definitiva della seconda guerra mondiale. Furono anche gli anni del patto segreto firmato da Vjačeslav Molotov e Joachim Von Ribbentrop che stabiliva la non aggressione reciproca tra Germania ed Unione Sovietica”.

Nel 1943, tuttavia, il partito si trasformò in Partito comunista italiano. Fu, quello, l’avvio di una nuova fase?

“Certo. Ciò coincise con la caduta del Fascismo. Nel giugno 1943, ancora quindi nel periodo della clandestinità, il Pcdi si trasformò in Partito comunista italiano. La seconda guerra mondiale era in corso e il partito stava svolgendo un ruolo di primo piano. Ma da lì a poco ci furono la defenestrazione di Benito Mussolini il 25 luglio 1943 e l’armistizio il successivo 8 settembre con la caduta del regime fascista. Il Pci, di conseguenza, prese o meglio riprese ad operare legalmente partecipando attivamente alla costituzione di formazioni partigiane e dal 1944 al 1947 prese parte ai primi governi dell’Italia libera in cui Togliatti, tra l’altro, per un breve periodo fu anche vicepresidente del consiglio dei ministri”.

Si può dire, secondo lei, che il Pci fu la forza più popolare nell’ambito della Resistenza italiana?

“Lo si deve dire. La maggior parte degli aderenti alla Resistenza apparteneva al Pci. Le brigate Garibaldi, promosse dai comunisti, rappresentarono circa il 60 per cento delle forze partigiane”.

Ormai sono passati quasi ottant’anni. E’ cambiato giudizio sulla Resistenza?

“Nient’affatto. La Resistenza non fu una guerra civile, come molti oggi vorrebbero dire, ma una guerra contro l’occupazione straniera voluta dai fascisti. Fu attraverso l’adesione spontanea delle masse popolari alla lotta partigiana che avvenne l’ingresso dell’Italia nella modernità. Fu dunque, a nostro avviso, una vera e propria guerra di liberazione. Il Pci, con i suoi militanti, contribuì ad organizzare la Resistenza contro l’esercito tedesco e il fascismo della Repubblica di Salò”.

La vera svolta del Pci, però, la si ebbe con la fine della guerra. E’ d’accordo?

“Sempre però affondando le radici negli anni della Resistenza. Il segretario Togliatti, nell’immediato dopoguerra, attuò una politica di collaborazione con le forze cattoliche e democratiche, liberali e socialiste, nell’ottica di ricomporre l’unita delle forze popolari che avevano lottato nella Resistenza. Il mondo si stava dividendo sulla base degli accordi di Yalta, si stava affermando la guerra fredda, per cui Togliatti capì che occorreva battersi per una transizione al socialismo attraverso la via parlamentare, secondo il concetto di egemonia gramsciana, proponendo la ‘via italiana al socialismo’ e contribuendo in modo decisivo all’elaborazione di quella che ancora oggi, al di là delle mutilazioni, può essere definita la Costituzione più bella del mondo”.

Passato all’opposizione nel 1947 dopo la decisione della Democrazia cristiana di estromettere le sinistre dal governo, dato che Alcide De Gasperi voleva collocare l’Italia nel blocco filo-statunitense, il Pci è rimasto fedele all’Unione Sovietica fino agli anni Settanta, quando Berlinguer concepì il noto strappo da Mosca e prese gradualmente a sviluppare una politica autonoma di transizione al socialismo elaborata sulla realtà italiana…

“Berlinguer promosse il compromesso storico con la Dc negli anni Settanta sempre nell’ottica di ricomporre l’unita delle forze popolari della Resistenza. Occorre ricordare che questo avvenne in un Paese percorso da una forte crisi economica, da tentativi di eversione e di colpi di Stato, dalla lotta armata, dai movimenti del Sessantotto e del Settantasette che verranno poi chiamati ‘anni di piombo’ e il periodo ‘notte della Repubblica’ come è stato definito a livello giornalistico”.

Proprio con Berlinguer il Pci raggiunse l’apice del suo consenso. Condivide?

“E’ sotto gli occhi di tutti. Con Berlinguer, nel 1976, il partito toccò il massimo consenso, mentre sull’onda emotiva dell’improvvisa scomparsa dello stesso Berlinguer, nel 1984, divenne il primo partito italiano”.

Eppure, da lì a poco, il partito imboccò la strada dello scioglimento. Un paradosso?

“Con la caduta del muro di Berlino e la crisi dei Paesi comunisti, tra il 1989 e il 1991, sull’onda della ristrutturazione capitalista e della mondializzazione che all’inizio non fu capita ma della quale oggi vediamo la sua crisi e ne patiamo i colpi di coda, il partito si sciolse su iniziativa del segretario Occhetto, dando vita da una parte a una nuova formazione politica di stampo socialdemocratico, ossia il Partito democratico della sinistra, dall’altra a Rifondazione comunista. Se quest’ultimo soggetto, sorto con lo scopo di ricostituire un partito di massa, ha finito per ricomporre diverse culture comuniste partitiche e movimentiste, la nascita del Pds, di fatto, pose fine alla ricerca della via autonoma al socialismo che aveva contraddistinto il Pci ed ebbe la conseguenza di ‘normalizzare’ la democrazia italiana”.

Esisteva in quegli anni la cosiddetta ‘conventio ad excludendum’ in virtù della quale le forze laiche, socialiste e cristiane, coalizzandosi a prescindere dalle proposte del Pci, escludevano sistematicamente quest’ultimo dal governo del Paese. Questa ‘conventio’ produceva inevitabilmente una democrazia monca o comunque incompiuta. Occhetto affermò che la sua svolta avrebbe eliminato il presupposto originario di tale esclusione. Cosa pensa di ciò?

“L’idea di trasformare il partito in un soggetto senz’anima e senza radicamento, di vago stampo socialdemocratico ma in realtà concentrato sulla gestione del potere, privo di carica propulsiva e di matrice ideologica o semplicemente ideale, ha reso, questo sì, monca la democrazia italiana, eliminando un partito che era stato da stimolo nel gioco democratico e che, grazie alla propria forza e alla propria presenza nelle istituzioni, aveva condizionato la vita politica raggiungendo importanti risultati come l’introduzione del sistema sanitario pubblico e gratuito, la riforma della scuola, l’allargamento dell’assistenza sociale e la riforma delle autonomie locali e contribuendo in modo determinante, con altri partiti, a varare lo statuto dei lavoratori e ad introdurre l’aborto, il divorzio e più in generale il nuovo diritto di famiglia, tutti pilastri del nostro odierno vivere civile”.

Siamo giunti all’oggi. Quali obiettivi si propone il rinato Pci di cui lei è segretario a Livorno?

“L’attuale Pci, riprendendo la migliore storia, cultura e tradizione del movimento operaio italiano ed internazionale e del Pci storico, sostiene le fondamenta della Costituzione repubblicana e si rifà alle idee, seppur attualizzate, di Karl Marx, Friedrich Engels e di Vladimir Lenin. Il partito aderisce all’Assemblea delle sinistre di opposizione a cui partecipano anche Rifondazione, il Partito comunista dei lavoratori, Potere al popolo ed altre forze, in contrapposizione al governo di Giuseppe Conte. Considera il Partito democratico un soggetto neoliberista, non dissimile da Forza Italia e dalla Lega, mentre per quanto riguarda l’Unione Europea è fortemente critico, come rispetto all’euro e all’unità monetaria dell’Unione. Siamo contro questa Europa dei capitali, per noi occorre un’altra Europa”.

Un cenno su Livorno, dove tutto ebbe inizio un secolo fa. Come vi siete radicati in città e in provincia in questi cinque anni?

“Alle ultime regionali, nel 2020, a Livorno abbiamo consolidato il già ottimo risultato raggiunto nel 2019 alle amministrative sfiorando il 2 per cento. A livello toscano il nostro candidato alla presidenza, Barzanti, ha raggiunto quasi l’1 per cento. Così come a livello nazionale il nostro obiettivo è creare un partito di opposizione di stampo marxista-leninista che propone un’idea di società basata sui diritti economici e sociali, a partire dalla scuola e dalla sanità gratuita, dal diritto al lavoro a quello della casa, a Livorno e provincia proponiamo un modello di sviluppo completamente diverso dal modello sociale che sta attuando il Pd con la privatizzazione di importanti settori dell’economia e dei servizi. In estrema sintesi noi chiediamo di mettere al centro delle politiche amministrative gli interessi ed i bisogni della classe lavoratrice e dei soggetti meno tutelati”.

Non sarà facile, vista la complessità della politica odierna, non trova?

“Il percorso è irto di ostacoli e il lavoro che ci aspetta è molto duro, ma noi ci siamo, con lo spirito del Pci storico, per dare una nuova speranza e una concreta sponda politica ai lavoratori, ai giovani, agli studenti, a tutti gli uomini ed a tutte le donne che credono sia possibile costruire un’Italia diversa e migliore, un mondo più giusto e più libero. E crediamo, sinceramente, che ciò sia molto importante perché il futuro non può non avere solide e giuste radici”.

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