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4 Marzo 2021

L'immagine del teatro San Marco all'epoca della scissione di Livorno (foto tratta da Antonia Teoli Blogspot)

Quel 21 gennaio del ’21 a Livorno


(Marco Ceccarini) Livorno, 21 gennaio 2021 – Era un venerdì quel 21 gennaio 1921, quando alcune decine di delegati al diciassettesimo congresso del Partito socialista, per lo più della frazione comunista ma anche alcuni della corrente massimalista, guidati da Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Nicola Bombacci, Egidio Gennari ed altri, molti dei quali avrebbero preso strade diverse, uscirono dal teatro Goldoni di Livorno, dove era in corso il congresso, per dirigersi al canto dell’Internazionale al teatro San Marco, dove fondarono il Partito comunista d’Italia, sezione italiana della Terza internazionale.

Motivo della scissione, avvenuta dopo sei giorni di acceso dibattito, fu l’accusa rivolta a Giovanni Bacci, che era il presidente di quell’assemblea congressuale, di essersi posto al di fuori dell’Internazionale. Un motivo reale che tuttavia era il riflesso di quello che si era venuto a creare negli ultimi due tre anni quando prima la rivoluzione d’ottobre che aveva portato i comunisti al potere in Russia e poi il “biennio rosso” con le rivolte operaie nelle grandi città industriali del Nord avevano fatto ritenere imminente la rivoluzione proletaria che doveva scoppiare a livello mondiale. In quel contesto giunse a maturazione la separazione tra l’ala di sinistra e il resto del Partito socialista.

Iniziò così, quel 21 gennaio del 1921 a Livorno, esattamente cento anni fa, l’avventura politica di quello che neanche vent’anni dopo sarebbe diventato il Partito comunista italiano, destinato ad affermarsi come la più grande organizzazione politica di massa della sinistra italiana del secondo Novecento, pilastro della democrazia e della Repubblica che esso stesso contribuì a realizzare.

Il Partito comunista d’Italia si poneva l’obiettivo di essere l’avanguardia della classe operaia. Doveva guidare la rivoluzione. Esso nacque come risposta allo scarto ideologico esistente tra socialisti e comunisti in merito alla posizione assunta da alcuni settori del Partito socialista sugli scioperi e sulle sollevazioni di vaste porzioni del mondo del lavoro tra il 1919 e il 1920. Molti socialisti avevano condannato il “biennio rosso”.

La concezione socialista secondo cui la vita sociale è determinata dallo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione, come ebbe a rilevare Togliatti, veniva intesa come un piatto determinismo economico. Il passaggio dallo Stato borghese alla società socialista era considerato un evento fatale e non era visto come una trasformazione graduale. Il fatto che la classe operaia doveva mirare fin dall’inizio alla conquista del potere, cioè al socialismo, avendo le sue premesse oggettive nello sviluppo delle forze economiche, doveva essere chiaro fin dall’inizio. E questo, tuttavia, era proprio il punto che differenziava comunisti e socialisti.

Le lotte operaie del 1919 e del 1920 non avevano trovato nel Partito socialista lo strumento di traduzione politica di quelle stesse lotte. Il Partito comunista d’Italia, pertanto, nacque come risposta a quel limite e può quindi dirsi figlio di una sconfitta politica, quella della rappresentanza delle masse operaie da parte del Partito socialista, nonché di una parabola discendente che anche il Partito comunista d’Italia non avrà la forza di arrestare e nelle pieghe della quale cui si fece strada il Fascismo.

Su come raggiungere l’obiettivo si erano confrontate due tendenze, quella facente riferimento a Bordiga e quella facente riferimento a Gramsci, anche se in quest’ultima, che si sviluppava attorno al giornale Ordine Nuovo fondato dallo stesso Gramsci, già erano presenti alcuni dei presupposti che, su terreni diversi, avrebbero contribuito allo sviluppo del partito.

Tra il 1925 e il 1926 il Fascismo emanò una serie di norme giuridiche, comunemente conosciute come “leggi fascistissime”, che avviarono la trasformazione dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia nel regime fascista, che sarebbe stato portato a definitivo compimento, di fatto, solo nel 1939 quando, pur senza mutare lo Statuto del Regno, la Camera dei deputati venne sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni. Tra le conseguenze di queste leggi vi fu la messa al bando dei partiti politici, tra cui anche il Partito comunista d’Italia.

A partire dal 1926, dunque, il Partito comunista d’Italia iniziò ad operare clandestinamente sia all’estero, sopratutto in Gran Bretagna, Francia, Russia, che per quanto possibile anche in Italia.

Nel 1926 a Lione, in Francia, si svolse il terzo congresso del Partito, che vide l’elezione di Gramsci a segretario ed anche l’elaborazione delle cosiddette Tesi di Lione che segnarono la fine dell’egemonia di Bordiga all’interno del partito. Esse rappresentarono un’importante svolta politica.

Il Partito comunista d’Italia visse in quel periodo una storia complessa e nient’affatto semplice pagando a caro prezzo la contrapposizione al regime. Gli anni Venti e Trenta, inoltre, furono travagliati anche all’interno dell’Internazionale comunista. Videro il dispiegarsi della politica del social-fascismo e in contrapposizione dei fronti popolari. La guerra di Spagna fu la prova generale dello scontro tra fascisti e comunisti e in definitiva della seconda guerra mondiale. Furono tuttavia anche gli anni del patto segreto firmato da Vjačeslav Molotov e Joachim Von Ribbentrop che stabiliva la non aggressione reciproca tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica.

Nel giugno 1943, ancora quindi nel periodo della clandestinità, il Partito comunista d’Italia si trasformò in Partito comunista italiano. La seconda guerra mondiale, in quei giorni, era in corso e il partito stava svolgendo un’attività politica intensa con i suoi emissari clandestini.

Con la caduta del regime fascista, avvenuta a seguito della defenestrazione di Benito Mussolini il 25 luglio 1943 e dell’armistizio firmato a Cassibile il successivo 8 settembre, il Partito comunista italiano prese ad operare legalmente nei territori controllato dal nuovo Regno d’Italia e in quelli che gradualmente venivano liberati, partecipando attivamente alla costituzione di formazioni partigiane in quelli che ancora erano sotto il controllo dei tedeschi e della Repubblica di Salò.

Il Pci si caratterizzò come la forza più attiva nell’ambito della Resistenza italiana. La maggior parte degli aderenti alla Resistenza apparteneva al Pci. Le brigate Garibaldi, promosse dai comunisti, rappresentarono circa il 60 per cento delle forze partigiane. Il Pci mirava a fare in modo che, attraverso l’adesione spontanea delle masse popolari alla lotta partigiana, l’Italia facesse ingresso nella modernità. La guerra di liberazione, per il Pci, aveva questo obiettivo.

Avendo preso parte ai primi governi dell’Italia libera a partire fin dal 1944, dopo la liberazione di Milano il 25 aprile 1945, che consegnò l’intero territorio nazionale a una nuova fase della propria storia, il Partito comunista italiano partecipò ai governi di unità nazionale e il suo segretario politico fu anche vicepresidente del consiglio dei ministri per un breve periodo e ministro della Giustizia.

La vera svolta del Pci la si ebbe con la fine della guerra, sempre però affondando le radici nella Resistenza, cui il Partito aveva partecipato con i suoi militanti che avevano combattuto contro l’esercito tedesco e il fascismo della Repubblica di Salò.

Il segretario Togliatti, nell’immediato dopoguerra, attuò una politica di collaborazione con le forze cattoliche e democratiche, liberali e socialiste, nell’ottica di ricomporre l’unita delle forze popolari che avevano collaborato nel Comitato di liberazione nazionale. Il mondo si stava dividendo sulla base degli accordi di Yalta, da una parte il mondo occidentale sotto l’egemonia statunitense, dall’altra il blocco socialista sotto l’egida dell’Unione Sovietica, con la cosiddetta “guerra fredda”, che si sarebbe conclusa con la caduta del muro di Berlino nel 1989, che iniziava a prendere forma.

In questa situazione Togliatti capì che occorreva battersi per una transizione al socialismo attraverso la via parlamentare, secondo il concetto di egemonia gramsciana, proponendo la ‘via italiana al socialismo’ e contribuendo in modo decisivo all’elaborazione di quella che ancora oggi, al di là delle mutilazioni, può essere definita la Costituzione più bella del mondo.

Passato all’opposizione nel 1947 dopo la decisione della Democrazia cristiana di estromettere le sinistre dal governo, dato che Alcide De Gasperi voleva collocare l’Italia nel blocco filo-statunitense, il Pci è rimasto fedele all’Unione Sovietica fino agli anni Settanta, anche se gradualmente nel Partito si iniziò a sviluppare un dibattito e un’analisi critica proprio verso l’Unione Sovietica.

Durante il ventesimo congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Nikita Sergeevič Chruščëv diede avvio con la denuncia dei crimini del regime staliniano alla cosiddetta destalinizzazione, la quale ebbe non poche ripercussioni anche sulla sinistra italiana. La linea del Pci diede seguito alla svolta che si tradusse nella volontà di tracciare una propria “via italiana al socialismo” che consisteva nell’accentuare il vecchio obiettivo del raggiungimento di una “democrazia progressiva” applicando integralmente la Costituzione italiana.

L’amicizia e la lealtà che legavano il Pci all’Unione Sovietica, nonostante a partire dal 1968 una graduale progressiva critica all’operato del Pcus, fecero sì che l’atteggiamento nei rapporti internazionali non si tradusse mai in una rottura dei rapporti col partito sovietico. Questo portò a crisi e frammentazioni con militanti, intellettuali, dirigenti e componenti di sinistra e libertarie che fuoriuscivano o mettevano in discussione la linea politica prima e dopo la rivoluzione ungherese del 1956 e poi con la Primavera di Praga gli interventi militari sovietici sulle nazioni dissidenti non sufficientemente o per nulla stigmatizzate dall’allora gruppo dirigente. Molti comunisti, riunti intorno alla rivista Il Manifesto, furono espulsi dal partito come già accaduto in altre circostanze. In quegli anni molte sigle di ispirazione comunista si sarebbero formate alla sinistra del Pci, contestando l’adesione al realismo sovietico.

Berlinguer arrivò alla guida della segreteria politica del Pci nel 1972. Svolse un ruolo di grande importanza nel movimento comunista internazionale con l’avvio di un processo di distanziamento dall’Unione Sovietica e l’elaborazione di un modello alternativo che prese il nome di Eurocomunismo.

Il progetto politico-ideologico dell’Eurocomunismo fondava il proprio presupposto su un marxismo intermedio al leninismo e al socialismo democratico, cioè di una forma di comunismo sviluppato in senso riformista e democratico.

Il progetto, annunciato a Livorno il 12 luglio 1975 da Berlinguer e Santiago Carillo, quest’ultimo segretario del Partito comunista spagnolo allora fuorilegge a causa della dittatura franchista che vi era in Spagna, coinvolse i tre principali partiti comunisti dell’Europa occidentale, il Partito Comunista Italiano, Partito Comunista Francese e Partito Comunista di Spagna ed ebbe l’appoggio del Partito Comunista di Gran Bretagna.

Berlinguer non scelse a caso la città di Livorno. Era infatti la città della scissione gramsciana. I comunisti italiani e spagnoli, in quella sede, dichiarano che, nella concezione di un’avanzata democratica al socialismo, nella pace e nella libertà, si doveva esprimere un convincimento strategico, il quale nasceva dalla riflessione sull’insieme delle esperienze del movimento operaio e sulle condizioni storiche specifiche dei rispettivi Paesi, nella situazione europeo-occidentale. La prospettiva di una società socialista, secondo l’Eurocomunismo, doveva nascere dalla realtà delle cose ed aveva come premessa la convinzione che il socialismo si poteva affermare, in Europa occidentale, solo attraverso lo sviluppo e l’attuazione piena della democrazia, con alla base l’affermazione del valore delle libertà personali e collettive e della loro garanzia, dei principi della laicità dello Stato, della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti in una libera dialettica, dell’autonomia del sindacato, delle libertà religiose, della libertà di espressione, della cultura, dell’arte e delle scienze.

A livello nazionale, invece, Berlinguer teorizzò e tentò di realizzare, collaborando con Aldo Moro, il compromesso storico con la Dc, promosso da una parte nell’ottica di ricomporre l’unita delle forze popolari che avevano combattuto assieme nella Resistenza, dall’altra per dare una risposta a un Paese che in quel momento era percorso da una forte crisi economica, da tentativi di eversione e di colpi di Stato organizzati e non portati a termine, dalla lotta armata, dai movimenti del Sessantotto e del Settantasette che verranno poi chiamati ‘anni di piombo’ e il periodo ‘notte della Repubblica’ come è stato definito a livello giornalistico.

Partendo dal presupposto che la democrazia era un terreno su cui l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista.

Proprio con Berlinguer il Pci raggiunse l’apice del suo consenso. Nel 1976 il Pci toccò il massimo consenso, mentre sull’onda emotiva dell’improvvisa scomparsa dello stesso Berlinguer, nel 1984, divenne il primo partito italiano.

Eppure, da lì a poco, il Pci imboccò la strada dello scioglimento. Con la caduta del muro di Berlino e la crisi dei Paesi comunisti, tra il 1989 e il 1991, sull’onda della ristrutturazione capitalista e della mondializzazione che all’inizio non fu capita ma della quale oggi vediamo la sua crisi e ne patiamo i colpi di coda, il partito si sciolse su iniziativa del segretario Occhetto, dando vita da una parte a una nuova formazione politica di stampo socialdemocratico, ossia il Partito democratico della sinistra, dall’altra a Rifondazione comunista. Se quest’ultimo soggetto, sorto con lo scopo di ricostituire un partito di massa, ha finito per ricomporre diverse culture comuniste partitiche e movimentiste, la nascita del Pds, di fatto, pose fine alla ricerca della via autonoma al socialismo che aveva contraddistinto il Pci ed ebbe la conseguenza di ‘normalizzare’ la democrazia italiana.

Occhetto spiegò i motivi della sua scelta con la necessità di superare la “conventio ad excludendum” in virtù della quale le forze laiche, socialiste e cristiane, coalizzandosi a prescindere dalle proposte del Pci, escludevano sistematicamente quest’ultimo dal governo del Paese. Questa “conventio” produceva inevitabilmente una democrazia monca o comunque incompiuta ed Occhetto affermò che la sua svolta avrebbe eliminato il presupposto originario di tale esclusione.

In realtà l’idea di trasformare il partito in un soggetto senz’anima e senza radicamento, di vago stampo socialdemocratico ma in realtà concentrato sulla gestione del potere, privo di carica propulsiva e di matrice ideologica o semplicemente ideale, ha reso, questo sì, monca la democrazia italiana, eliminando un partito che era stato da stimolo nel gioco democratico e che, grazie alla propria forza e alla propria presenza nelle istituzioni, aveva condizionato la vita politica raggiungendo importanti risultati come l’introduzione del sistema sanitario pubblico e gratuito, la riforma della scuola, l’allargamento dell’assistenza sociale e la riforma delle autonomie locali e contribuendo in modo determinante, con altri partiti, a varare lo statuto dei lavoratori e ad introdurre l’aborto, il divorzio e più in generale il nuovo diritto di famiglia, tutti pilastri del nostro odierno vivere civile.

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